logo
MAKING MOVIESAL CINEMA
14/04/2018
Jeremy Dyson, Andy Nyman
Ghost Stories
Una reinterpretazione disturbante delle storie della buonanotte narrate accanto al fuoco, dal vostro amico dispettoso, pronto a cogliere il momento in cui catturati dal racconto, non vi renderete conto che sta per tendervi un tranello e terrorizzarvi a morte
di Sara Pillitu

“Come mai è sempre l’ultima chiave, quella che apre tutte le porte?”

Il Professor Philip Goodman è uno scettico… e vorrei ben vedere!

In un mondo di falsi santoni, sensitivi che orchestrano sedute spiritiche approfittando del dolore e della perdita, non si può che simpatizzare per Philip, sin dalla prima scena. La sua cinica bravura nello smascherare questi pseudo eventi soprannaturali gli hanno garantito uno show televisivo di successo e un bestseller sugli scaffali.

Ma Philip è anche un uomo borioso e miope e quando riceve una lettera da Charles Cameron, il suo più grande mito ed ispirazione del suo lavoro, stenta a credere a ciò che si ritrova davanti agli occhi e alla sfida che l’uomo gli propone: trovare una risposta scientifica a tre casi che Cameron non riuscì a risolvere nel corso della sua carriera di psicologo, mettendo così in discussione la sua posizione di scettico rispetto al mondo degli spiriti.

Tratta dalla famosa piece teatrale ideata dagli stessi registi del film, Andy Nyman e Jeremy Dyson, e in scena dal 2010, la pellicola ne mantiene la classe e la semplicità tipica dei soggetti che si svolgono in uno spazio fisico limitato, senza perdere di intensità o d’impatto.

Nyman passa davanti alla macchina da presa prestando il volto al Professor Goodman, la cui storia si evolverà un caso dietro l’altro svelando un legame personale.

Il primo caso racconta la terribile serata del guardiano notturno Tony interpretato dal bravissimo Paul Whitehouse. Alex Lawther interpreta invece Simon Rifkind, un ventenne problematico con degli assillanti genitori che resta in panne nel bel mezzo dei boschi. Lawther si conferma un interprete incredibile con la sua espressività e la capacità di dare vita ad un personaggio tormentato ed ossessivo che cattura la scena dal primo momento in cui compare davanti alla macchina da presa. Infine uno splendido Martin Freeman presta il volto a Mike Priddle, un arido uomo d’affari che ha avuto tutto dalla vita, tranne la vita stessa. Con la sua mimica e la sua espressività Freeman dipinge un uomo elegantissimo e arrogante, immensamente cinico e vuoto. Una notte nella sua lussuosissima casa vuota in attesa che la moglie dia alla luce il loro primo figlio cambierà tutto. E’ proprio Mike che, cercando di aprire il lucchetto che tiene serrata la porta del suo piccolo capanno nel mezzo della campagna, dice a Goodman: “Come mai è sempre l’ultima chiave, quella che apre tutte le porte?”.

Questa è infatti l’ultima storia, l’ultimo tassello che svela il senso del disegno, l’ultima tessera del puzzle. Goodman svelerà i misteri dietro a queste storie o sarà dannato per sempre come il suo predecessore?

E restando in tema, sapete quegli aneddoti tipici dei film horror degli anni 70 sui registi che si portavano il prete a far benedire il set? Beh Andy Nyman portò un rabbino suo amico nello Yorkshire e nel giardino di Jeremy Dyson, dove si svolgevano principalmente le riprese. La troupe ne fu molto felice e le riprese si svolsero senza alcun intoppo.

Pur mantenendo alcuni dei clichè tipici di questo genere, Ghost Stories ha una visione molto originale. Una reinterpretazione disturbante delle storie della buonanotte narrate accanto al fuoco, dal vostro amico dispettoso, pronto a cogliere il momento in cui catturati dal racconto, non vi renderete conto che sta per tendervi un tranello e terrorizzarvi a morte. Ecco, questo Nyman e Dyson sanno farlo davvero bene. Dormite sonni tranquilli, se ci riuscite…