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TRACKSSOUNDIAMOLE ANCORA
Black Celebration
Depeche Mode
1986  (Mute)
ELETTRONICA POST-PUNK/NEW WAVE
all TRACKS
09/09/2019
Depeche Mode
Black Celebration
Più che un semplice incipit, “Black Celebration” è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un fragile monumento alla fragilità stessa dell’essere umano, manifesto concettuale che guiderà la band almeno fino a Ultra.
di Massimiliano Manocchia

Per molti è il disco della maturità, per altri la classica opera di “transizione”; per il sottoscritto è, semplicemente, il capolavoro dei Depeche Mode .

La gestazione è lunga, travagliata; prova ne sia l’arco temporale (due anni) frapposto fra questo e il precedente lavoro, e il fatto che i quattro basildoniani, per non lasciare a bocca asciutta un pubblico planetario appena conquistato e consolidare così un successo la cui portata era già andata oltre ogni più rosea aspettativa, si vedono costretti, tra aprile e settembre del 1985, a pubblicare due singoli inediti: la deliziosamente morbosa “Shake The Disease” e l’inutile “It’s Called A Heart”. Entrambe finiscono su The Singles 81-85, che ricapitola l’attività a 45 giri del gruppo, pubblicato dalla Mute in ottobre. La raccolta è da considerarsi a tutti gli effetti un bignami della loro prima fase, quella che va dal synth-pop sbarazzino degli esordi (firmato praticamente in toto dall’ex Vince Clarke) fino all’industrial-pop forgiato dall’accoppiata Gore/Wilder a partire da Construction Time Again (1983) e portato a compimento col susseguente Some Great Reward (1984).

Le prime frizioni a livello personale, assieme alla crescente tensione prodotta dall’estenuante perfezionismo di Gore in fase di registrazione, faranno slittare di quasi sei mesi l’uscita di Black Celebration, schedulata inizialmente per il mese di novembre del 1985; bisognerà quindi attendere la primavera del nuovo anno per far scendere la puntina sulle cadenze grevi e maestose dell’omonimo solco che inaugura il disco.

“Let’s have a black celebration / Black celebration / Tonight / To celebrate the fact / That we’ve seen the back / Of another black / Day”.

Più che un semplice incipit, “Black Celebration” è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un fragile monumento alla fragilità stessa dell’essere umano, manifesto concettuale che guiderà la band almeno fino a Ultra (1997): dieci anni vissuti sul filo del rasoio, in buona parte all’insegna dei cliché e degli stereotipi di una life style rockettara che pareva lontana anni luce dal loro DNA.

Intrisa di ambientazioni sempre più oscure che ne arricchiscono la profondità, la dimensione sonora si carica di una qualità del tutto nuova, “decadente” nel senso quasi letterario del termine. Non ancora spudoratamente rock come lo sarà da Songs Of Faith And Devotion (1993) e non più soltanto avanguardia pop, la musica dei Mode sembra toccare in questo greve limbo l’apice di quell’ispirata singolarità che li colloca tra i protagonisti di un ipotetico “canone europeo” della popular music.

Alle tensioni cui s’accennava poc’anzi si devono aggiungere anche i primi dissidi con la Mute. Per il lancio su scala mondiale dell’album, la band scelse come 45 giri apripista la straordinaria “Stripped”, ma l’etichetta – forse preoccupata delle implicazioni apertamente sessuali contenute nel testo – pose il veto per il mercato americano, optando, contro il volere dei quattro, per “But Not Tonight”.

“Black Celebration” è, come s’accennava poc’anzi, un vero e proprio manifesto, ancora oggi uno dei momenti più amati e accolti con silenzio quasi religioso nei loro concerti.


TAGS: BlackCelebration | DepecheMode | loudd | MassimilianoManocchia