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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
05/08/2018
La musica e Il viaggio
Musica In Movimento
Perché il vero viaggio è la musica, e l’importante è ascoltare, non importa dove.
di Nicola Chinellato

Il tema del viaggio, sia esso fuga, errante movimento o perseguimento di una meta, ha creato da sempre molte suggestioni tanto in ambito letterario (cito per tutti Sulla Strada di Kerouac, Ruggine Americana di Meyer o La Ballata Di Charlie Thompson di Vlautin) che cinematografico (un numero di pellicole esagerate, da Marrakech Express del nostro Salvatores a Into The Wild di Sean Penn al mitico Easy Rider a firma Dennis Hopper). Motivo di tanta attenzione risiede probabilmente nel fatto che il viaggio è la metafora per eccellenza della condizione umana: tra l'inizio e la fine del cammino, una serie imprevista e sorprendente di eventi anima l’esistenza di un uomo e da senso e colori ai suoi giorni. Banale, ma ineccepibile: la vita è un viaggio, breve e low cost quanto si vuole, ma comunque un viaggio. Un percorso accidentato e spesso in salita, scandito da esperienze, conoscenze, amori, passioni, tragedie, e reso speciale da due sentimenti che giustificano la nostra presenza sulla terra: la speranza e la fascinazione per l’ignoto.

D’altra parte, cosa spinse Ulisse a intraprendere il viaggio più lungo, periglioso e tormentato che la storia ricordi? Da un lato, la speranza di riabbracciare Penelope e rivedere Itaca, dall’altro, il brivido di adrenalina generato dall’imprevisto, dall’inesplorato, dalla scoperta. L’uomo quindi vive in perenne movimento, mosso dalla speranza di un domani che non conosce e che potrebbe essere migliore dell’attimo presente, e spinto dalla perenne e onnivora curiosità di sapere cosa c’è dietro il suo angolo spazio temporale, oltre la propria limitata prospettiva.  Sia ben inteso che non è necessario, per viaggiare, spostarsi fisicamente e percorrere migliaia di chilometri, solcando cieli e oceani alla febbrile ricerca di non si sa che. Il viaggio della vita può essere affrontato anche navigando a vista o immersi in una relativa stasi: le grandi scoperte, spesso, si fanno proprio a pochi centimetri dal nostro naso, sfogliando le pagine di un libro, vivendo un dolore intensamente, carezzando il muso di un animale, guardando la medesima alba, ogni giorno, con rinnovato stupore.

Raccontare il viaggio significa dunque raccontare il corso dell’esistenza: cosa fa l’arte infatti se non replicare la vita? A volte, migliorandola, rendendola più avventurosa, insaporendola con le spezie del sogno, imbellettandola con i colori cangianti dell’amore; altre, invece, riproponendola così com’è, senza filtri, in tutta la sua cruda verità (è la differenza che passa fra Jean Paul Sartre e Jules Verne, o fra Dogma 95 e un kolossal hollywoodiano). E se tanta arte (film, libri, pittura) guarda al viaggio come artificio letterario per raccontare la speranza e il brivido dell’ignoto, che fine ha fatto la musica, e soprattutto che ruolo ha in tutto quello che stiamo dicendo? La musica, credo converrete con me, è la forma d’arte viaggiatrice per eccellenza, deve muoversi, è, anzi, sempre in perenne movimento.

Molti di voi in questo momento staranno aggrottando le sopracciglia e si staranno chiedendo se l’autore di queste pagine abbia bevuto. Un po’, si, lo ammetto, ma non è questo il punto e vi invito a riflettete: la musica per arrivare alle nostre orecchie, al nostro cuore, ai nostri stomaci, deve necessariamente viaggiare. Sempre. Chiudete una porta immaginaria fra voi e il libro che state leggendo, fra voi e un’opera pittorica, fra voi e il film che state guardando: vedete qualcosa? Vi state ancora nutrendo di arte? No. Chiudete due o tre porte fra voi e lo stereo che suona il Lacrimosa di Mozart, e le sublimi partiture del genio austriaco arriveranno comunque a voi. Il suono viaggia, la musica viaggia, la musica è un viaggiatore che magari fa fatica a raggiungervi, ma non tradisce mai, e per questo merita tutto l’amore che possiamo. D’accordo, direte voi, ma quando ascolti la musica utilizzando un lettore digitale? Mozart è nelle cuffiette, è statico, non fa un passo. Bella osservazione. Eppure, vi ricordo che intanto c’è un filo da percorrere (musica equilibrista) e che poi, spesso, il nostro lettore lo ascoltiamo mentre camminiamo o corriamo, e la musica non smette di starci a fianco (musica maratoneta).

