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REVIEWSLE RECENSIONI
05/08/2018
Jill Barber
Metaphora
Un disco assai piacevole da ascoltare, ma povero di idee originali e senza grandi colpi di coda
di Nicola Chinellato

Il cambiamento è una delle prerogative di Jill Barber, musicista inquieta, difficilmente etichettabile e sempre alla ricerca di nuove modalità di espressione artistica. Il suo esordio, Note To Follow So (2002), infatti, attingeva a piene mani dal folk, mentre Chances (2008) e Mischievous Moon (2001), dischi accarezzati da delicato ed elegante romanticismo, attingevano ispirazione dal jazz e arricchivano la scrittura della Barber di riusciti arrangiamenti orchestrali. Nel 2013, con Chansons, l’ennesima sorpresa di un album interamente cantato in francese con la reinterpretazione di classici a firma Edith Piaf, Serge Gainsbourg e Raymond Levesque. Nel 2016, con The Family Album, scritto e prodotto in condominio con il fratello Matthew Barber, ennesima svolta artistica verso il country e il folk, attraverso un pugno di brani originali e di cover di grandi autori canadesi (Gene MacClellan, Ian Tyson e Neil Young), che è valso alla cantante un Juno Award come miglior Contemporary Roots album.  

Non stupisca, allora, che la singer songwriter originaria di Vancouver torni sulle scene con un nuovo full lenght che si muove per coordinate stilistiche diverse da quelle che caratterizzavano i precedenti lavori, e affronti, con la consueta disinvoltura, sonorità ispirate, questa volta, al pop contemporaneo.

Composto esclusivamente da brani originali, quattro co-firmati con l’amico Ryan Guldemond, Metaphora è un disco che, a dispetto delle sonorità più accessibili e commerciali, presenta una serie di liriche ispirate dalla politica e da riflessioni del ruolo della donna nel mondo. Il disco, però, non regge il confronto coi predecessori: è elegante, ben suonato, curato negli arrangiamenti, originale nell’uso delle percussioni, ma francamente risulta abbastanza appiattito su standard prevedibili e soluzioni che innescano immediatamente il meccanismo del deja vù.

L’iniziale The Woman, il cui testo introduce le tematiche dell’intero lavoro (She’s the woman/The darkness and the light), è un pop soul ombroso, caratterizzato da ritmiche quasi tribali, che ricorda da vicino Stompa di Serena Ryder e ammicca per stile ad Adele. Pop e R’n’B anche per la successiva Girl’s Gotts Do, brano dal mood intrigante ma decisamente prevedibile nello svolgimento. Ed è questo il leit motiv di un disco assai piacevole da ascoltare (come non perdersi nel fascino solare e sbarazzino della radiofonica Hooked Your Heart o nell’aggraziata Love Is, dalle fragranze profumate di gospel?) ma povero di idee originali e senza grandi colpi di coda. Ad eccenzion fatta per la splendida Mercy, ballata pianistica, in cui la Barber esibisce il suo particolare timbro vocale da gattina imbronciata col vizio del fumo e dimostra di possedere ancora la qualità di scrittura che da sempre gli riconosciamo.