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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
24/02/2018
Arcanta
Arcanta (1996)/The eternal return (1997)
Arcanta, progetto del cantante americano (di Chicago) Thomas-Carlyle Ayres, è uno dei migliori tentativi di affrancazione dagli stereotipi di certa musica etnica (spesso meccanica nella riproposizione ed impudica nell’accostamento alla tradizione popolare), conseguito con l’adesione alla struttura dell’inno religioso, massimamente mediorientale.
di Vlad Tepes

Arcanta, progetto del cantante americano (di Chicago) Thomas-Carlyle Ayres, è uno dei migliori tentativi di affrancazione dagli stereotipi di certa musica etnica (spesso meccanica nella riproposizione ed impudica nell’accostamento alla tradizione popolare), conseguito con l’adesione alla struttura dell’inno religioso, massimamente mediorientale.

Nel primo EP del 1996 solo “Maya”, delicato impasto di dulcimer e percussioni, si giova della forma canzone; i restanti tre pezzi sono effusioni liriche, a cappella o appena sottolineate dalle tastiere, in cui preghiera, venerazione e fiducioso abbandono al divino sono rielaborati come il richiamo (“Adh?n”) che il muezzin rivolge ai fedeli per invitarli all’orazione della Sal?t.

La prima traccia di The Eternal Return, infatti, “There Is No God But God”, non è che la traduzione di Ašhadu an l? il?h ill? All?h, seconda parte della formula scandita dal minareto per cinque volte durante il giorno.

Nel lavoro successivo (che coopta la precedente Via dolorosa) Ayres smarrisce, in parte, la compatta sobrietà dell’esordio introducendo nuovi elementi quali il canto gregoriano (“Kirie”, “Eleison”, la struttura della stessa “There Is No God”) e canzoni facili e lineari (“Bodhisattva”) rischiando, in tal modo, di ricreare quel vieto sincretismo new age che affastella temi e ritmi esotici per sdilinquire i borghesi midcult; fortunatamente mende sono riscattate da episodi affascinanti sulla falsariga della prima opera e dell’ispirazione sincera (“Awake As If From Slumber”, caratterizzata dalla maestosità dell’organo, “Estranging Sea” con una coda insolitamente cupa, “The Solitary Pilgrim”).

Punto d’incontro fra sensibilità occidentale e suggestioni orientali, Arcanta riecheggia nei migliori episodi (forse inconsapevolmente) i canti liturgici dei Melchiti[1] (cattolici di rito bizantino, ma di lingua greco-araba); queste invocazioni, la cui apparente semplicità è simbolo dell’umile sottomissione a Dio, sottendono, infatti, una osmosi millenaria fra tradizione cristiana ed influenze islamiche.

 

[1] Possono ascoltarsi nella bellissima Basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma, in Piazza Bocca della Verità.