logo
REVIEWSLE RECENSIONI
11/10/2018
Alkaline Trio
Is This Thing Cursed?
“Is This Thing Cursed?” ci riconsegna una band completamente rinvigorita, capace di convogliare in 13 pezzi tutta la passione, il dolore e l’esperienza di un lustro allo stesso tempo entusiasmante e difficile.
di Jacopo Bozzer

Anche se sono passati cinque anni dal precedente lavoro in studio – un intervallo di tempo tutto sommato accettabile –, l’attesa tra My Shame Is True e questo Is This Thing Cursed? è sembrata per lo meno il doppio. Tanto che, nonostante le continue rassicurazioni fatte da Matt Skiba, Dan Adriano e Derek Grant nel corso degli anni sullo stato di salute della band, in pochi si aspettavano che questa entrasse in studio e registrasse un album in tempi brevi. Con Skiba coinvolto a tempo pieno nella scrittura del novo disco dei Blink-182 e Adriano impegnato in mille progetti (i The Falcon assieme Brendan Kelly e Neil Hennessy dei The Lawrence Arms e la propria band, i Dan Andriano in the Emergency Room) sembrava impossibile che gli Alkaline Trio trovassero il tempo per qualcosa che non fosse solo qualche sporadico concerto in apertura ai riuniti Misfits. E invece, in piena estate, a sorpresa, nel giro di poche settimane è arrivato prima l’annuncio delle date del tour negli Usa poi quello della pubblicazione di Is This Thing Cursed?.

Registrato al The Lair di Culver City in tre settimane nel mese di aprile e prodotto da Cameron Webb (Motörhead, Pennywise, NOFX), il nono album in studio degli Alkaline Trio è una sorta di macchina del tempo sonora che riporta la band di Chicago dalle parti dei primi due dischi, Goddamnit (con il quale c’è anche un evidente richiamo attraverso la copertina d’impianto kubrickiano) e Maybe I’ll Catch Fire. Abbandonato il doom & gloom di Good Mourning e Crimson, in Is This Thing Cursed? gli Alkaline Trio da un lato recuperano la spensieratezza giovanile grazie a canzoni ficcanti e uptempo piene di chitarre e armonie vocali, dall’altro, però, non si tirano indietro e, da adulti che hanno passato la quarantina, non si nascondono e fanno i conti con i propri demoni, raccontando a cuore aperto le loro fragilità, la nostalgia per Chicago, la depressione che ha colpito Dan Adriano, le conseguenze legate al disturbo bipolare di cui soffre Derek Grant e commentando senza giri di parole la situazione politica americana.

Come accade alle band Punk che hanno la fortuna di invecchiare con grazia, con il tempo la furia giovanile viene incanalata e gestita con perizia attraverso l’esperienza. Le parabole artistiche di Descendents e Bad Reglion insegnano che è possibile pubblicare album memorabili, dal songwriting solido e con la stessa determinazione e onestà intellettuale degli esordi anche se si è al quarto decennio di attività. Gli Alkaline Trio sembrano seguire la stessa traiettoria, dal momento che Is This Thing Cursed? è un album compatto, ispirato, con materiale che non farà fatica a trovare spazio nella scaletta dei concerti della band, come il trio iniziale “Is This Thing Cursed?”, “Blackbird” e “Demon and Division”. Qua e là, però, non mancano le sorprese, come “Pale Blue Ribbon” e “Little Help?”, due pezzi Punk in tutto e per tutto che nascondono a fatica una forte radice Country. Oppure l’invettiva anti-Trimp di “I Can’t Believe” o “Goodbye Fire Island”, un pezzo ispirato al controverso Fyre Festival (al quale Skiba era stato invitato a suonare con i Blink-182) nel quale si mischia distopia, ambientalismo e un’inquietante atmosfera che ricorda Il signore delle mosche.

In una recente intervista concessa all’edizione americana di «Rolling Stone», Dan Adriano raccontava di come, giunti al termine della tournée promozionale di My Shame Is True, gli Alkaline Trio si sentivano intrappolati in una sorta di routine che neanche un’idea come la serie di concerti “Past Lives” – un giro di spettacoli ristretto a una dozzina di città nei quali la band suonava per intero due album a serata – sembrava capace di spezzare. Cinque anni dopo, Is This Thing Cursed? ci riconsegna una band completamente rinvigorita, capace di convogliare in 13 pezzi tutta la passione, il dolore e l’esperienza di un lustro allo stesso tempo entusiasmante e difficile. Lontano dall’essere perfetto, il nono album della band di Chicago è però un lavoro estremamente onesto, nel quale emozione e mestiere vanno a braccetto. La formula è sempre la stessa – dopotutto è solo Pop Punk fatto con chitarra, basso e batteria –, ma non è mai sembrata tanto necessaria.