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REVIEWSLE RECENSIONI
01/03/2018
Ezra Furman
Transangelic Exodus
Transangelic Exodus sarà uno degli album davvero importanti del 2018, e non solo perché contiene il più seducente, arrogante e favoloso art-pop’n’roll ascoltato in giro da un po’ di anni a questa parte.
di Massimiliano Manocchia

“Non è un concept album vero e proprio, ma più un racconto o una serie di racconti su un unico tema, una combinazione di fiction e mezze verità. Il filo conduttore è che io sono innamorato di un angelo e il governo ci sta dando la caccia e dobbiamo lasciare casa perché gli angeli sono illegali. Il termine ‘transangelico’ si riferisce al fatto che le persone diventano angeli perché si fanno crescere le ali. Si operano e si trasformano. E ciò provoca il panico perché la gente pensa che sia contagioso e che dovrebbe essere fuori legge.”

Ezra Furman, ebreo e omosessuale, sbatte in faccia alla società americana quella che lui stesso definisce una “queer outlaw saga” cioè una “saga di froci fuorilegge” e invita il mondo a scoprire le carte sui temi della diversità e della trasformazione personale, insufflando nuova linfa poetica in una metafora – quella degli esseri umani che diventano angeli – che in mani meno aggraziate sfiorirebbe nella più puerile banalità diaristica.  In una società che ha bandito la sofferenza mediante atti normativi di ottimismo e positività[1],  l’artista di Chicago rivendica il diritto di soffrire per cambiare e si riappropria del diritto di cambiare per divenire ciò che naturalmente si è.

Transangelic Exodus racconta questo doloroso processo di trasformazione in esseri liberi attraverso la metafora del viaggio: è una poetica autoaffermazione d’identità, che si rivela tanto più autentica quanto più il suo protagonista diviene consapevole di sé e prende coscienza che fingere, ovvero adeguarsi ai costrutti sociali predefiniti di razza e di genere, equivale a morire. I valori di umanità, empatia e compassione riconquistano, in questo plumbeo ma salvifico memoriale on the road, quella valenza universale che il propagandismo ideologico ha goffamente inaridito e perfidamente  strumentalizzato. Ed è per l’appunto tra “pubblico” e “privato” – un “pubblico” fatto, quando va bene, di indifferenza, sdegno e scherno o, quando va male, di violenza fisica e aggressione psicologica; un “privato” popolato di dubbi, di inquietudine, di interrogativi, di profondo scavo interiore - che i due amanti “transangelici” rimbalzano nella loro folle e meravigliosa fuga (“esodo”) alla ricerca di un luogo dove poter essere se stessi. Un luogo che non è e non può essere “il mondo”, bensì un esilio, o esodo appunto, permanente.

Deciso a rinnovarsi, Furman liquida i Boy-Friends e assolda i Visions ovvero cambia semplicemente nome alla band (“Eravamo giunti alla fine e volevamo diventare qualcosa di nuovo”) innestando nelle trame sonore strumenti inediti e accrescendo pesantemente il ruolo del synth. Il risultato è a tratti bizzarro, frammentario e frenetico, ma funziona egregiamente, financo come tentativo credibile di decostruzione e ricostruzione della musica tradizionale Americana.

Se il precedente Perpetual Motion People (2015) aveva come riferimento principale l’amato Lou Reed (per inciso: Furman ha scritto un libro su Trasformer che vedrà la luce nella prima parte dell’anno), le canzoni di Transangelic Exodus richiamano alla mente altri mostri sacri del rock a stelle e strisce, a partire già dall’incipit, l’intensa “Suck The Blood From My Wound” che nella melodia omaggia il (o ruba al) Dylan di “Hurricane” e, nell’impianto sonoro, lo Springsteen più spectoriano di metà anni Settanta (per quanto mi riguarda, Transangelic Exodus sta a Ezra Furman come Born To Run sta a Bruce Springsteen). La voce del “transangelico” Furman è una magica, provocatoria miscela di queruli accenti glitter, cruda rabbia e vulnerabile passione: una fiamma viva che illumina la gloriosa evasione di Angel dall’ospedale mentre si strappa le bende e sanguina sul sedile del passeggero di una Camaro rossa:

Even the deepest wounds will heal over time

I'll run my fingers over your scars and yours over mine

They'll never find us if we turn off our phones

We're off the grid, we're off our meds

We're finally out on our own

Now I see colour coming back in your cheeks

Angel, don't fight it

To them you know we'll always be freaks

Questi versi in particolare sono forse il cuore del plot narrativo: una vera e propria epifania dell’esperienza del diverso, ostracizzato, discriminato e costretto a rifugiarsi in un mondo parallelo.

Anche il sound vive di conflitti e opposizioni in una frammentarietà un po’ convulsa che però nulla toglie all’appassionata bellezza dell’opera. Ad esempio, in “Driving Down To L.A.” (primo singolo estratto dall’album) Furman traccia una perfetta melodia à la Neil Young e si diverte poi a importunarla con crepitii elettronici quasi noise, mentre nella splendida “God Lifts Up The Lowly” il violoncello domina lo spazio sonoro e accompagna il canto con solenne malinconia fino alla preghiera (in ebraico) finale. Emerge qui la sincera fede in Dio di Furman, che dissemina nei testi e nell’artwork riferimenti alla propria cultura (tra i più evidenti: la numerazione dei brani).

Tra blues sgangherati che richiamano certo Tom Waits (“Come Here Get Away From Me”), visioni sonore immaginifiche di ciò che avrebbero potuto essere i Beatles a metà anni ’70 (“Psalm 151”) ed esperimenti non troppo riusciti (uno solo, a dire il vero: “From A Beach House”), emergono almeno due capolavori assoluti: “No Place”, un disperato arrembaggio condotto da squillar di trombe e sferragliare di tamburi contro un mondo ostile, che contiene uno dei versi decisivi di tutto il disco: “Something tells me I may be / singing this song a long, long while / but I’ll be bringing along a big broad smile”; e “Love You So Bad”, una delizia kitsch (ancora quel violoncello!) da ascolto in loop.

La fabula termina con la già citata “Psalm 151”, ma a chiudere il disco Furman inserisce una canzone che nulla o quasi ha a che vedere con il “concept” di Transangelic Exodus. “I Lost My Innocence” è un poscritto sbarazzino e un po’ sciocco che conserva tuttavia un fascino indecifrabile: dopo il durissimo, oscuro viaggio di trasformazione, la gioia di vivere, qui espressa tramite la prima esperienza omosessuale – che con perfida ironia Furman definisce “incidente” - si afferma prepotentemente su tutto il resto:

I lost my innocence to a

Boy named Vincent

In a single incident I was changed

[…]

I lost my innocence to a

Boy named Vincent

And a new existence soon found me

Il protagonista è venuto a patti col proprio passato e, pur sapendo che dovrà continuare a pagare il prezzo della propria diversità, ha finalmente (ri)trovato se stesso. Ora può affrontare il domani, ad ali spiegate.

 

[1] Giuro, è l’ultima volta che lo scrivo.