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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
10/03/2018
Spotify?
Il problema non è un problema
La verità, cioè, è che Spotify e gli altri servizi di ascolto streaming a pagamento, non hanno rappresentato affatto quel cambiamento distopico e orrorifico del modo di approcciarsi alla musica, che gli appassionati venuti su a vinili avevano paventato a più riprese.
di Luca Franceschini

In questi giorni sta tenendo banco la notizia per cui Spotify avrebbe bloccato la versione craccata del suo programma, quello che permetteva agli utenti che la utilizzavano di poter usufruire di un abbonamento Premium senza pagare. La cosa ha avuto un certo risalto soprattutto per i numerosi commenti ostili e aggressivi, postati sulla pagina dell’applicazione, che mettevano in rilievo come la gente non fosse solo noncurante di avere fino a quel momento perpetrato un furto, ma ritenesse addirittura una follia la pretesa di pagare l’incredibile cifra di 10 euro al mese per ascoltare in maniera illimitata il vasto catalogo dell’azienda.

In molti hanno voluto vedere in tale avvenimento, l’ennesima riprova dello sfacelo di un paese che avrebbe irrimediabilmente perduto per strada il proprio senso civico. Ora, al di là del fatto che si possa essere d’accordo o meno su tale giudizio, ritengo che nello specifico il problema non sia quello.

La vicenda di Spotify non fa altro che ribadire una verità che è nota da tempo ma che spesso e volentieri si tende a negare, nascondendosi dietro sterili passatismi. La verità, cioè, è che Spotify e gli altri servizi di ascolto streaming a pagamento, non hanno rappresentato affatto quel cambiamento distopico e orrorifico del modo di approcciarsi alla musica, che gli appassionati venuti su a vinili avevano paventato a più riprese.

Detto in maniera semplice, la disponibilità immediata di pressoché tutta la musica incisa nel mondo più o meno dalle origini delle incisioni, non ha sconvolto il mondo dell’ascoltatore medio, né in bene né in male. La maggior parte della gente non ha cioè allargato a dismisura le proprie conoscenze, ma neppure ci siamo tutti trasformati in una massa di lobotomizzati schiava irrimediabile della funzione “shuffle”, incapace di concentrarsi su ogni singolo brano per più di 20 secondi.

Molto semplicemente, è rimasto tutto come prima, esattamente come prima. Recentemente è girato molto un articolo di Damon Krukowski, bassista dei Galaxie 500 e oggi attivo in altri progetti. Non esattamente l’ultimo arrivato, dunque. Il pezzo, che è stato pubblicato da Pitchfork, tira delle conclusioni su cui sono solo parzialmente d’accordo ma ha il pregio di dare dei numeri precisi. E i numeri, che non cito per smemoratezza e per pigrizia (non ho voglia di andare a controllare) dicono una cosa molto interessante: praticamente, dei milioni e milioni di brani caricati su Spotify, il 99 per cento degli ascolti va a quelli che, in fin dei conti, sono le 10 canzoni più ascoltate. Tutto il resto del catalogo, quindi, riceverebbe non più dell’1% degli ascolti rimasti.

Si tratta di cifre spaventose solo in apparenza. La verità è che sempre stato così, con la differenza che oggi, nel mondo di internet, ci illudiamo di avere una libertà che in realtà non esiste.

Ma forse è meglio fare una premessa, prima: lo streaming a pagamento è nato dalla necessità di porre un argine, seppur minimo, alla gigantesca ondata di downloading illegale che, nel giro di pochi anni, ha spazzato via tutta l’industria musicale o se non altro l’ha modificata per sempre. Le case discografiche sono corse ai ripari così, vendendo il proprio catalogo ad aziende che proponevano l’ascolto in streaming del catalogo stesso a prezzi irrisori. Certo, non si è proprietari della musica (per quella o si scarica il brano a pagamento o si compra il cd come ai vecchi tempi) ma solo titolari della licenza di ascoltarla. Tutto ciò ha aperto il problema (che è effettivamente un problema) delle bassissime royalties che vengono corrisposte agli artisti. In pratica, per farla breve, se non sei Jovanotti o Vasco Rossi, da Spotify, Deezer, Apple Music e altri marchi del genere, ci guadagni giusto quanto basta per bere uno o due caffè al mese.

