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REVIEWSLE RECENSIONI
Scarlett Roses
Grayson Capps
2017  (Appaloosa Records)
AMERICANA ROCK
7,5/10
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06/01/2018
Grayson Capps
Scarlett Roses
Se la sincerità artistica si pagasse a peso d’oro, Grayson Capps oggi sarebbe milionario. Nato e cresciuto in Alabama, terra che gli ha dato i natali e dove ha mosso i primi passi di musicista, da anni Capps rilascia dischi onesti e diretti, di canzoni scritte con il cuore in mano e senza fronzoli
di Nicola Chinellato

Se la sincerità artistica si pagasse a peso d’oro, Grayson Capps oggi sarebbe milionario. Nato e cresciuto in Alabama, terra che gli ha dato i natali e dove ha mosso i primi passi di musicista, da anni Capps rilascia dischi onesti e diretti, di canzoni scritte con il cuore in mano e senza fronzoli. Una di queste, A Love Song For Bobby Long, è entrata nella colonna sonora dell’omonimo film del 2004, interpretato da John Travolta e Scarlett Johanson, e basato sul romanzo Off Magazine Street, scritto dal padre di Grayson, Ronald Everett Capps. Un brano, quello citato, che ha dato la svolta alla carriera del cinquantenne songwriter, iniziata a capo dalla rock blues band degli Stavin’ Chain e proseguita con otto album in studio, di cui probabilmente, Scarlett Roses, cioè l’ultimo, è il migliore. Una carriera, dicevamo all’inizio, improntata sulla sincerità, che è l’elemento portante anche di questo suo nuovo lavoro, il cui suono in presa diretta, da “buona la prima”, e le cui canzoni, tanto quelle in cui Capps sfodera grinta ed elettricità, tanto quelle che si sviluppano su atmosfere più rilassate e sognanti, giungono diritte e dirette al cuore dell’ascoltatore. Supportato dal sodale di sempre, Corky Hughes alla chitarra, da Rufus Ducote al basso e da Russ Broussard alla batteria, Grayson distilla un concentrato di roots, in cui si fondono blues, folk e rock, declinati con voce ruvida, eppure ricca di sfumature, che talvolta richiama alla mente quella di Joe Henry. Un disco vario, in cui si alternano ballatoni rock ricchi di umori sudisti (la title track), mid tempo country attraversati da post sbornia malinconici e romantici (Hold Me Darling), bluesacci elettrici dalla ritmica primordiale, armonica e slide stropicciate dalle distorsioni (Hit Em Up Julie) e gospel scartavetrato da chitarre rockeggianti (Thankful). C’è anche spazio per gli otto minuti abbondanti di Taos, cruda cavalcata rock blues usque ad finem e punto di fusione fra Black Sabbath, Jimi Hendrix e Mississippi. Una canzone, questa, che mette un grande punto esclamativo su un disco senza sbavature e sulla carriera di uno dei più credibili interpreti del suono americano. Il quale, fa piacere ricordarlo, ha un ottimo seguito anche in Italia: non è un caso che produca la lombarda Appaloosa Records.