La musica, dunque, è viaggio, la musica è in viaggio, la musica è per il viaggio.

Se prima avete aggrottato le sopracciglia, ora è il momento di farvi cadere le palpebre. Sentite questa. I nostri movimenti sul globo terrestre sono limitati: possiamo andare sempre in orizzontale (ma deviando, se troviamo un muro o una curva (la musica, no, attraversa il muro, e mette la freccia con voi) e, salvo usare aerei e sommergibili, molto limitatamente in verticale (e anche in questo caso, la musica, se ne avete voglia, è lì a farvi compagnia). La musica, invece va ovunque: avanti, indietro, giù, su’, a destra e a sinistra: lei, che sia classica, rock, jazz, soul, non conosce ostacoli. E la cosa che più sorprende è che, se vi sfagiola, non ha alcun problema a portarvi sempre con sé (musica badante). Non ci credete? Riprendiamo il nostro requiem di Mozart. Avete mai ascoltato il Confutatis Maledictis? Se non l’avete mai fatto, mettete le cuffie, chiudete gli occhi e fatevi sommergere dalle note: non vi sentite forse rapiti da una sinistra mano divina, afferrati per la collottola e trasportati in basso, sempre più giù, sotto la fredda terra, nel deliquio letifero delle tenebre? Ora, invece, cambiate cd e infilate nel lettore Il Concerto Di Colonia (1975) di Keith Jarrett, funambolico album dal vivo, in cui il pianista statunitense improvvisa per circa un’ora davanti al pubblico tedesco letteralmente esterrefatto. Le note, spero ne conveniate, sembrano uscire dal pianoforte tenendo per mano l’anima assorta di Jarrett (musica platonica), in un movimento ascensionale che vi porta diritti al limitare delle stelle, in un luogo imprecisato del cielo conosciuto solo a voi (e non sono l’unico a pensarla così, visto che Nanni Moretti, in Caro Diario, utilizza un estratto del concerto per un toccante omaggio a Pier Paolo Pasolini che è pura tendenza all’assoluto).

Avete ancora dei dubbi? Proviamo così, allora. C’è una musica che da sempre accompagna il viaggio, ed è una musica che predilige il movimento in orizzontale. Le chiamano road songs e sono canzoni che evocano il movimento, richiamano alla mente grandi spazi, raccontano di avventure, incontri, addii, amori di lontananza. Tutte circostanze di cui il viaggio si arricchisce, perché lo motivano, lo rendono indispensabile, lo giustificano. Citare tutte queste canzoni sarebbe un’impresa titanica, ma a voler assecondare almeno per un poco il sottile piacere del citazionismo, mi vengono in mente classici senza tempo come Born To Run di Bruce Springsteen (“Un giorno, piccola, non so quando, raggiungeremo il posto dove vogliamo davvero arrivare e cammineremo nel sole. Ma fino ad allora, i vagabondi come noi, amore, sono nati per correre”), Born To Be Wild degli Steppenwolf, Running On Empty di Jackson Browne, On The Road Again dei Canned Heat, Highway To Hell degli Ac/Dc. E qui mi fermo, perché per farne un elenco esaustivo, occuperei probabilmente centinaia di fogli. Altre canzoni, invece, pur non trattando il tema del viaggio, sembrano scritte apposta per essere ascoltate filando a cento all’ora in autostrada, il finestrino abbassato e nell’aria un sogno di capelli al vento che fa battere il cuore. Pensate a Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, e non ci sarà bisogno di altri esempi: l’ascolti e sai che nel preciso istante in cui parte il riff di chitarra, il tuo destino è premere il piede sull’acceleratore, cercare l’orizzonte, puntare lontano. E a voler continuare a cercare nelle pagine di storia, si scoprirà addirittura l’esistenza di interi dischi composti essenzialmente per accompagnare un viaggio. Mi viene da pensare soprattutto a Autobahn dei Kraftwerk, seminale disco di elettronica, che suona esattamente come lo sfrecciare convulso di automobili attraverso l’autostrada di un probabile, nonché plausibile, futuro.