Proprio per questo, molti musicisti, soprattutto quelli emergenti o di nicchia, preferiscono affidarsi a piattaforme come Bandcamp e SoundCloud, che avrebbero un trattamento più friendly nei confronti dei diritti d’autore.

Non voglio però parlare di questo. Mi sembrava giusto accennarne perché è un bel punto di discussione e non si può certo reagire con indifferenza a chi accusa queste aziende (che oltretutto adesso stanno cominciando ad essere quotate in borsa) di essere parte di quel neoliberismo selvaggio che rischia di distruggere la libertà creativa.

Ora però voglio solo cercare di rispondere ad una domanda: Spotify ha davvero cambiato il nostro modo di ascoltare la musica, di rapportarci ad essa? Io penso proprio di no. Come ho detto prima, le cose sono rimaste bene o male uguali e lamentarsi del fatto che “da quando la musica viene ascoltata in streaming, ha perso di valore” è più uno sfogo di chi non si sente più al passo con i tempi, piuttosto che una vera e propria analisi basata sui fatti.

Parto dalla mia vicenda personale, che è poi l’unica che ho a disposizione: ascolto musica sistematicamente dal 1993, il primo cd che ho comprato coi miei soldi (e che quindi non mi è stato regalato a Natale o ai compleanni) l’ho comprato proprio nell’autunno di quell’anno. Da lì in avanti non ho mai smesso di spendere per la musica. Essendo molto più curioso e appassionato dei miei amici dell’epoca, normalmente ero io ad avere la collezione più aggiornata, ma ugualmente, accanto ai titoli originali, conservavo un buon numero di cassette duplicate.

Il downloading illegale l’ho conosciuto nel 2004. Non l’ho mai trattato con scetticismo, non l’ho mai considerato con scrupoli morali. Semplicemente, appena capito come funzionava, mi ci sono buttato a pesce, felice per l’opportunità di poter ampliare i miei ascolti e di poter riuscire a farmi un’idea concreta, più o meno in tempo reale, di ogni album di cui leggevo una recensione che mi incuriosiva.

Allo stesso tempo, non ho mai smesso di comprare cd. Semplicemente, andavo molto meno a scatola chiusa, prendevo molte meno fregature ma la sostanza rimaneva la stessa: la musica era la mia più grande passione, se un disco mi piaceva non potevo sopportare di averlo solo nell’iPod. Dovevo farlo mio in tutto e per tutto, booklet e confezione inclusa. La musica, cioè, ha sempre avuto e sempre avrà per me una dimensione fisica. Quella che davvero mi interessa, ovviamente.

Spotify l’ho scoperto nel 2013, quando in Italia era realtà concreta da circa un paio d’anni, mi pare. Ne ho utilizzato in prova la versione Premium per un mese e allo scadere dei 30 giorni ho iniziato a pagare, senza nessuna esitazione. Cosa mi ha attirato così tanto? Non tanto la disponibilità illimitata (quella ce l’avevo anche prima) quanto il fatto che avrei potuto ascoltarmi il disco all’istante, senza perdere tempo a scaricare e a caricare i file sull’IPod, controllando opportunamente che non ci fosse nulla di danneggiato. L’acquisto di uno smartphone (su questo sono stato invece piuttosto lento ad adeguarmi) ha poi fatto il resto: in questi ultimi anni ho quasi sempre ascoltato musica tramite telefono utilizzando Spotify, specialmente quando sono in macchina. E ancora una volta, non ho smesso di comprare cd. Anzi, complice l’abbassamento dei prezzi, l’altissimo numero di offerte disponibili, lo strapotere di Amazon, va a finire che mi porto a casa molta più roba rispetto a prima.

