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REVIEWSLE RECENSIONI
04/02/2018
The Soft Moon
Criminal
Il ritorno di Luis Vasquez e del suo progetto Soft Moon è senza dubbio la notizia che attendevamo per proseguire alla grande un nuovo anno già iniziato sotto i migliori auspici.
di Luca Franceschini

Il ritorno di Luis Vasquez e del suo progetto Soft Moon è senza dubbio la notizia che attendevamo per proseguire alla grande un nuovo anno già iniziato sotto i migliori auspici.

Il riff quadrato e incalzante con cui inizia “Burn” rappresenta allo stesso tempo una conferma e una sorpresa: angoscia e oscurità sono come al solito le due compagne preferite del musicista di Oakland e sin dalla prima nota si capisce che lo accompagneranno anche per tutta la durata di questo lavoro. Allo stesso tempo però, questo insistere sulle chitarre nel creare un’apertura che gioca molto più del solito sulla forma canzone, ritornello cantato e cantabile compreso, ci mostra che a questo giro Vasquez potrebbe aver in mente qualche cosa di diverso, che vada in qualche modo ad ampliare lo spettro sonoro che da anni sta esplorando senza sosta.

Probabilmente anche la copertina denota questa scelta: non più astratte figure geometriche ma il suo volto in primo piano, dall’aria assorta e in qualche modo rassegnata; allo stesso tempo un titolo, “Criminal”, che sembra non lasciare scampo.

Tutto il disco, a detta sua, ruota attorno al senso di colpa, a questa cosa che aveva dentro sin da bambino e da cui non sembra essersi liberato. Chissà se fare un disco contribuirà in qualche modo ad operare una catarsi.

“I can’t control myself” esordisce nel primo brano, col suo solito tono ossessivo di chi ha una sola verità da ripetere. “I get the feeling, it’s the end, and it burns. I am the stranger living in my skin and it burns”. Niente di rassicurante quindi, solo la raggelante certezza di una vita in cui cedere all’istinto pare essere allo stesso tempo speranza e condanna.

Condanna e desiderio di annullamento, forse: “Take your time, crush me right, take your time, crush me fine”. Ancora la successiva “Choke” (uno dei singoli apripista) rincara la dose con le sue fredde geometrie Industrial, con lo spettro di Trent Reznor molto più che presente.

È un disco chiuso, cupo, glaciale e privo di sbocchi esattamente come gli altri, dove il recupero della Cold Wave e del Post Punk, opportunamente contaminate con le tendenze più estreme dell’elettronica va a fare il bello e il cattivo tempo all’interno dei vari episodi.

Eppure, come abbiamo detto all’inizio, c’è un tentativo di scrivere tenendo d’occhio anche la singola canzone e soprattutto ad usare la voce in maniera più consistente che in passato. “Give Something” ne è senza dubbio un buon esempio, con un ritornello attorno a cui ruota tutto il brano, peraltro giocato su un crescendo di Synth davvero meraviglioso ed inquietante. Allo stesso modo “It Kills”, la cui strofa ruota attorno ad una linea vocale ben strutturata, in un brano pulsante e percussivo, dalle perfette architetture Wave.

Soluzione leggermente più “melodica” anche per la title track, che veste le forme di una ballata crepuscolare e introspettiva, introdotta da un arpeggio minimale che apre la strada ad una confessione melanconica e rassegnata, con la componente elettronica che la arricchisce ma non la invade mai eccessivamente.

Accanto a questi, però, ci sono canzoni (“The Pain”, “Young” col suo grido angosciante nel ritornello, la cavalcata potentissima di “Born Into This”) che fungono da ideale ponte col precedente “Deeper” e che dimostrano come Luis Vasquez non abbia affatto perso la voglia di giocare con le profondità oscure dell’anima, di rinchiudersi in un buco da cui è impossibile uscire.

Non è dunque un caso che uno dei brani più impressionanti sia la strumentale “ILL”, una marcia angosciante e implacabile, inferno industriale di percussioni, effetti e chitarre ultra distorte. Una fotografia di ciò che c’è al centro della sua anima? Sarebbe troppo banale dirlo. Di sicuro, se l’arte permette di trasformare gli incubi in bellezza, questa traccia, ma anche tutto il resto del disco, hanno abbondantemente compiuto la missione.

Ci vorrà del tempo per scoprirlo ma “Criminal” sembrerebbe essere il lavoro più a fuoco nell’ancora poco abbondante discografia di Soft Moon. Più duro e spigoloso di “Deeper”, più vario nel songwriting, più accessibile in alcuni passaggi (se “accessibile” è un aggettivo adeguato per chi esplora questi territori musicali).

Non rimane altro che testare i nuovi pezzi dal vivo: sul palco Vasquez è magnifico per cui dubito che deluderà.