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REVIEWSLE RECENSIONI
30/07/2018
Rex Orange County
Apricot Princess
...ci si può sedere con comodo e parlare della grandezza di un album che, pur non offrendo nulla di diverso da quel che va oggi per la maggiore, dimostra di declinare benissimo anche le cose più semplici.
di Luca Franceschini

Alex O’ Connor ha vent’anni ma il suo talento è quello di un individuo ben più maturo. Oggi che “Apricot Princess”, il suo secondo disco, quello che di fatto lo ha rivelato al mondo, viene stampato in vinile (in precedenza era disponibile solo in formato digitale) e che le partecipazioni ad alcuni dei più importanti festival estivi (tra cui il Primavera Sound, dove purtroppo me lo sono perso) ne hanno ulteriormente rivelato il valore, ci si può sedere con comodo e parlare della grandezza di un album che, pur non offrendo nulla di diverso da quel che va oggi per la maggiore, dimostra di declinare benissimo anche le cose più semplici.

Del resto, il background di cui è in possesso offre già indizi significativi: dal periodo di formazione alla BRIT School (da cui sono usciti gente come Adele e King Krule), fino alle collaborazioni con Tyler, The Creator, Skepta e Frank Ocean, tutto ci parla di un ragazzo con tutte le carte in regola per sfondare.

Non è un caso che le sue prime canzoni, caricate su Soundcloud come vuole il modus operandi di oggi, si siano fatte velocemente strada e lo abbiano portato ad incidere ben due Full Length, oltre al singolo “Lovin’ Is Easy”, probabilmente l’esempio più significativo della sua scrittura romantica e disincantata.

“Apricot Princess” si muove con disinvoltura tra Pop ed RnB, non disdegnando aperture all’Indie Rock più chitarristico, ed è ammantato di quel feeling Seventies che fa pensare ora a Stevie Wonder, ora a Billie Joel. Mac De Marco, Father John Misty, il Frank Ocean più intimista e meno sperimentale, sono i riferimenti contemporanei più evidenti, ma per il resto Alex fa il suo, attingendo a diversi calderoni e mescolando il tutto fino a creare un insieme non innovativo, come abbiamo detto, ma di rara efficacia.

Lo dimostrano già le atmosfere Lounge e vagamente jazzate della title track, che inizia come una ballata orchestrale ma che poi si arricchisce con l’entrata dell’intera band. Quindi, ci sono “Television/So Far So Good” e “Never Enough”, più veloci, chitarristiche e trascinanti. Una languida ballata come “Sycamore Girl”, impreziosita da una voce femminile o ancora il romanticismo leggero di “Nothing”, “Untitled” o “Waiting Room”.

Un disco che si ascolta tutto d’un fiato e che possiede già la definitività dei grandi classici. Se questo è quel che riesce a fare a vent’anni, ho idea che il nome di Rex Orange County lo sentiremo pronunciare un bel po’, nel prossimo futuro…