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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
07/08/2018
The Glezös Files
Schivando i sassi con Ivan Cattaneo
Se lo showbiz tricolore producesse la sua macchina della verità, il test con domande e risposte sarebbe più o meno così. Perché ad ogni incontro Ivan è un tappeto che si srotola da solo.
di Glezös

Partiamo da lontano. Ricordo un tuo intervento in un’assemblea al Circolo La Comune di Dario Fo in via Santa Marta a Milano nella primavera 1976, presenti Demetrio Stratos, Franz Di Cioccio, Giorgio Gaslini, Mauro Pagani e altri luminari. Avevi anticipato l’arrivo del punk, dicendo: “Voi non ve ne state accorgendo, ma sta arrivando un’ondata che vi renderà dei vecchi rincoglioniti. Credete davvero che tra un anno ve ne starete ancora lì a raccontarvela in attesa della rivoluzione?”. Pensavo ti avrebbero fucilato sul posto.

Ivan Cattaneo: Sì, ricordo. Con Demetrio avevo già avuto uno scazzo enorme in un collettivo alla chiesa sconsacrata in via Correnti a Milano, con lui che mi ripeteva: “Ma io faccio il cantante!”, e io che gli dicevo: “Non basta, non basta! Devi fare anche qualcos’altro!”. E avevo ragione, ne sono convinto tuttora. Oggi abito vicino alla donna di Nanni Ricordi, che è stata con lui per 40 anni e che in precedenza era stata la compagna di Gianni Sassi, mente e braccio della Cramps Records negli anni ’70. Bene, l’altro giorno lei mi ha detto: “Guarda che se non ci fosse stato Gianni a ideare il look e l’impatto visuale di dischi come ‘Arbeit macht frei’ o ‘Caution radiation’, gli Area non sarebbero mai venuti fuori in quel modo”. Ed è vero, perché erano dei musicisti molto bravi, ma la comunicazione non era il loro forte: Gianni Sassi era stato bravissimo a creargli intorno questo alone durissimo, che è riverberato intorno agli Area per tutta la loro carriera.

Nei tuoi primi tre album a fine anni ‘70 c’erano pezzi geniali che pochi conoscono e nelle tue serate nessuno richiede. Ma sicuramente tutti vorranno ancora ‘Italian Graffiati’ e la zebra a pois.

IC: I miei primi album erano avanti persino troppo, e forse lo ero anch’io.

A quei tempi quali erano i tuoi ispiratori? Guardavi a un’evoluzione d’autore del glitter rock di Jobriath o David Bowie?

IC: No. Io negli anni ’70 ascoltavo molto Frank Zappa, ma anche i classici del soul tipo Aretha Franklin. Non ascoltavo assolutamente Frank Sinatra, Dinah Washington o Sarah Vaughan, che magari ascolto oggi. Del periodo del glam mi piacevano cose tipo gli Slade, ma devo dire che mi piaceva un po’ di tutto, dai Pink Floyd di Syd Barrett ai gruppi del progressive fino a Laura Nyro. Ma alla fine facevo le cose mie. 

Neil Tennant dei Pet Shop Boys ha scritto che è ‘Come se il punk non ci fosse mai stato’. E’ davvero così?

IC: No, c’è stato. C’è stato tutto quanto, come tutto quello che è successo, non puoi prescindere da niente. Noi siamo arrivati qui perché c’è stato qualcosa prima, anche nelle situazioni peggiori. Il punk non fa eccezione e ha lasciato tracce evidenti dappertutto, persino nell’hip-hop. Poi c’è un altro aspetto, cioè quello della percezione economica del fenomeno. Mi spiego: gli hippy di una volta, le contestazioni, il ’68, il flower power di San Francisco sono state rivoluzioni tradite prima di tutto a livello economico, dal momento che i vecchi hippies si sono trasformati in yuppies, poi in professionisti, industriali eccetera. Culturalmente e come estetica questo passaggio è stato meno evidente, dato che le tracce del loro passato rimanevano. Ma questo solo a livello estetico, senza più lo stupore, l’ingenuità, senza più la voglia di lottare che c’era prima. Oggi si lotta solo per cose minime, per diventare più ricchi e non per cambiare il mondo. La mia generazione voleva cambiare il senso generale delle cose proprio per cambiare il mondo. Lo so che è una cosa ingenua: il solo pensarlo è bello, non importa se poi non hai raggiunto lo scopo. Pensarlo è bello lo stesso.

