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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
06/03/2018
Punk Islam
Quando suonare in arabo era una cosa normale
C’è stato un tempo invece in cui il colesterolo da una parte e l’entusiasmo diffuso per le contaminazioni dall’altra rendevano impossibili queste manifestazioni di ignoranza.
di Roberto Briozzo

Noi che viviamo a occidente siamo produttori specializzati di luoghi comuni sulla musica che esula dai nostri canoni culturali, una pratica forse in auge anche ad oriente o nel sud del mondo nei confronti di noi europei (per esempio marcando il modo in cui diciamo la erre anziché la elle oppure con battute sul nostro colorito da mozzarella da discount) e soprattutto a noi italiani che siamo ancora lì a farci dettare l’agenda civile, oltre a quella politica, dal primato del presepe o da questioni come se sia giusto o no lo ius soli.

Se già facciamo storie sull’integrazione delle persone foreste e sulle loro consuetudini religiose figuriamoci sulla loro musica. Abbiamo bandito dal buon senso comune termini razzisti come negro o muso giallo ma poi, quando abbiamo uno strumento in mano e qualcuno ci chiede di ricreare un’atmosfera cinese, facciamo subito quella sequenza di note dopodiché per fortuna ci fermiamo prima di tirarci gli occhi ai lati per farli sembrare a mandorla, o quando si parla di Medioriente siamo già lì pronti a riprodurre la scala araba e quell’intervallo inconfondibile che sta alla loro cultura come “O sole mio” sta alla nostra. Pertinente, certo, ma generalizzante all’ennesima potenza e da macchietta.

Di questi tempi poi tutto ciò che riguarda la cultura o l’arte araba è un argomento scottante e tema di scontro tra chi ci mette la testa e comprende che è da idioti ricondurre centinaia di milioni di persone islamiche nella sotto-sotto-categoria dei terroristi e, appunto, gli idioti di cui sopra. Quindi se solo rifiuti della porchetta a pranzo o riduci a un semitono l’intervallo tra il primo e il secondo grado e fra il quinto e il sesto di una scala diatonica maggiore, o azzardi una seconda aumentata tra il secondo e il terzo grado e tra il sesto e il settimo, è facile che qualcuno ti auguri che venga esercitata violenza sessuale su qualche membro femminile della tua famiglia.

C’è stato un tempo invece in cui il colesterolo da una parte e l’entusiasmo diffuso per le contaminazioni dall’altra rendevano impossibili queste manifestazioni di ignoranza. Vi faccio l’esempio dei rimandi di certe atmosfere mediorientali nella new wave, un genere notoriamente algido e rigoroso ma che, nonostante ciò, si è dimostrato molto più aperto della testa menomata di certi zotici nazifascisti di oggi. Poi bastava che partisse una musica con una sonorità vagamente esotica che subito alcune ragazze vestite di nero si mettevano a simulare le movenze più provocatorie di quel genere di danza che conosciamo tutti. O magari è capitato solo a me, quindi non sforzate troppo i neuroni cercando di ricordare e mi spiace che sia un’esperienza che non avete provato perché era molto eccitante. Ci ho pensato proprio qualche giorno fa ascoltando “If Only Tonight We Could Sleep” dell’ellepì Kiss me Kiss me Kiss me dei The Cure. Così ho iniziato a pensare a tutte le canzoni con questo tipo di influenze, a partire da “Yassassin” di David Bowie, presente su Lodger, “Onda araba” dei Litfiba fino alla più esplicita “Punk Islam” dei CCCP. Ve ne vengono in mente altre? Senza contare che comunque, in pieni anni Ottanta, a me piacevano pure i Dissidenten. Ve li ricordate?