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REVIEWSLE RECENSIONI
06/06/2018
Tori Forsyth
Dawn Of The Dark
L'australiana Tori Forsyth esordisce sulla lunga distanza con un disco di alt country, prevalentemente ombroso e malinconico, ma con qualche consessione al mainstream. Timbro sensuale e una ragguardevole estensione vocale
di Nicola Chinellato

Quella di Tori Forsyth è una storia recente, iniziata solo nell’inverno del 2015, quando questa giovanissima ragazza, nata e cresciuta nel New South Wales, regione collocata sulla costa est dell’Australia, decide di suonare per la prima volta in pubblico le proprie canzoni, nate per musicare una raccolta di poesie, da lei stessa scritte, intitolate Johnny & June e dedicate alle figure di Johnny Cash e June Carter.

Una serata che le ha cambiato la vita, svoltasi davanti a poche dozzine di persone in un locale di Gosford, dove un veterano della musica country, quale Bill Chambers, organizzava regolarmente delle jam night. Un’esperienza che la Forsyth ricorda con queste parole: “It was probably the perfect place for me to sing my first original song in public. It was really relaxed; everyone was supportive and there to hear people’s original music, not just covers at the local pub.”

L’incontro con Bill Chambers e con altri musicisti locali ha, poi, permesso a Tori, verso la fine del 2015, di registrare nei Soundhole Studios di Shane Nicholson, sotto la supervisione di Trent Crawford, il suo primo Ep, intitolato Black Bird. E siccome Shane Nicholson, che è una delle figura chiave del country australiano, si è innamorato della musica della Forsyth, da lì a firmare con l’etichetta Lost Highway Australia (la stessa etichetta di Nicholson) è stato un attimo.

Questa, per sommi capi, la genesi che portato alla pubblicazione di Dawn Of The Dark, un full lenght che supera le più rosee aspettative, visto che siamo di fronte a un’esordiente, e in cui la Forsyth dimostra già di avere, nonostante la giovanissima età, un songwriting personale e ricco di spunti interessanti. Se il disco si colloca in tutta evidenza in quel genere che potremmo definire alt-country, le dodici canzoni in scaletta, nelle quali si fa largo uso di strumenti tradizionali (violino, banjo, lap steel, etc), evidenziano però la capacità di mischiare un po’ le carte, con incursioni nel rock e nel pop.

Una musica che, sebbene in qualche episodio suoni anche mainstream, fortunatamente non scade mai in banalità e svenevolezze. Anzi. La scaletta è percorsa da un mood amarissimo, da atmosfere cariche di ugge, da paesaggi ombrosi  e da ambientazioni al limite fra il crepuscolare e il notturno.

Splendido il lavoro di Nicholson, qui in veste di produttore, sia nel creare equilibrio fra roots e melodie (l’iniziale Grave Robber’s Daughter), che nell’amplificare i languori malinconici (i saliscendi emotivi della conclusiva Kings Horses), ottime le canzoni, plasmate da una scrittura qualitativamente ben sopra la media, e soprattutto, eccellente la perfomance vocale della Forsyth, che gioca con il suo timbro sensuale e imbronciato, usando la forza di un’estensione impressionante, capace di prendere bassi e acuti con una facilità disarmante (l’intro a cappella di War Zone è in tal senso esplicativa).

Un esordio coi fiocchi, dunque, nel quale si passa dal maledettismo da dark lady nell’inquietante Hell’s Lullaby (“I drank holy water but it rotted my teeth”), alle atmosfere bluesy, livide e disturbate di White Noise, al pop country del singolo In The Morning, in cui è evidente il richiamo ad atmosfere vicine a Lana Del Rey, fino a improvvise accelerazioni d’indole cow-punk (Redemption). Da tenere d’occhio.