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REVIEWSLE RECENSIONI
07/05/2018
Hop Along
Bark Your Head Off, Dog
Un disco fortemente narrativo, con l’incedere zigzagante di brani a struttura spesso non lineare, che seguono le evoluzioni delle linee vocali e cambiano spesso di umore e d’intenzione, rendendo non facile l’ascolto, specialmente le prime volte.
di Luca Franceschini

È una bella cosa, questo ritorno degli Hop Along dopo qualche anno di assenza. Mi ero imbattuto nella band di Philadelphia quasi per caso, vedendola suonare dal vivo in una location purtroppo oggi impraticabile, come quella de Il Maglio di Sesto San Giovanni, proprio accanto al Carroponte. Ero lì per altri motivi, più attento agli act che si erano esibiti nel pomeriggio piuttosto che a loro, che avrebbero chiuso la serata e che avevo ascoltato solo distrattamente. In realtà mi piacquero moltissimo, autori come furono di una performance energica e senza respiro, tecnicamente ineccepibile ed entusiasta, senza preoccuparsi del fatto che la sala non fosse propriamente gremita.

Li ritrovo oggi con “Bark Your Head Off, Dog”, un titolo linguisticamente vivace, (si potrebbe tradurre grossomodo con “Abbaia a crepapelle, cane”), ispirato ai ricordi d’infanzia di Frances Quinlan, terrorizzata da questo grosso animale dei vicini ma che poi, quando questi è morto investito da una macchina, ha imparato a volergli bene e ha capito che, in un modo o nell’altro, tutte le forme viventi sono un dono che dobbiamo accettare e custodire. Racconta tutto questo all’interno di canzoni dove la sua voce fa il bello e il cattivo tempo, col suo solito timbro potente e versatile, dall’espressività urgente di chi è abituato a concentrare una vita intera all’interno di tre minuti di brano.

Nulla di nuovo rispetto al precedente “Painted Shut”: ci sono sempre tantissime chitarre, a questo giro prevalentemente acustiche, sempre e comunque sparate a martello, in un’ideale simbiosi con l’ugola di Frances. Un disco quasi scarno, nella sua irruenza appassionata e dove il Rock grintoso ed epico targato anni ’90 si sposa con la passionalità Emocore che da sempre fa parte della storia della giovane singer.

Un disco fortemente narrativo, con l’incedere zigzagante di brani a struttura spesso non lineare, che seguono le evoluzioni delle linee vocali e cambiano spesso di umore e d’intenzione, rendendo non facile l’ascolto, specialmente le prime volte.

Un lavoro che si muove dunque nella stessa direzione degli altri ma si configura come maggiormente elaborato: lo si vede soprattutto in “Not Abel”, che inizia come una ballata acustica con tanto di archi pizzicati ma in seguito, con l’entrata di un riff robusto, si fa più elettrica e aggressiva, sempre con quel ritmo saltellante che caratterizza tutto il lavoro. Schema simile per “Look of Love”, con un’introduzione quasi da demo, molto scarna, e che cresce nel prosieguo, divenendo molto più piena e intensa. Di grande impatto anche “How You Got Your Limp”, impreziosita dagli archi (in generale molto più presenti che nei precedenti due dischi) e dominata come sempre da una vocalità arrembante.

Anche “Bark Your Head Off, Dog” mette in scena la vita e si confronta con la drammaticità del quotidiano, che siano i tormenti esistenziali di Frances (il paragone con una volpe malata in “Fox in Motion”), riflessioni più ampie sul potere e su come questo distrugga gli individui (“Somewhere a Judge”, dove compare anche un riferimento di cronaca alla pena capitale in Arkansas), la paura di invecchiare (“How Simple”), l’ironica consapevolezza di quanto sia difficile, se non impossibile, penetrare fino in fondo il messaggio di una determinata opera letteraria (“What the Writer Meant”).

E tra un’immagine di Jane Austen su un letto d’ospedale e la scoperta disarmata di “quanto può essere semplice il mio cuore”, scorrono canzoni dove la solarità prevale sulla rabbia e dove il tormento non cede mai il passo alla disperazione. Fuori tempo, probabilmente. Fuori moda. Eppure sempre bello, come sanno essere belle tutte le cose vere.