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MAKING MOVIESAL CINEMA
02/03/2018
Michael Mohan, Ry Russo-Young
Everything Sucks!
Noiosa, ripetitiva, con personaggi più che stereotipati, dei veri e propri cliché viventi.
di Lisa Costa

Everything Sucks potrebbe essere la perfetta descrizione dell'ennesima ondata nostalgica che travolge il piccolo schermo, o Netflix, per la precisione.
Passati - per il momento - gli anni '80 di Stranger Things e Dark, sono i '90 a tornare sulla breccia, come ci mostrano mode, programmi televisivi, gruppi e ninnoli vari per la gioia degli inguaribili adolescenti che noi trentenni siamo.
Everything Sucks cavalca quest'onda, cerca di far tornare a quei tempi, ai tempi soprattutto di teen drama lacrimosi, pieni di pathos, di amori mal corrisposti e di tentativi di sopravvivere ai duri anni del liceo e dell'adolescenza, con un occhio di riguardo anche ai genitori, ovviamene. Lo fa però con una linea più goliardica, con una serie comedy che forse è parodia, ma che non fa ridere, e semplicemente sfrutta al massimo quella che è la sua unica carta vincente: gli anni '90, appunto, riproponendo quelle mode discutibili, quei ninnoli (ciucci, Game Boy, tamagotchi che siano) e soprattutto la musica.
Oh, quanto si sfrutta la musica 90's!
Ma per fortuna, lo sfruttamento è di quelli ben fatti, allineato alla trama, con canzoni e cantanti che diventano protagonisti, e se gli Oasis e la loro Wonderwall rassicurano dai dubbi tipici dell’adolescenza, Tori Amos porta a nuove consapevolezze di sé. Di mezzo, pure gli Ace of Base, Weezer, e residuati anni ’80 come Duran Duran.

La seria è ambientata a Boring, e “boring” potrebbe essere un altro aggettivo che calza a pennello per descrivere la serie.
Noiosa, ripetitiva, con personaggi più che stereotipati, dei veri e propri cliché viventi.
Abbiamo il protagonista simpatico e carino e con il pallino del regista, abbiamo la bella e complicata innamorata di un’altra bella e ancor più complicata innamorata a sua volta dell’alternativo della scuola. Abbiamo poi il nerd saccente, il nerd simpaticone, spalle comiche che si vorrebbero però prendere a sberle in continuazione, con i loro ghigni, e infine abbiamo un preside dal cuore infranto e una madre single che il figlio lo lascia solo in casa per giorni, che finiscono pure loro per innamorarsi e vivere un amore complicato.
Perché se al liceo non hai una storia travagliata, non sei nessuno.
C'è però da dire che no, non tutto fa schifo, non tutto è noioso in Everything Sucks.
Qualcosa, pian piano, si costruisce.
Ci vogliono più della metà degli episodi (che durano solo 25 minuti l'uno, ed è tutto dire), ma alla fine, Luke, Kate e soci, iniziano a star simpatici, vanno oltre il loro aspetto di macchiette, di attori alle prime armi che accentuano ed esagerano ogni mossa in modo fastidioso (Peyton Kennedy non è la nuova Eleven, mentre Sydney Sweeney potrebbe essere la nuova Mena Suvari).
O sarà il film che si sta realizzando, che diventa finalmente il centro della scena, aspettandosi poi una risoluzione finale che lo vede al centro, che lo vede come catalizzatore di tutte le storie portate avanti piuttosto pigramente, senza chissà quale sforzo.
Sorprende che dietro a tutto questo, come creatore, produttore e sceneggiatore (e pure attore, nei panni di un'altra macchietta: il responsabile del gruppo audiovisivo) ci sia uno come Ben York Jones, che in coppia con Drake Doremus ha scritto i ben più profondi, sinceri e maturi Like Crazy, Breath In e Newness.
Che sia una parodia, che sia un ritorno goliardico a quel mondo che abbiamo vissuto o visto in TV e al cinema per anni, resta il fatto che fra tutte le (troppe) operazioni nostalgia che sfruttano la nostra propensione a guardare indietro, Everything Sucks è quella meno riuscita, con meno cuore, con meno genuinità.

Se volete gli Oasis, i Blur, gli anni '90 e i drama adolescenziali, meglio dare una letta a vecchi diari o darsi a qualche bel riascolto.