Hai partecipato al Festival Pop di Parco Lambro 1975, che torna spesso a galla in celebrazioni e rimpatriate dei reduci dell’epoca imbarazzanti. Che ricordo ne hai?

IC: Per renderti conto dell’atmosfera, la sera prima della mia esibizione erano salite sul palco le Pentole & Fornelli -che erano tra le prime femministe- e la gente aveva gridato di tutto: “Troie! Vacche! Schifose!”, e via di questo passo. Al festival di Parco Lambro c’era un equivoco di base: Andrea Valcarenghi -oggi Mahjid- l’aveva ideato e proiettato come Festival del Proletariato, della controcultura e di tutto quello che vuoi, quando nella realtà la controcultura apparteneva a un’élite. Le 100.000 persone che erano lì erano troppe e non attrezzate: non avevano né le armi né la cultura per capire quello che stava avvenendo. Quello del Parco Lambro era un festival di massa, non di controcultura: al massimo ci potevi trovare il militante extraparlamentare alla Potere Operaio, non certo quelli che potevano arrivare al tipo di cultura delle prime femministe e dei primi gay. Aggiungici che Nanni Ricordi -il mio discografico, che mi stava lanciando- aveva deciso con Valcarenghi e gli altri dell’organizzazione che il mio passaggio era importante per loro: un nome nuovo che fa un discorso nuovo, dichiaratamente gay e che propone cose di cui non si parla mai. Quindi il programma era di farmi esordire al Festival di sera, tra le esibizioni della Premiata Forneria Marconi (all’epoca degli Dei in terra)  ed Edoardo Bennato, anche lui già famosissimo. E io sono arrivato sul palco in mezzo a questi due giganti con la mia chitarrina, con una paura tremenda, dicendo: “Io sono omosessuale, questa canzone è dedicata al mio amore”. E tutti mi gridavano “Culooo!!!”, mi volevano menare, lanciavano i sassi…gli organizzatori mi hanno fatto scendere dal palco e mi hanno nascosto, io ero scioccato e ho detto a Valcarenghi e agli altri: “Ma ragazzi, avete fatto un errore voi!”. E gliel’ho ripetuto anche anni dopo: io ero un ragazzino, avevo vent’anni, ma voi eravate più vecchi di me. L’ho detto molto tempo dopo anche a Nanni Ricordi: “Non hai capito che quello non era il festival della controcultura, ma una cosa di massa, con la gente che ci andava perché lì si facevano le canne e c’erano le donne nude da scopare”, perché quella era la storia. Quindi il giorno dopo eravamo saliti sul palco io, Mario Mieli e le femministe -su YouTube c’è la scena- gridando: “Noi ce ne andiamo perché questo è un festival razzista e contro gli omosessuali, e noi non ci rispecchiamo nè in questa cultura nè in questo modo di fare”. E ce ne siamo andati causando un casino, perché anche se noi allora non ci pensavamo quella era una situazione chiara fin dall’inizio: eravamo capitati nel mezzo di un festival di massa, e la massa non era pronta. L’ho detto molto dopo a Nanni Ricordi: “Con me hai fatto quell’errore: strano, perché avevi lanciato tanti cantautori anche difficili, da De André a Gino Paoli a Jannacci. Con me invece hai sottovalutato il grande pubblico: mai farlo sfidare a un marziano”.

L’altra notte su Retequattro hanno trasmesso un tuo passaggio del 1978 in una trasmissione con Patricia Pilchard. Cosa pensi quando ti rivedi lì?

