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REVIEWSLE RECENSIONI
28/09/2018
Paul Weller
True Meanings
Ciò che non convince pienamente è l'eccessiva uniformità di un disco che forse avrebbe trovato maggiore forza in una minore lunghezza...
di Alessandro Menabue

Fresco sessantenne (è nato il 25 maggio 1958), Paul Weller pare fermamente intenzionato a smentire quella regola non scritta secondo la quale molti musicisti, una volta superata la soglia dei cinquant'anni, tenderebbero a diventare assai meno prolifici. Artista simbolo del rock britannico, sulla cresta dell'onda da più di quattro decenni - prima con The Jam, poi con gli Style Council ed infine, a partire dai primi anni 90, come solista - il Modfather ha pubblicato in tutto 26 album, sei dei quali negli ultimi dieci anni. A parte alcuni momenti di flessione (gli ultimi album con gli Style Council, i solisti "Heliocentric" e "Illumination") il suo talento compositivo ha sempre mantenuto standard altissimi, consentendogli di seminare capolavori non solo in gioventù ma lungo l'arco dell'intera carriera: da "Wild Wood" (1993) fino al penultimo "A Kind Revolution" (2017), passando per "Stanley Road" (1995), "As Is Now" (2005) e "Wake Up The Nation" (2010).

Il quesito che sorge spontaneo dopo l'ascolto di un album non immediato come "True Meanings", pubblicato a soli sedici mesi di distanza dal disco precedente, è dunque più che ovvio: ci troviamo di fronte ad un nuovo capolavoro? Probabilmente no. Il giudizio - e ci rendiamo conto di deludere coloro che da una recensione si aspetterebbero una valutazione definitiva - resta sospeso proprio in virtù della singolarità di questo album all'interno della discografia di Weller. Seguendo le orme di alcuni suoi illustri colleghi, etichettati frettolosamente da critica e pubblico come squisitamente rock, il mod di Woking spiazza tutti, probabilmente perfino se stesso, dando alle stampe il suo primo album (quasi) acustico. Registrato inizialmente su una scarna ossatura di sola chitarra e voce, durante la lavorazione si sono aggiunti diversi altri strumenti: hammond, violino, mellotron, autoharp, fiati, glockenspiel. E gli archi, presenza costante ed in certi casi ingombrante, come nel caso della delicata Glide a cui forse avrebbe giovato una maggiore essenzialità.

Qualcuno si è stupito di rintracciare all'interno delle quattordici tracce del disco, oltre ai consueti riferimenti che da sempre distinguono l'opera di Weller, le influenze di artisti come Neil Young o Nick Drake, quasi costituissero un sorprendente elemento di novità; evidentemente c'è chi nel corso della carriera di Paul si è perso brani come Wild Wood, Fly Little Bird, Black River o la reinterpretazione (presente nell'abum di cover "Studio 150" del 2004) di Birds dell'Old Man canadese. Ciò che davvero risulta inatteso sono invece i testi dell'album: abbandonati i consueti toni battaglieri e spesso sarcastici, Weller sceglie un linguaggio intimo, pacato ed insolitamente ottimista, indiscutibilmente adeguato a quello che è l'incedere musicale dell'album. Ciò che non convince pienamente è l'eccessiva uniformità di un disco che forse avrebbe trovato maggiore forza in una minore lunghezza: quattordici brani, non tutti imprescindibili, per una durata di 54 minuti sono forse eccessivi per un album (quasi) acustico e rischiano di stancare gli ascoltatori meno pazienti, per quanto possa essere piacevole ascoltare la voce di Paul. Una voce che con il passare del tempo non ha perso un'oncia della sua magia ma si è anzi impreziosita, acquistando nuova espressività e calore. Queste canzoni, e questo è uno degli aspetti più felici di "True Meanings", sono probabilmente il miglior vestito che la voce di Weller, oggi, può indossare.

Non un capolavoro, dicevamo. Ma il giudizio definitivo - se può esisterne uno - resta per l'appunto in sospeso e magari ne parleremo ancora. La sensazione è che "True Meanings", ascolto dopo ascolto, possa solo migliorare.