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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
07/10/2018
Le interviste di Loudd
Gwenno - a cura di Luca Franceschini
Quando il sempre gentile staff della Spin-Go mi ha avvisato che la ragazza avrebbe aperto i Suede e che sarebbe stata disponibile per interviste, non ci ho pensato due volte.
di Luca Franceschini

Terminati i tempi delle Pipettes, Gwenno Saunders ha preso il suo nome di battesimo e ne ha fatto il monicker attorno a cui costruire la sua carriera solista. Ha scelto di cantare in cornico, la lingua della Cornovaglia, parlata ormai da una comunità di sole 500 persone e che lei, che da parte di padre è gallese, ha imparato dalla nonna materna. Il primo disco, “Y Dydd Olaf” è del 2016 e col suo Folk Pop dal delizioso vestito elettronico, ha cominciato a gettare luce su un progetto che, a descriverlo a parole, non sembrerebbe essere destinato a riscuotere chissà quale seguito. E invece le cose sono andate ben diversamente. “Le Kov”, uscito questa primavera, ha raccolto buone recensioni, ha fatto circolare il nome al punto tale che gli Suede, non esattamente gli ultimi arrivati, le hanno chiesto di aprire il loro tour europeo. Tutto questo mentre in Italia siamo ancora qui a farci i film sul fatto che: “Se non canti in inglese non vai da nessuna parte.”. La verità è che bisognerebbe smetterla di ascoltare la musica a partire dai testi e cominciare a pensarla come ciò è realmente: un linguaggio universale che tutti siamo programmati per capire.

Dal canto mio, questa intervista è nata per caso. Dovevo già andare a vedere Brett Anderson e soci nella loro data milanese ma non avevo assolutamente idea che ad aprire ci fosse Gwenno. “Le Kov” è stato uno dei dischi che ho ascoltato di più questa primavera, la sua freschezza mi ha travolto, la sua immediatezza e la sua fruibilità, nonostante fosse cantato in una lingua incomprensibile, mi avevano intrigato non poco.

Ragion per cui, quando il sempre gentile staff della Spin-Go mi ha avvisato che la ragazza avrebbe aperto i Suede e che sarebbe stata disponibile per interviste, non ci ho pensato due volte.

Nonostante i disagi del traffico milanese (lei e la band, viaggiando separati dagli headliner, sono partiti col loro furgoncino da Parigi, dove avevano suonato la sera prima) e nonostante abbia a malapena avuto il tempo di mangiare un boccone e di effettuare un rapido soundcheck, Gwenno mi si presenta rilassata e sorridente, più che disponibile a rispondere alle mie domande. Poco dopo, quando salirà sul palco per una mezz’ora intensa e bellissima, capirò che il segreto sta proprio qui, nella sua voglia di suonare, di cantare le sue canzoni e di connettersi con la gente, annullando ogni barriera linguistica e culturale per andare al cuore di ciò che davvero ci unisce come esseri umani.

 

Direi di partire dal tuo nuovo lavoro, “Le Kov”, che mi è piaciuto tantissimo e che ho trovato un netto passo avanti rispetto al precedente. Mi piacerebbe sapere qualcosa riguardo alla lavorazione dell’album, di come hai portato avanti il processo di scrittura, gli arrangiamenti… sono canzoni semplici alla base ma anche molto profonde, ci sono dentro parecchie cose…