IC: Penso alla situazione del momento e a quello studiolo tv a Milano 2, in un barettino che aveva uno scantinato nel quale scendevi attraverso la classica botola. E in questa cantina avevano ricavato lo studio minuscolo di Telemilano, la tv di Berlusconi all’epoca. Nelle immagini non si vede, ma nel retro c’erano le casse delle gazzose: era lo stesso in cui registravano il programma Chewing Gum condotto dal primo Claudio Cecchetto. Pensa un po’ che roba. Chissà che fine ha fatto, la Pilchard.

Il tuo nome è indissolubilmente legato agli anni ’80, eppure per storia personale e artistica sei un personaggio quasi antitetico a quell’epoca. Colpa di un successo meramente discografico, o era la tua attitudine a essere fraintesa?

IC: Questo punto è un mio grande rammarico, ed è una croce che mi porto addosso. Io dico sempre che non è la zebra a essere a pois, ma la lebbra: ‘Una lebbra a pois’, proprio. Non sputo nel piatto dove ho mangiato, ne sono anche contento: la prima operazione di revival di ‘Italian graffiati’ era intelligente e aveva portato una lettura postmoderna degli anni ’60 alla massa. Questa cosa l’aveva tentata qualcuno a Bologna nei primi tempi del punk, ma nessuno l’aveva portata al grande pubblico in modo interessante. Il mio rammarico è che in questo modo la gente mi ha conosciuto nella maniera più superficiale, senza sapere niente dei primi album, del mondo poetico che volevo proiettare, della pittura e delle performance artistiche che facevo. Tutto questo veniva cancellato completamente, e questo per me è tuttora un grande, grande dolore. 

Maurizio Arcieri riferendosi ai tempi dei suoi ‘Cinque minuti’ negli anni ’60 mi diceva sempre che chi ha avuto un passato è condannato a ripeterlo.

IC: Quando hai un passato di successo sì. Paul McCartney l’ha detto più volte: “Potrei scrivere altre cento ‘Yesterday’, probabilmente le ho anche scritte, ma non servirebbe a niente perché il pubblico non mi riserva più l’attenzione di una volta”. Quando fai una cosa che arriva alla massa diventi quella cosa e solo quella, a meno che tu non riesca a diventare popolare senza arrivare mai al grandissimo successo, e in questo caso puoi riuscire a fare capire meglio quello che sei davvero. Ad esempio, ricordo quando Laurie Anderson fece il botto nel 1980 con ‘Oh Superman’, e per lei fu pericolosissimo: aveva il terrore di diventare un personaggio tutto new wave anni ’80, quando in realtà lei veniva da un mondo artistico incredibile, quindi si fece un po’ indietro. E’ sempre meglio non essere troppo famoso, meglio una via di mezzo. Ripensando a Maurizio mi viene in mente una sera a New York nel 1982: eravamo andati insieme al Danceteria, e lì ho conosciuto John Lydon. C’erano anche i Certain Ratio, che erano molto amici dei Krisma, e una sera arriva lì una ragazzotta che si esibisce su delle basi con tre negretti che le ballano attorno. Io la guardo e dico: “Questa non arriverà mai da nessuna parte”. Era Madonna. Per anni Maurizio ogni volta che mi incontrava mi chiedeva: “Com’era quella frase su Madonna? Dov’è che non sarebbe mai arrivata?”.

Cosa pensi degli artisti gay di lungo corso che non hanno mai fatto outing?

IC: Penso che certe cose o le fai quando sei giovane e hai coraggio o non le fai più. Ai tempi il mio coraggio era stata Londra, ci ero andato nel 1971 a 18 anni, lasciandomi dietro le spalle un’Italia addormentata e molto provinciale. Vivevo a Portobello Road in una comune gay, e quando sono ridisceso in Italia avevo un coraggio fortissimo ed ero diverso dagli altri, mi sentivo forte, e in più ci devi aggiungere la giovinezza e tutto quello che vuoi. Io mi sentivo così, ma se quella forza non ce l’hai quando sei giovane non ce l’avrai più. Perché quando sei vecchio ti vuoi proteggere, vuoi un po’ di privacy, quindi o lo fai all’inizio o non lo fai più. Ad esempio io oggi non farei nessun outing perché sono geloso della mia privacy, insomma sono affari miei. Direi ovviamente che sono gay, ma per certi versi non mi metterei in piazza. Anche perché ho sempre detto che in me veniva prima l’uomo, e il fatto che questo uomo fosse gay veniva molto dopo.