Quindi? Che cosa vuol dire tutto questo discorso? Vuol dire che se uno ama la musica, il mezzo di fruizione sarà, appunto, un mezzo, non un fine. E soprattutto, che se la tecnologia ti mette a disposizione muovi mezzi di fruizione, essi non dovranno per forza essere presi in esclusiva, eliminando tutto il resto. Supporto fisico e file possono integrarsi senza nessun problema, quel che conta è il desiderio, l’intenzione dell’ascoltatore.

Se tutti i 140 milioni di utenti di Spotify fossero come me o come uno qualunque degli amici con cui condivido questa passione, allora le percentuali citate prima non esisterebbero. Ma appunto, non è un problema della piattaforma. È un problema di interesse. Gli Spiritualized erano di nicchia anche quando vendevano in vinile, non solo oggi. I Pink Floyd e i Beatles erano di moda negli anni Settanta così come oggi. E anche quando i negozi di dischi erano numerosi come quelli d’abbigliamento, non tutti quelli che acquistavano erano propriamente degli intenditori. L’ho già scritto altre volte: ne ricordo di gente che comprava un album e poi ascoltava sempre la stessa canzone. Dopotutto era la grande novità del cd, il diritto di skippare, no? Ma anche prima coi vinili, siamo sicuri che fosse molto diverso?

Quindi, se negli anni ’90 l’ascoltatore casuale si comprava il cd e poi lo ascoltava a cazzo, oggi l’ascoltatore casuale cracca Spotify, riproduce le solite dieci-quindici tracce e si incazza quando gli tolgono questo diritto, perché “la musica non vale un cazzo figuriamoci se devo spendere 10 euro al mese per ascoltarla!”.

Ecco, è proprio sul valore nullo che un tempo si dava alla musica che i nostalgici insorgono: “Un tempo le cose avevano un valore, oggi non ce l’hanno più.”. Non credo sia così. Semplicemente, chi non dava valore alle cose, negli anni passati non aveva possibilità di fare altrimenti: o comprava lo stesso o duplicava in cassetta (che comunque erano operazioni già piuttosto attive, quindi forse c’era un minimo di coinvolgimento in più, questo lo si può anche concedere).

La differenza, semmai, sta nel fatto che oggi, a differenza di prima, la musica e i film sono fruibili gratuitamente per cui le giovani generazioni, che non hanno mai conosciuto un sistema alternativo, trovano normale pensare che la gratuità sia la loro unica dimensione. Ma questo non ha a che fare né con il senso civico, né con il livello di coinvolgimento. Ha a che fare solo con l’abitudine, con la mancanza di educazione. E alla mancanza di educazione, sarò banale, si risponde solo con l’educazione.

Quale potrebbe essere la strada concreta, non lo so. Probabilmente sì potrebbe iniziare da quel che ha consigliato recentemente David Byrne (un altro che un minimo di voce in capitolo ce l’ha): Spotify e servizi simili dovrebbero iniziare a limitare fortemente la versione gratuita. Vuoi il prodotto? Pagalo. Anche alzare sensibilmente il costo dell’abbonamento mensile potrebbe essere una soluzione: sinceramente, io pagherei anche 20 euro al mese per un servizio del genere. E se la maggior parte della gente giudicasse che il gioco non vale la candela, tanto meglio. Di sicuro troverebbero altri modi per sentirsi “Despacito” e i Protomartyr non sarebbero certo i più penalizzati da queste defezioni.

E se, come paventato qualche mese fa su “Rumore”, le varie aziende dovessero accorgersi che conviene di più tenersi solo quell’1% del catalogo che garantisce il 99% dei profitti, piuttosto che mantenere un catalogo enorme che nessuno si caga, vorrà dire che noi appassionati trasmigreremo altrove o riprenderemo coi download compulsivi. Nessun problema, comunque: i dischi continueremo a comprarli.