Ho realizzato il primo disco assieme a mio marito Rhys (Edwards, musicista e produttore, che la sta seguendo anche in tour NDA) e anche il secondo lo abbiamo fatto insieme, scrivendo in coppia anche un paio di canzoni. È stato effettivamente un lavoro enorme sviluppare gli arrangiamenti delle canzoni. Eravamo anche molto stretti coi tempi per cui non è stato facile. Avevamo in mente il paragone con il primo disco, dove anche lì abbiamo avuto poco tempo ma qui ad ogni modo è stato meglio perché, dopo parecchio tempo che lavoriamo insieme e portiamo avanti diversi progetti anche extra musicali, come ad esempio un programma radio, abbiamo imparato ad essere più concisi e l’intesa tra noi è migliorata, siamo riusciti a trovare un terreno comune tra le nostre diverse preferenze e le nostre idee su come qualcosa doveva uscire fuori. È per questo che anch’io penso si tratti di un miglioramento rispetto all’album precedente. Abbiamo parlato molto di come realizzare le varie parti, di come portare avanti gli arrangiamenti, abbiamo ascoltato un sacco di musica. Da ultimo, ci siamo concentrati molto anche su come portare queste canzoni dal vivo, su come avremmo voluto che suonassero. Il primo lavoro era stato molto semplicemente un compromesso con l’elettronica però poi abbiamo suonato dal vivo per un anno intero e siamo in qualche modo divenuti dipendenti da tutta quell’energia che si creava sul palco. Ecco perché, nonostante io ami molto l’elettronica e ce ne sia ancora in questo disco, il tutto suona molto più organico, spontaneo. Abbiamo davvero imparato a lavorare insieme e adesso sono al punto che non vedo l’ora di fare un altro album per scoprire che cosa succederà! È veramente una sensazione positiva, l’idea che la prossima volta riuscirò a fare ancora meglio!

Nonostante tu abbia scelto di cantare in una lingua pressoché sconosciuta e immagino anche parecchio difficile da parlare, le tue canzoni sono sempre molto immediate, specialmente nei ritornelli. Come ci riesci?

Credo sia una questione di bilanciare gli opposti. Ho senza dubbio un background Pop e mi piace scrivere melodie immediate ma allo stesso tempo anche l’aspetto del testo è importante: voglio dire, penso sia molto meglio avere una bella melodia che dica qualcosa di interessante piuttosto che una bella melodia con un testo piatto, no? Credo si tratti di trovare il modo in cui gli opposti si bilanciano tra loro e lavorare su queste contraddizioni: è questo che rende la musica interessante.

Ma come ti è venuta l’idea di usare questa lingua per le tue canzoni?

Mi piace viaggiare per l’Europa: in ogni paese si parlano lingue diverse, qui in Italia avete addirittura un sacco di dialetti! Per me questo disco è stato come un modo per abbracciare l’Europa. Poi è strano perché io parlo cinque lingue ma in Gran Bretagna non è normale, a meno che tu non abbia un background multiculturale. Per me era dunque importante fare una scelta del genere, per far vedere che è importante essere multilingue e che tutte le lingue in fondo si equivalgono, non importa da quante persone sono parlate. Credo che sia un buon antidoto per impedire alle cose di divenire troppo noiose, banali, di ripetere sempre le stesse cose. È anche interessante usare una lingua diversa, perché la lingua è come una pittura, dipingi cose diverse, e in qualche modo diventi molto più consapevole del perché lo fai. Anche perché il processo è molto spontaneo: quando scrivo in cornico non mi faccio troppe domande, dico le cose che voglio dire usando quella lingua, funziona allo stesso modo che con l’inglese anche se di fatto sono due lingue diverse, perché è attraverso la musica che io adopero la lingua e il fatto di connetterlo con la musica rende il messaggio universale.

È interessante questo perché recentemente ho parlato di te ad un’artista italiana che canta in italiano ma con un background molto internazionale e si parlava del fatto che, se davvero si volesse, si potrebbe esportare il proprio prodotto all’estero anche se la gente non capisce quello che canti…

Sì, è vero, quel che importa è il suono della lingua e le influenze che hai. Il problema della musica è che è per molti versi un processo inconscio mentre spesso noi tendiamo a razionalizzare. Quando scriviamo una canzone ci chiediamo: “Per chi la sto scrivendo?”. Per cui, soprattutto all’inizio del processo creativo, è importante trovare la propria libertà, senza essere troppo condizionati dalla coscienza. Per me cantare in cornico è fondamentale per fare questo, per trovare una connessione col pubblico: non sanno che cosa sto cantando ma vedono perfettamente come mi sento. È questo che significa fare musica! Dopo tutto, anche la mia collezione di dischi è piena di album di cui non capisco le parole ma è bello comunque, c’è una varietà che è poi quella che rende interessante il mondo. Siamo diversi, abbiamo varie influenze ma alla fine, nella musica, si arriva sempre ad un punto comune di unità.

