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MAKING MOVIESAL CINEMA
01/02/2018
Fabio Guaglione, Fabio Resinaro
Mine
E anche se nel finale si tira un po' troppo la corda, se il sentimentalismo e il buonismo prendono il sopravvento, non si possono ignorare quegli attimi di genialità, di regia al suo meglio che salvano così il film.
di Lisa Costa

Partiamo da quello che non va.
Non vanno i troppi cliché di cui è zeppa la trama.
Non va che come sempre, se il protagonista è un soldato, è un soldato con i fantasmi del passato a tormentarlo, con l'aria afflitta, con la coscienza pulita e una morale che mette a rischio l'intera missione.
Non va che come sempre il suddetto soldato lo si deve affiancare ad un altro soldato che, a differenza di quello,  non è emotivamente provato da una fidanzata che lo aspetta a casa, da una famiglia problematica, ed è invece un duro, uno spaccone, tranne poi far trapelare sentimenti ed emozioni in fin di vita, facendocelo così rivalutare.
Non va soprattutto che nelle ricostruzioni di quel passato si mostrino sempre le stesse cose: l’amore felice con la donna che si ama, l’orco cattivo del padre. Detto questo, passiamo alle cose positive.
Che in Mine ci sono, ma arrivano solo nella seconda parte.
Arrivano come una medicina, ed è proprio la strana sostanza che un uomo libero, un berbero, somministra al bloccato, al chiuso, all'imprigionato Mike a dare il via al miglioramento.
Da lì, dalla seconda parte, il film cambia, si smuove, diventa soprattutto bellissimo da vedere con una regia che sa il fatto suo intrecciando presente, passato e fantasia, in tagli di montaggio da applausi, in analogie che tengono con il fiato sospeso, ad ogni click, ad ogni inginocchiatura.
Ed è qui che - anche se quel passato è un'accozzaglia di cliché - ci si emoziona davvero.
Prima è solo un survival movie come già se ne sono visti, in cui si aspetta quel passo falso, quella mina che - nascosta sotto la sabbia - bloccherà il soldato Mike per 52 ore, in cui dovrà resistere alla tentazione di alzarlo, quel piede, di sperare in quel 7% di mine difettose, sopravvivere al caldo, alla sete, agli animali selvaggi, alle tempeste di sabbia, alla propria mente.
Ed è qui, che la regia fa la differenza.
Come già in Buried - da un lato - e 127 ore hanno dimostrato, pur bloccati in un unico ambiente, pur con il cast ridotto all'osso e con un solo attore davanti alla macchina da presa, l'azione può esserci. Ed inevitabilmente è quella che si svolge nella mente del protagonista, di Mike, i suoi tentativi di ingegnarsi, di aspettare come può per resistere, sopravvivere.
Le ore passano lente, si accavallano e si confondono, con una musica orchestrale fin troppo marcata, con un protagonista (l’Armie Hammer ora sulla bocca di tutti per Chiamami col tuo nome) espressivo ma non certo ai livelli di un James Franco o un Ryan Reynolds.
E così i due Fabio danno il meglio di sé per farci vivere l'azione, per mostrarci quello a cui Mike pensa, tra allucinazioni e sogni ad occhi aperti.
E anche se nel finale si tira un po' troppo la corda, se il sentimentalismo e il buonismo prendono il sopravvento, non si possono ignorare quegli attimi di genialità, di regia al suo meglio che salvano così il film.