Conosci Renato Zero da tanti anni. Che tipo è?

IC: L’ho visto ultimamente. E’ una persona molto tranquilla, e mi ha fatto trasparire di essere un tipo che non vuole problemi né complicazioni. Uno che vive del suo lavoro, delle sue cose e della sua memoria, perché è un grande personaggio e questo l’ho sempre pensato. Non mi è mai piaciuto musicalmente, nemmeno all’epoca, anche se era un grossissimo personaggio da palcoscenico e aveva una sfrontatezza unica: era molto forte, sicuramente più forte di me. Lui mi adorava e ai miei inizi voleva produrmi, ma ci fu una lotta tra lui e Nanni Ricordi, che mi disse: “Se vai con lui con me hai chiuso, e non farai più niente”.

Escludi che Renato avrebbe potuto essere un po’ geloso di te?

IC: Non lo so, ma ai tempi mi ammirava molto. Anch’io ammiravo lui come personaggio, ma eravamo mondi completamente diversi. Per dire, recentemente Renato ha organizzato questa mostra nella quale esibisce i suoi vestiti di scena storici: io non potrei mai fare una cosa del genere, perché non ho abiti di scena. Lui era un personaggio nato dalla fantasia, io ero punk ed ero uno di strada, che poteva abbinare le cose ma non farsele disegnare addosso. Lui non andava per strada con i vestiti che aveva sul palco, io sì perché erano i miei vestiti di ogni giorno. Io ero come mi vedevi.

Ripensandoci, ti sarebbe piaciuto essere prodotto da lui?

IC: Non mi fidavo. Non mi fido a farmi produrre da un altro artista, e in seguito proprio Renato ha dimostrato di non essere stato capace di tirare fuori l’anima di quelli che produceva, da Yo Yokaris a Farida. Con l’eccezione di Caterina Caselli, che ha cambiato alcune regole nel nostro paese, gli artisti non sono capaci di produrre altri artisti.

Nemmeno Bowie con Lou Reed o Iggy Pop?

IC: In quei casi sì.

Oggi c’è in giro qualcosa che ti piace?

IC: Non ascolto molto. Di straniero attualmente non saprei, di italiano ascolto pochissimo, anche perché guardo i talent show e mi cadono le palle per terra.

A questo proposito, cosa ti rimane di ‘Music Farm’ e dell’ ‘Isola dei famosi’?

IC: Mah, Music Farm è stato anche bello perché era una prima assoluta, anticipava X Factor ed è stato divertente: era sostanzialmente un karaoke di lusso ma eravamo lì a fare quello e il programma non aggiungeva niente a livello musicale, ma Music Farm non era un talent show. All’ Isola dei famosi invece ho quasi stabilito il record negativo di  permanenza: solo Catherine Spaak c’è rimasta meno tempo di me, non c’è neanche andata e questo le va riconosciuto. Il problema di fondo è che oggi sembrano tutti convinti che la creatività sia dovuta a una bella voce. E ovviamente non è vero, altrimenti non ti spiegheresti come mai gente come Jovanotti, Madonna o Leonard Cohen abbiano successo. Se un Bob Dylan, un Guccini o un Tom Waits andassero nuovi, freschi e vergini a un talent li rimanderebbero a casa sicuramente, perché non potrebbero avvalersi del loro mondo poetico, dovrebbero cantare pezzi degli altri, quindi cade subito tutto. E i giudici di un talent sono molto falsi: sono tutte persone intelligentissime, da Morgan a Piero Pelù, ma che vanno lì sapendo benissimo questa verità di fondo, e cioè che non è la voce a fare la differenza. Perché avere una bella voce è un dono di natura, come avere un bel nasino o un bel culo, ma se dentro non ci metti la creatività e tutto il resto la tua voce non è assolutamente niente.