La musica è una meravigliosa compagna di viaggio, mi pare che su questo non ci siano dubbi. Ma spesso non aspetta che voi siate d’accordo a mettervi in cammino con lei. Talvolta ci prende alla sprovvista, imponendoci il movimento anche quando saremmo propensi alla quiete. Così, le note all’improvviso arrivano e rapiscono il nostro corpo, invitandoci a una danza leggiadra, o facendoci dimenare freneticamente al tempo di un ritmo che magari non comprendiamo ma che, per qualche oscuro motivo, ci spinge ad agitare le braccia, a muovere con persistente moto ondulatorio la testa (gli inglesi, a tal proposito, parlano di headbanging), a battere ripetutamente il piede sul pavimento.

E che dire poi di quelli che comunemente vengono definiti moti dell’animo? Non è forse la musica spesso sprone di un trasporto che diversamente non sentiremmo? Quante volte la musica ci induce all’emozione, ci gonfia il cuore nel petto, riempie i nostri sensi di un’inaspettata gioia o ci spinge letteralmente alla lacrima, eccitando la nostra (mal)sana propensione alla voluptas dolendi?

Il mistero che lega la musica al viaggio, se mi si consente la metafora cinematografica, è soprattutto un’inquadratura in soggettiva. Che, al di là di ogni suggestione squisitamente romantica, ha trovato la sua perfetta realizzazione, attraverso la tecnologia. Anche questa considerazione è banale ma ineccepibile: nel corso degli ultimi trent’anni è cambiato il nostro modo di ascoltare musica. Al tempo dei vinili ci si accingeva all’ascolto di un disco come ci si dispone alla lettura, il corpo mollemente abbandonato sul divano, la consapevolezza di impiegare in modo esclusivo il tempo e l’animo recettivo all’afflusso delle suggestioni (vedete che c’è sempre un termine – afflusso -  che richiama il movimento?). Quella, a ben vedere, era un’attività culturale che richiedeva totale dedizione: ascoltavi un disco e te ne stavi lì, immobile in poltrona, ad attendere l’arrivo delle note come in chiesa si attende il climax dell’omelia del parroco. In seguito, con l’avvento prima del walkman, poi dei lettori mp3, e quindi dell’iPod e dello Smartphone, la fruizione della musica ha cambiato natura. Se le note hanno continuato a mantenere la loro natura vagabonda, noi abbiamo cominciato a vagabondare con loro. All’ascolto, infatti, sono misteriosamente cresciute le gambe e noi adesso ci ritroviamo a camminare insieme ai nostri dischi preferiti. Dal vinile alla musica liquida, da stasi a movimento, le canzoni che amiamo ci accompagnano ovunque, in qualunque ora del giorno, in qual si voglia circostanza.  

Perché ciò accadesse, la musica ha dovuto sottoporsi a un rigidissima dieta, è dimagrita ed è divenuta sempre più impalpabile. Il che, ne converrete, ha comportato alcuni aspetti decisamente negativi, bilanciati fortunatamente da indiscutibili vantaggi. Da un lato, siccome la magrezza non sempre è sinonimo di bellezza, il depauperamento fisico della musica ha inevitabilmente comportato un abbassamento della qualità dei nostri ascolti: i file compressi, infatti, suonano come uno scaracchio di lama al confronto anche della già non eccelsa orecchiabilità del cd. E c’è anche di peggio: la possibilità di ascoltare solo la singola canzone, dopo averla magari scaricata (rectius: piratata) dal web, ha creato intere generazioni di ascoltatori della domenica (ai tempi del vinile, alzarsi per spostare la puntina al solco successivo, solo per ascoltare il brano che ci piaceva di più, comportava un surplus di fatica che raramente eravamo disposti ad affrontare). Costoro si limitano dunque a una fruizione parziale, inconsapevole e frettolosa, che nulla ha più a che vedere con la cultura.

