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REVIEWSLE RECENSIONI
08/04/2018
Courtney Mary Andrews
May Your Kindness Remain
Una musica dalla filigrana romantica e dolcemente malinconica, prodotta dalla mano esperta di Mark Howard , che tesse un ordito dalla trama più complessa, mettendo in risalto il soprano volubile della Andrews attraverso chitarre riverberate e atmosfere soffuse e delicatamente vintage.
di Nicola Chinellato

A soli ventisette anni, Courtney Mary Andrews ha già all’attivo ben sei album. Un numero di dischi considerevole se si pensa che Courtney ha iniziato a incidere nel 2008. La svolta, però, è arrivata solo di recente, visto che la Andrews è balzata all’attenzione nazionale e internazionale nel 2016, anno di pubblicazione dello splendido Honest Life.

Un disco, quello, che aveva una genesi tutta europea. Courtney, infatti, ha scritto le dieci canzoni che ne componevano la scaletta durante un soggiorno di quattro mesi in Belgio. Nata a Phoenix, Arizona, ma trasferitasi da tempo a Seattle, la Andrews era volata a Bruxelles per rielaborare una storia d’amore finita male. Questa esperienza, il dolore, la solitudine dei giorni vissuti in terra straniera, la nostalgia di casa, la lontananza dagli affetti, sono gli argomenti che animavano le liriche, delicate e al contempo sincere e dirette, di un pugno di canzoni attraversate da echi West Coast e seventies, e da richiami al songwriting di Emmylou Harris, Carole King e Joni Mitchell.

May Your Kindness Remain si muove più o meno per le stesse coordinate, proponendo un filotto di canzoni ancora una volta scritte lontano da casa, durante l’ultimo tour americano ed europeo. Se, però, in Honest Life, la Andrews si guardava dentro, cercando di analizzare l’intimo dei suoi sentimenti, May Your Kindness Remain rivolge lo sguardo all’America di oggi, alle consuete mille contraddizioni della nazione, estremizzate però dalle politiche di Trump e da una società sempre più insensibile verso le istanze degli ultimi. Non è quindi un caso che il disco richiami nel titolo il bisogno di gentilezza come elemento per armonizzare le antinomie che conducono il paese verso una pericolosa deriva.

Sono proprio la gentilezza e la grazia, evocate anche dall’immagine di copertina che ritrae una Curtney pensosa e mollemente adagiata sul divano, ad animare le dieci canzoni che compongono la scaletta. Una musica dalla filigrana romantica e dolcemente malinconica, prodotta dalla mano esperta di Mark Howard (Lucinda Williams, Bob Dylan, Tom Waits, etc), che tesse un ordito dalla trama più complessa, mettendo in risalto il soprano volubile della Andrews attraverso chitarre riverberate e atmosfere soffuse e delicatamente vintage.

Un disco più maturo rispetto a Honest Life, che perde forse qualcosa in termini di immediatezza in favore di canzoni, però, maggiormente strutturate e omogenee. E’ la sensazione che si prova fin dall’emozionante title track, che apre il disco distendendo il tessuto vellutato di un country gospel tanto morbido quanto appassionato. Un incipit che benedice un filotto di canzoni tutte bellissime, i cui richiami agli anni ’70 sono ancora presenti nel country soul della pimpante Two Cold Nights In Buffalo e negli ammiccamenti radio frendly di Kindness Of Strangers, ma che è capace di offrire autentiche gemme anche nell’ondeggiante delicatezza del valzer di I’ve Hurt Worse o negli accenti rock e nell’hammond che divampa nella sensuale Border.

May Your Kindness Remain evapora nei languori country della nostalgica Long Road Back To You, commovente finale di quello che potremmo definire, usando un termine abusato, il disco della maturità di Courtney Mary Andrews. Un’artista, che non conosce passi falsi e che cresce in termini di scrittura e interpretazione, disco dopo disco, confermandosi una delle figure più brillanti e autentiche dell’odierno suono americano.