Ho visto recentemente il documentario che hai realizzato assieme a Steve Glashier e l’ho trovato davvero interessante, un modo per conoscerti di più, per andare più al cuore della tua arte. Per esempio, guardare i luoghi dove vivi è un aiuto non indifferente per connettersi con le tue canzoni, secondo il discorso che facevi prima…

Volevamo semplicemente fare qualche cosa di diverso. Steve ha diretto il film e io ho scritto la sceneggiatura. È stato un modo di esplorare nuovi territori; adoro i film, mi piacciono molto anche a livello di mood, non solo per la narrativa e questo in particolare è stato un modo per spiegare le tematiche del disco, come se fossero delle note a piè di pagina. È stato un po’ come fare un’intervista ma facendola in forma di film, con anche me che ballo e cose così…

E in effetti i paesaggi hanno aiutato molto, sono davvero splendidi…

Vero? È stato un po’ come creare un mito…

A proposito di mito: hai intitolato il disco “Le Kov”, riferendoti se non sbaglio ad una sorta di città immaginaria…

In Cornovaglia e in Galles ci sono tutte queste leggende riguardanti città sommerse, che gli dei avrebbero fatto sprofondare nel mare a causa del comportamento dei loro abitanti…

Un po’ come Atlantide per i Greci…

Sì, è la stessa cosa. Ho voluto immaginare un posto dove il cornico fosse parlato e che fosse anche un posto dove fuggire, dove rifugiarsi. Sai, dopo che hai vissuto tutta la tua vita in un’isola, il desiderio di scappare un po’ ti viene (ride NDA)! È stato un po’ il tentativo di fuggire dalla mia realtà fisica per abbracciare una dimensione più idealizzata, in un posto che fosse migliore, che avesse dei valori diversi rispetto a quello dove vivo ora. Ho voluto essere positiva, in pratica. Spesso sono lamentosa per cui ho semplicemente pensato di immaginare un posto che fosse piacevole e divertente.

Beh, in effetti la tua musica trasmette parecchie vibrazioni positive…

Davvero? Pensi questo?

Beh, sì, soprattutto quest’ultimo lavoro è particolarmente Pop…

È vero, già! Mi fa piacere che sia così!

Senti, cosa vuol dire per te essere in tour con un gruppo così importante come i Suede?

È indubbiamente un onore essere qui, è un onore che ci abbiano invitati ad aprire i loro concerti. Sono persone meravigliose, gentili e generose, sto imparando tantissimo da loro anche perché il loro livello di energia è davvero pazzesco! Come fanno a fare così? Non riesco davvero a capirlo! Per cui a stare con questi grandi gruppi impari tantissimo anche perché non è mai facile essere se stessi, uscire soddisfatti da una performance, per cui quando vedi loro che fanno le cose con quella naturalezza lì o addirittura dicono a te che sei andata bene, è davvero rassicurante, rappresenta un bel punto di forza ricevere conferma da gente come loro.

E dopo questo tour cosa farai?

Abbiamo in programma un piccolo tour in Gran Bretagna, da headliner, questa volta. Dopodiché ci metteremo a scrivere un altro disco. Come ti dicevo, non vediamo l’ora, siamo davvero eccitati a riguardo! Anche perché, quando sei in giro e fai il pieno di tutta questa energia, hai davvero voglia di canalizzarla da qualche parte…