Orecchi una canzone, la cerchi sulla rete, la scarichi, l’ascolti qualche secondo e dopo poche note, se non ti sconfinfera, la cancelli come se nulla fosse. Dell’opera complessiva, quello che un tempo veniva chiamato album, il più delle volte nemmeno l’ombra. La qual cosa finisce inevitabilmente per scandalizzare gli ortodossi dell’ascolto, visto che ricondurre un intero disco a un’unica traccia è un po’ come affrontare un romanzo leggendone solo un capitolo o come guardare un film saltando con il telecomando, a casaccio, da una sequenza all’altra. Cosa possiamo davvero capirne? Nulla, ovviamente. Né approfondimento, né tantomeno cultura: così è solo musica-hamburger di cui cibarsi in fretta, una fast music che non esalta più il gusto ma solo il senso di sazietà, lasciandoci magari la pancia piena, ma il palato totalmente insoddisfatto. Si potrebbe obbiettare che un tempo, però, esistevano i 45 giri, supporto rigorosamente dedicato alla divulgazione di una sola canzone (più, ovviamente, il vituperato lato B). Vero. Ma è anche vero che, in primo luogo, quel vinile lo pagavi (oggi, alzi la mano chi compra un cd) e quindi finivi per ascoltarlo tanto da lasciarci impressi i solchi di un aratro; e poi, erano tempi più ingenui, in cui i 45 giri si impilavano a fianco del mangiadischi non tanto per un ascolto personale (per quello c’erano i long playing), quanto piuttosto per quella fruizione collettiva dettata dal ballo e dalle feste fra amici.

Eppure l’avvento della musica liquida ha cambiato, e in meglio, la nostra esistenza: forse non ve ne siete accorti, ma da qualche tempo le nostre vite possono essere accompagnate da una meravigliosa colonna sonora. Le canzoni che amiamo, infatti, possiamo portarle ovunque e ascoltarle in qualsiasi frangente: mentre corriamo, mentre nuotiamo, mentre osserviamo un tramonto, mentre diamo un bacio. E’ una rivoluzione straordinaria, perché la musica possiede un tocco magico, quello che rende più vivido un ricordo o trasforma in poesia anche l’esperienza più prosaica.

Viviamo in una società dove ogni cosa, anche la più bella, è destinata all’oblio; dove la frenesia dei nostri giorni e la banalità dell’omologazione ci rendono incapaci di ricordare. Fateci caso: tutti fotografano tutto, perché nessuno è più in grado di fermare l’attimo con lo sguardo e rielaborarlo con la fantasia. Fabbrichiamo ricordi che non abbiamo, dichiariamo la nostra esistenza in vita attraverso immagini insulse, a cui non sottende alcun racconto, solo perché siamo entità impalpabili e sempre più inconsapevoli di noi stessi. Così, se vogliamo resistere all’altrimenti inevitabile sgretolamento della nostra storia, tanto quella individuale che quella collettiva, possiamo solo affidarci all’arte. Leggiamo libri, allora, e guardiamo film, affoghiamo i nostri sensi nei colori di un quadro, osserviamo con attenzione le armoniose fattezze di una statua. Ascoltiamo musica, soprattutto. Alla fine, ne sono certo, sarà una canzone a salvarci.

La musica è con me, ogni ora del giorno, mi coccola nella quiete e accompagna i miei passi. E’ nel mio cammino, è nel mio movimento. Kerouac esaltava l’epopea del viaggio dicendoci che “L’importante è andare, non importa dove“. On The Road si intitola quel libro, e on the road è, per qualcuno, una filosofia di vita. I miei viaggi però non hanno nulla di romantico, nulla di epico, sono banali, perché strettamente legati all’incedere monocorde della mia esistenza.

Grazie alla musica, però, riesco a trasformare anche il ripetitivo percorso che la mattina mi separa dall’ufficio, la cacofonia di odori e rumori di cui è pervaso il tragitto della metropolitana o magari il piacevole soliloquio di una passeggiata in campagna, in un momento speciale, che vale la pena di vivere e di ricordare. Le luci della città di notte, il fascino maledetto delle periferie disagiate della mia Milano, il colore di quell’albero che non mi ricordavo così intenso, l’aspra bellezza della mia terra, quella natura così riluttante a mostrarsi, quando ti aspetta all’alba, dimessa e arruffata come una signora di mezz’età appena sveglia, hanno un fascino particolare anche nel silenzio cadenzato dal mio respiro. Eppure una canzone, rinvenuta fra tante grazie a un battito più forte del cuore, ha il potere di rubare quelle immagini all’oblio, di renderle ogni volta uniche. Perché il vero viaggio è la musica, e l’importante è ascoltare, non importa dove.