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REVIEWSLE RECENSIONI
29/08/2018
The Beths
Future Me Hates Me
Nuova Zelanda per me vuol dire soprattutto Yumi Zouma e Broods, band i cui rispettivi esordi mi avevano letteralmente folgorato qualche anno fa, ma sicuramente ci sono un sacco di altre cose che bollono in pentola in quel lontano paese, sin dagli anni ’80 teatro di una scena musicale effervescente.
di Luca Franceschini

Intanto sono arrivati i The Beths. Un gruppo che, tempo un paio di singoli, ed ero già lì ad aspettare spasmodico il disco di debutto, con le canzoni dell’ep di due anni fa che riuscivano solo parzialmente a colmare l’attesa. Difficile, con tutto quello che esce, ricordarsi che c’è il disco di una band sconosciuta che deve uscire, eppure loro ce l’hanno fatta. Oggi che ce l’ho in rotazione da un po’, posso dire che “Future Me Hates Me” ha superato anche le più rosee aspettative della vigilia. Il quartetto, che di fatto elabora le idee principali della cantante e chitarrista Elizabeth Stokes (la quale non nasconde di aver scelto il monicker riferendosi al proprio nome di battesimo), ha scelto la più classicamente Indie delle varie declinazioni del Pop, infarcendolo di chitarre (tantissime e tutte molto distorte e rumorose) e di melodie aperte e bellissime. Più simili agli Alvvays che ai Blossoms (per fare un paio di nomi tra gli act di questo genere di cui si è parlato di più recentemente), anche se meno “smithsiani” e molto più Punk nell’attitudine (canzoni come “Uptown Girl” o “Not Running” hanno un che di ruvido e graffiante nel loro ritmo trascinante), questi ragazzi di Auckland, amici da una vita e con un passato da studenti di Jazz, sono riusciti a confezionare un disco dove davvero nulla appare fuori posto.

La combinazione perfetta di riff anthemici e ritornelli che vi ritroverete a cantare a squarciagola già al secondo ascolto, è il segreto di un album che, per quanto banale e forse anche eccessivamente adolescenziale, possiede tutta l’autorevolezza dei grandi classici.

Canzoni memorabili, piccoli inni spensierati che parlano di avventure amorose e di drammi giovanili, sempre con quello sguardo scanzonato di chi con la musica vuole innanzitutto divertirsi, piuttosto che sfogare le proprie angosce esistenziali.

Copertina coloratissima, due video (“You Wouldn’t Like Me” e la title track) che giocano entrambi sull’auto rappresentazione e sulla caricatura surreale del loro ruolo di musicisti, “Future Me Hates Me” condensa in quaranta minuti tutte le ragioni del perché un certo tipo di Pop (chiamatelo Indie, Power, Flower o come diavolo volete), non solo non passerà mai di moda, ma sarà sempre e comunque indispensabile, anche per ascoltatori che, come il sottoscritto, hanno ormai abbondantemente raggiunto l’età adulta. Anche perché, in questo caso particolare, siamo in presenza di un gruppo che suona come Dio comanda (in questo il Jazz potrebbe avere aiutato) e pur nella linearità delle sue costruzioni, riesce anche ad essere in qualche modo raffinato (certe armonie vocali dal retrogusto Sixties, certe sovrapposizioni chitarristiche di grande gusto). Saranno in tour in Europa a novembre e non ci sono date nel nostro paese. Lancio ufficialmente un appello a qualche promoter volonteroso…