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REVIEWSLE RECENSIONI
09/05/2018
Reef
Revelation
Un ritorno atteso fin troppo tempo dai fan, che ormai disperavano di ritrovarli nuovamente insieme in uno studio di registrazione. La lunga attesa, però, è stata abbondantemente ripagata: i Reef hanno fatto un ulteriore salto di qualità, e questo disco, sanguigno e appassionato, è un autentico godimento
di Nicola Chinellato

E’ trascorso così tanto tempo dall’ultimo album in studio dei Reef (Getaway del 2000), che quasi ci eravamo dimenticati della loro esistenza. In realtà in questi diciotto anni, la band originaria di Glastonbury, oltre a scrivere le canzoni che avrebbero composto Reveletion, quinto full lenght della loro discografia (la stesura di alcuni brani è risalente addirittura al 2001), hanno affrontato cause civile, modificato la line up, con l’uscita del chitarrista Kenwyn House e l’ingresso di Jesse Wood, figlio del celebre Ronnie, e hanno continuato a suonare senza soluzione di continuità, partecipando a numerosi festival e testando sul palco, nell’ultimo anno, il nuovo materiale.

Le canzoni che compongono Revelation sono state oggetto di un lungo periodo di genesi, durato due anni e mezzo di limature e perfezionamenti, e poi sono state registrate in Irlanda sotto la supervisione di George Drakoulias, figlio artistico di Rick Rubin, e produttore che già aveva messo mano al secondo, e leggendario, album dei Reef, Glow (1997).

Il risultato di questa decantazione è un lavoro che risente delle esperienze accumulate in quasi un ventennio, un disco sorprendentemente vario ed eterogeneo nella composizione, eppure ben amalgamato e compatto nel suono. C’è un po’ di tutto nelle dodici canzoni che ne compongono la scaletta, dall’hard rock al gospel, dal soul al blues, fino addirittura al southern rock, a testimonianza della pronuncia più decisamente americana del materiale plasmato dalle sapienti mani di Drakoulias (che, non a caso, vanta un passato importante come produttore dei Black Crowes e dei Jayhawks).

Le danze iniziano con la sgommata hard rock della title track, un brano il cui riff di chitarra sembra uscito dalle dita di Angus Young. Zampata di selvaggio furore, che mette subito in luce le doti vocali di Gary Stringer, uno dei cantanti più eclettici in circolazione, capace di passare dalla raucedine assassina di Lemmy ai mugolii e agli acuti di plantiana memoria, declinando il tutto con un timbro decisamente soulfull.

Revelation è, però, un brano che trare in inganno, perché già dalla successiva My Sweet Love, il suono devia radicalmente in un melange sbarazzino di gospel, rock e folk, infiocchettato da uno splendido assolo di Jesse Wood e dal cameo di Sheryl Crow, che duetta meravigliosamente con Stringer. Decisamente gospel sono anche How I Got Over e la superba Don’t Go Changing Your Mind, un trascinante call and response che spinge divertito dalle parti di Aretha Franklin.

Le sorprese, però, non sono finite qui: Precious Metal è una cavalcata funky rock che schiuma adrenalina, Just Feel Love alterna un passo blusey e pesante a una melodia ruvida ma irresistibile, la ritmica al campanaccio e il riff accelerato di Ball And Chain evocano addirittura scenari sleaze, mentre Lone Rider e soprattutto Darling Be Home Soon ricordano sonorità southern alla Lynyrd Skynyrd.

Ci sono gran belle canzoni e melodie uncinanti in Revelation, elementi che, come si diceva, rendono il disco estremamente vario e divertente. E poi, soprattutto, c’è una band, i Reef, in palla come ai tempi d’oro di Glow, album con cui raggiunsero la prima piazza delle charts inglesi. Un ritorno atteso fin troppo tempo dai fan, che ormai disperavano di ritrovarli nuovamente insieme in uno studio di registrazione. La lunga attesa, però, è stata abbondantemente ripagata: i Reef hanno fatto un ulteriore salto di qualità, e questo disco, sanguigno e appassionato, è un autentico godimento.