Sei passato indenne da Parco Lambro all’ ‘Isola’. C’è una ricetta per attraversare di tutto rimanendo integro?

IC: Non sono rimasto integro, mi sto ancora leccando le ferite.

Ma né ‘Music Farm’ né l’’Isola’ ti hanno sminuito agli occhi del pubblico, nessuno si è scandalizzato.

IC: In effetti no, è vero. Perché è vero anche che l’ho sempre messa sull’ironia del giocare, che secondo me è un aspetto importante anche se non bisogna giocarci troppo. 30 anni fa ero talmente gasato di mio che mi ripetevo che ero bravissimo, superiore, che potevo fare tutto, anche le cazzate. E ‘Italian graffiati’ l’ho fatto proprio con quello spirito, l’ho cantato tutto in un pomeriggio -alla cazzo, tra l’altro-, perché la ‘Zebra a pois’ era ironica, la prendevo in giro. E nella mia superiorità mi sono detto: “Ma sì, facciamolo, tanto è una cazzata”, e all’inizio non era nemmeno per farci un album, ma dei video per il programma tv Mister Fantasy. Ai tempi avevo sempre questa magnanimità di dire: “Dài, buttiamoci, divento piacione-popolare”, ma poi invece l’ho pagata. Me ne sono accorto quando ho fatto 14 puntate a Domenica In in un talent show che era una cosa orribile, dove accoppiavano i giovani aspiranti ai big. Mi sono trovato lì con Tony Dallara, Rosanna Fratello e altri, ed è stato terribile ma non a causa loro, quanto per l’assenza totale di rispetto da parte della televisione. Perché mi sono accorto che quando vai in tv ci vai a fare le cose che vogliono loro, non sei l’artista che va lì a portare le sue cose. E allora ho deciso che non andrò più in televisione. Non mi piace che tutti dicano tutto ovunque: su Facebook Diego Della Palma ha annunciato la sua volontà di suicidarsi, poi ha precisato che lo farà tra 10 anni. E allora che suicidio è?

E i social network?

IC: Ci vado alcune volte, ma non sono Gianni Morandi. Ogni tanto ci metto delle cose, ma mi accorgo che voglio ancora fare un po’ la star, nel senso che non voglio essere troppo raggiungibile: i social sono troppo social, e io mi sento un po’ aristocratico. Anche perché diversamente perdi un po’ di questo alone. Per dire, Gianni Morandi si fa vedere sui social mentre innaffia le piante: ma chi se ne frega? E poi partecipa alle polemiche sugli immigrati, e poi è contento se gli clicchi ‘mi piace’…A me fa piacere che mi seguano su Facebook, ma non è di per sé un punto di partenza né di arrivo. Il mio punto di partenza è avere un teatro a disposizione per fare le mie cose, perché penso che la gente abbia più attenzione se paga il biglietto per venire a vedermi. Perché le cose oggi le devi pagare, dato che i dischi li scarichi, non li paghi più e non hai più un culto come quello di tenerti vicino i tuoi vinili, quando io, tu e la gente come noi si ricorda benissimo com’era uscire di casa e andare a comprare i primi LP. Andy Warhol era il Dio del multiplo, della serialità, il suo discorso aveva un senso negli anni ’60 ma adesso non vale più: oggi è completamente l’opposto, devi cercare. Così il mio prossimo dvd d’arte lo voglio realizzare in modo che ogni singola copia sia unica, ogni copertina dovrà avere particolari che avrà solo quella copia, come se chi la acquistasse stesse comprando un quadro.

Questo nuovo lavoro ha un titolo?

IC: Dovrebbe chiamarsi ‘Scruto lo scroto’ (risate e sconcerto, nda). Sottotitolo: ‘Meditazioni di un sessantenne post-sessuali e post-spirituali’. C’è un motivo: nella mia vita ho fatto troppo sesso, troppo rock’n’roll, troppa spiritualità. E oggi non avendo più una tematica sessuale da seguire, ormai sono arrivato al punto di scrutare una parte ormai inutile del corpo come il perineo e lo scroto, che non hanno una vera funzione sessuale.

