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MAKING MOVIESAL CINEMA
11/10/2018
Bradley Cooper
A Star is Born
Diciamolo fin da subito: A Star is Born non è un bel film.
di Lisa Costa

No, è una raccolta di ottime - davvero ottime - canzoni, a cui fa da contorno una storia flebile che anche se ha dalla sua 135 minuti per svilupparsi, non lo fa.
Si scrive tutto questo senza aver visto l'originale del 1937 (ci sono stati anche altri due remake, nel 1954 e nel 1976) e quindi ogni paragone non è ammesso, ma quel che manca a questo remake è una sostanza, una struttura, come si deve.
E sì che di materiale ce ne sarebbe a sufficienza, ma Bradley Cooper al suo esordio alla regia preferisce puntare ancora e ancora sulle canzoni, correndo veloce nella storia d'amore fra il suo tormentato Jack Maine e la stella nascente Ally.

L'inizio è di quelli che fanno ben sperare, con i due che si incontrano in un locale di drag queen, con La vie en rose (performance, però, sottotono, o forse canzone ormai abusata al cinema) a fare da cupido, e una notte passata insieme a conoscersi e cantare. Un po' improvvisamente, va detto, con scene che in fase di montaggio potevano essere inserite meglio.
Si preme l'acceleratore comunque, e dopo una performance a due che incendia il palco e il cuore del pubblico - e fa tornare la voglia di scrivere e vivere a Jack, cantautore country-rock - i due partono per un infinito tour, in cui la musica li unisce, la passione ancor di più. Tutto cambia quando Ally viene notata da un produttore, quando per la sua musica cambia aspetto, modi e scrittura, soprattutto, lasciando indietro Jack, sempre più attaccato alla bottiglia.
Ora, oltre a un tema simile (lei che realizza un sogno e cambia, lui alcolizzato), sì piuttosto abusato ma comunque interessante se ben gestito, ce ne sarebbero altri da approfondire, come un rapporto complicato con un fratello che sembra un padre e con un padre che non c'è più, per non parlare dei problemi d'udito che si aggravano in Jack man mano che i mesi passano. Invece, questi temi ritornano solo quando fa comodo, escono di scena per tornarci solo provvisoriamente, stordendo un po'. Anche perché gli spazi vuoti sono riempiti solo dalla musica, da perfomance effettivamente belle, ma non capaci di sostenere il resto. Così, precipitosamente, con star che fanno la loro comparsa (Alec Baldwin, Dave Chappelle) si arriva ad un finale inaspettatamente tragico che no, non mi aspettavo e che no, non giustifico. Anche se ci provano a farlo proprio nell'ultimo atto, e lo si dice pur avendo sentito le lacrime spuntare nell'ultima, intensissima canzone I'll never love again.

È un peccato quindi che il risultato sia piuttosto deludente, sia per Cooper che dimostra di cavarsela dietro la macchina da presa (pur se con un montaggio su cui ci sarebbe molto da dire) e che grazie a quella voce, a quella barba ha davvero il giusto fisico del cantante country scavato, sia per la naturalezza estrema di una Lady Gaga quanto mai in parte, a cui il ruolo – sempre - calza a pennello.
Un peccato poi per canzoni che oscurano il resto, e che potrebbero pure far arrivare alla sufficienza, visto come sanno colpire al cuore ed entrare nelle cuffiette (Shallow e Always remember us this way in particolare). Ma tutto questo, va da sé, non basta.