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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
23/07/2018
Recensioni doppie
Valentyne Suite & Black Sabbath
Tra i due album esiste già in superficie, dalla copertina, un'eco curiosa di figure femminee: candida per i Colosseum, tetra per i Sabbath; figure che stanno ritte e immobili su sfondi sgranati e rossastri. Angelo e demone, o meglio Angelo di Vita ed Angelo della Morte? Troppo facile...
di Evil Monkey

Pur avendo ormai scritto, letto e farneticato tutto il possibile su un disco-monumento come l'esordio dei Black Sabbath (monumento molto più postumo di quanto si creda), spesso ci si dimentica che l'album, in origine inciso per la Fontana (l'etichetta di proprietà Philips di Troggs, Pretty Things e proprio Colosseum) fu invece dirottato alla Vertigo, una sussidiaria, sempre di proprietà Philips, specializzata nel divulgare la nascente scena underground al pari di Deram e Harvest.

Black Sabbath fu la sesta uscita per la Vertigo, nel febbraio 1970. Furono proprio i Colosseum, a loro volta passati di etichetta, ad inaugurare la label a spirale con Valentyne Suite appena 3 mesi prima: era il novembre 1969.

Tra i due album esiste già in superficie, dalla copertina, un'eco curiosa di figure femminee: candida per i Colosseum, tetra per i Sabbath; figure che stanno ritte e immobili su sfondi sgranati e rossastri. Angelo e demone, o meglio Angelo di Vita ed Angelo della Morte? Troppo facile...

Più in profondità, entrambi contengono in nuce una matrice blues-rock diluita a dismisura; da ceselli di eleganza e virtuosismo per i Colosseum, da pesanti jam al piombo per i Sabbath. Ed in effetti in quell'anno epoca di transizioni, le lunghe ed incoerenti parti strumentali del brano d'apertura, di Sleeping Village, i macchinosi cambi di ritmo, le divagazioni semi jazzistiche di Warning (una cover di Aynsley Dunbar!), facilmente potevano associarsi alla nascente musica “progressiva”, piuttosto che a quel nuovo genere metallico di derivazione puramente blues di Zeppelin, Jeff Beck e Spooky Tooth. Per non parlare dei testi parareligiosi, occulti, fantasy.

Fu dunque un abbaglio il trascurare quel potenziale metallico e satanista che l'album dispiegava?

Certo che sì, diremmo oggi, dopo una ventina di lp, molti dei quali emerita spazzatura. Eppure, all'inizio del 1970 le cose dovettero apparire differenti, ed un ascolto dell'esordio dei Sabbath vergine di tutta la loro epopea futura non smentisce del tutto il “dirottamento” sulla Vertigo. La quale diventerà davvero l'etichetta principale veicolo di tutta quella costellazione di stili liberi, crossover e fusion che oggi genericamente chiamiamo “progressive”. E da questo punto di vista la prima uscita, Valentyne Suite appunto, definì bene la linea. Curioso poi come in maniera del tutto opposta ai Sabbath, i Colosseum saranno presto dimenticati pur essendo davvero dei precursori: i primi (Those Who Are About to Die Salute You è del marzo '69) a definire le esatte coordinate del “Rock Romantico” che farà grandi Yes, ELP, Genesis e compagnia...

Certo quella di Hiseman, più che una rock band, era un’accademia di raffinati allievi della scena jazz e blues britannica, gente che aveva suonato con Mayall e Graham Bond. Il quartetto di Birmingham al contrario era a tutti gli effetti un manipolo di ragazzotti proletari senza troppa esperienza e parecchio fumati, che volevano fare un rock un po' troppo elaborato per le loro reali capacità. Un power trio (più voce monocorde) camuffato da emulo di Cream e di Led Zeppelin I, dove Dazed and Confused dovette avere un impatto non indifferente, perché le libertà e le divagazioni di questo album d'esordio, al netto del sound plumbeo (la vera innovazione del gruppo), sono notevoli. Notevoli e quasi mai fluide né “piacevoli”, ma tonanti, ipnotiche e stordenti: qui sta l'altro tratto distintivo. Nel gennaio di quello stesso anno, in America, i Grand Funk dell'”album rosso” stavano facendo esattamente la stessa cosa, privi della nebbia dark tipicamente albionica, ma certo con più cognizione.