Rifaresti tutto così come l’hai fatto?

IC: No. Sicuramente non dopo l’esperienza di essermi dato troppo per molti versi alla popolarità e alla televisione, che oggi per me è un demonio, sia guardarla che farla. Anche la troppa informazione non è un bene, perché crea un romanzo e una drammaturgia. Tutto diventa Bossetti e Yara, zio Michele e Sarah, e poi l’Isis che viene fatta vedere in un modo che alimenta di tutto, senza capire che un’informazione di questo tipo crea l’apologia. Quindi col senno di poi in televisione non ci andrei più, o meglio ci andrei se mi facessero fare quello che voglio io, ma siccome so che non sarà mai così e che sarà sempre peggio, beh, allora non ci vado e basta. Non mi vedrete dietro ai fornelli nel programma di Benedetta: a volte vorrei quasi essere così, ma non è nella mia natura.

Non andresti nemmeno al Festival di Sanremo?

IC: Ci dovevo andare qualche anno fa. Avevo mandato un pezzo a Carlo Conti, ‘Madama di vento’, e lui un giorno mi chiama: “La tua canzone è bellissima. Senti, ma tu sei ancora amico di Patty Pravo? Facciamola fare a lei, no?”. E io a spiegargli che sì, eravamo amici e che Patty aveva questo pezzo già da un anno e gli piaceva molto, ma aveva dei problemi vocali in una parte della canzone. E poi dietro quel pezzo c’è tutta una storia: ‘Madama di vento’ è una canzone vecchia, che avevo scritto una sera con Fabrizio De André a casa di Nanni Ricordi. Era un gioco tra me e Fabrizio: lui aveva scritto ‘La canzone di Marinella’, e io gli ho detto: “Tu hai composto una canzone su una prostituta morta, e io adesso ne scrivo una su una mignotta lesbica”. Nell’entusiasmo del momento iniziamo a lavorarci sopra, e Fabrizio mi fa: “Intitoliamola ‘Madama di vento’”. C’era solo il ritornello e a me non convinceva perché Fabrizio lo cantava con quella sua voce bassa e profonda, che in quel pezzo non funzionava. Quindi l’ho mollata lì, insieme alle altre 800 canzoni che ho scritto. Poi però riascoltandola anni dopo mi sono detto che era bella e l’ho data a Patty, raccontandole l’aneddoto. Lei mi ha detto: “Beh, allora sarebbe molto bello dire che l’ha scritta De André”. Le ho detto che l’avevo scritta io, non lui: Fabrizio aveva sì dato uno spunto, un contributo, ma il pezzo è mio e non voglio che si scriva che è di De André. Così alla fine non se n’è fatto niente. Io a Sanremo ci sarei andato, ma penso che ormai non abbia più quell’importanza. Anche perché con le cose che sto facendo adesso il Festival probabilmente mi riporterebbe fuori strada. 

Ti senti sottovalutato?

IC: Molto. Non è falsa modestia: mi sento sottovalutato, ma forse il modo giusto per dirlo è che non mi sento conosciuto per quello che ho fatto. Non sono nemmeno riconosciuto, perché la maggior parte della gente dice di me: “Ah, quello che cantava le canzoni degli anni ‘60”. Finita lì, ed è una cosa molto brutta, perché anche se dico ‘Polisex’ molta gente non la conosce, se dico ‘Male bello’ nessuno sa cosa sia. Lo sa Patty Pravo perché l’ha cantata lei, lo sanno gli addetti ai lavori, ma la maggior parte della gente no.

 Sei felice?

IC: Sono predisposto a essere felice, ed è già molto. Io sono felice quando creo: se durante la giornata ho fatto qualcosa di creativo ci ripenso la notte, prima di addormentarmi, e tutto mi galleggia lì davanti. Quando invece non creo, mi addormento dicendo: “… e anche oggi non ho fatto un cazzo”.