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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
30/11/2018
The O'Jays
Ship Ahoy
Insomma, se qui parliamo di capolavoro è a ragion veduta e non, come troppo spesso accade, una parola usata a sproposito.
di Leo Giovannini

Sono passati già quarantacinque anni dacché il capolavoro degli O'Jays, "Ship Ahoy", licenziato per la Philadelphia International, fece la sua comparsa nei negozi di dischi del pianeta Terra; un album monumentale che ha avuto diverse ristampe nel corso del tempo, mi preme qui ricordare quella del 2013 che vide l'aggiunta di tre brani come bonus track: una bella versione live di "Put Your Hands Together" e le single version di "For The Love Of Money" e "Now That We Found Love", quest'ultima portato al successo dalla band giamaicana Third World nel 1978. "Ship Ahoy" va ad inscriversi nel filone del soul di protesta, che già con "What's Going On" di Marvin Gaye, "There's A Riot Goin' On" di Sly Stone e successivamente "There's No Place Like America Today" di Curtis Mayfield, diedero una bella scossa al movimento della musica soul, facendola uscire dall'innocenza del suono Motown.

In questo caso la copertina del disco ci fornisce un indizio su quel che andremo ad ascoltare: vediamo infatti l'illustrazione dell'oblò di un veliero con all'interno dei volti, compresi quelli della band in primo piano, raffigurati come dei fantasmi; sono quelli di chi, donne, uomini e bambini strappati dalla terra madre, se ne andrà in catene a lavorare per i signori della nuova frontiera, "la terrà della libertà", solo che per loro resterà una bella parola senza significato per molto tempo. Lavoro e morte, questo è quello che trovarono.

L'album come detto è una produzione della Philadelphia International, le canzoni sono per la maggior parte composte dai produttori del disco, Gamble & Huff, la premiata ditta che inventò il Philly sound, con l'aggiunta in alcuni brani della penna di Bunny Sigler, Mc Fadden & Whitehead e Anthony Jackson. Forse è proprio grazie alle caratteristiche di questo sound che l'album, pur trattando tematiche "pesanti", risulterà un successo di vendite e di critica. Non è comunque il tipico disco "Philly" così come lo conosciamo, anzi, tutto il lavoro è improntato da sonorità gospel sotto traccia, che vanno a sublimarsi nella title-track, dove da una intro che riproduce il rumore delle onde del mare, le urla e gli schiocchi di frusta all'interno del veliero, si passa al coro dei dannati e al racconto cantato del viaggio dall'Africa all'America attraverso l'atlantico,  nove minuti di canzone - chiamata e risposta - che sono forse il più bel racconto in musica di quella che fu la vergognosa tratta degli schiavi.

Non solo di questo si parla nel disco: da una parte si affrontano tematiche quali l'avidità ed il materialismo, descritti nel secondo singolo tratto dall'album, "For The Love Of Money", pezzo funk duro e crudo che Rolling Stone ha definito come "downright orgiastic". L'inquinamento del pianeta è narrato nel brano "The Air I Breath", ma il disco contiene anche messaggi di speranza: lo è "Put Your Hands Together", primo singolo tratto dall'album, una richiesta di fratellanza tra le persone, lo è in parte "Now That We Found Love", che parla della lotta per i diritti civili in America, una canzone metafora sui successi conseguiti dal movimento ma anche una mesta constatazione dei compromessi fatti per ottenerli.

Insomma, se qui parliamo di capolavoro è a ragion veduta e non, come troppo spesso accade, una parola usata a sproposito.