Prendete, per contro, la solare elasticità e scorrevolezza “be-bop” dei brani dei Colosseum (The Kettle, immensa), la fantasia della batteria, la liquidità delle tastiere di un genietto trascurato come Dave Greenslade (grande atmosfera in Butty's Blues) e l'azzeccato tocco smooth jazz del sax di Heckstall-Smith. E subito metteteli di fronte ai giri di Butler che non riescono a fare altro che “doppiare” il riff di Iommi, per brani che non hanno alcun arrangiamento e alcuna armonia ma sono tutti incapsulati nel guscio di un singolissimo riff (generazioni di Stoner e Doom ringraziano per la sintesi...). Di tutt'altro canto sarà (ma solo da lì ad un paio d'anni) il prog tradizionalmente inteso, che su un riff o su una semplice progressione blues era in grado di costruire quelle mirabolanti digressioni di cui la Valentyne Suite è davvero un prototipo azzeccato.

La Vertigo era riuscita, a distanza di tre mesi e 5 dischi di separazione, nella piccola impresa di definire due dei filoni principi dei seguenti decenni di musica rock “alternativa”. Programmaticamente e volontariamente, l'opera dei Colosseum (formalmente la prima “suite” dell'epoca) avrà un impatto importante nel suo tempo; con maggiore casualità e forse quasi per errore, l'apporto dei Black Sabbath arriverà con latenza in un “altro spazio e in “altro tempo”, fino ad anni ben più distanti (ed è fortissimo ancora oggi nelle ultime generazioni di hard rock alternativo). Arriverà però grazie ad album meglio a fuoco e più immediati come Paranoid e soprattutto Master of Reality, piuttosto che con questo esordio fascinoso ma ancora incerto riguardo la propria identità; un metal per sbaglio, pensato e venduto al progressive, eppure premonitore di una musica diversa, nata da un'incomprensione, da imperizia e povertà tecnica, e proprio per questo proliferata come una erba velenosa grazie all'ipnotico impatto su un pubblico di ragazzini (fumati...). È quest'incertezza, questa fragilità intrinseca, a fare importante la bellezza ambigua ed inclassificabile di Black Sabbath, non il suo essere Manifesto (quale non è…), né gli “intervalli satanici”, né il pur virale riff di N.I.B. (eccoli i Cream di Sunshine of Your Love).

Sono la fantasia timbrica, la coesione pazzesca dei solisti, la solidità e la padronanza strumentale e rendere Valentyne Suite una gemma oggi impolverata e nel tempo troppo sfortunata.

Insomma, tra i due c'è davvero un capostipite, un prototipo che piacerà ai darwiniani della Storia del Rock; ma non è Black Sabbath...

Lascio aperto un ultimo dubbio, che nasce durante la scrittura di queste riflessioni, ma appare valido anche in molti altri casi.

All'epoca, la maggior parte delle recensioni di Black Sabbath furono negative: parti strumentali prolisse, pesanti, poche idee, tecnica approssimativa (se paragonata ai Cream ma anche ai più popolani Led Zeppelin). È stato il tempo, i due (non di più...) album successivi e forse il successo commerciale e la grande popolarità tra il pubblico a farci cambiare questo giudizio. Ma allora, se all'epoca i migliori critici (si, ci sono stati anche buoni critici e grandi intenditori...) lo ritennero un brutto disco, non è che avranno avuto un po' di ragione anche loro?

O sono i soliti incompetenti che affossarono anche i primi album degli Zeppelin e dei Grand Funk?

Siamo sicuri che il successo abbia sempre e comunque ragione? Siamo sicuri che ciò che oggi appare imprescindibile non lo sia solo per la sua storia piuttosto che per i suoi contenuti?

O - ed esagero - perché in seguito, altri musicisti, da quelle stesse idee, hanno tirato fuori dischi in realtà migliori del modello stesso? (Sleep e Melvins lo hanno fatto, ne sono sicuro...).

Rifletteteci...