logo
SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
05/12/2018
VINILI
L’esordio dei The Last Drop of Blood, tra western gotici, polvere e pensieri dolci
“Siamo in un’epoca post-moderna e il bello di questo è che puoi fare tutti gli esperimenti che vuoi. Così possiamo vestirci da cowboy gotici e suonare quello che vogliamo…”
di Paolo Tocco

Un vinile che quando gira non la smette e guai a fermarlo. Dovrei affinare la mia cultura linguistica per capire bene se questa pronuncia inglese (anzi americana direbbe qualcuno, non sapendo poi affermare se e quali siano le giuste direzioni) sia corretta o meno. Ma a me suona bene e anzi, suona anche meglio di quel che ci si aspetti. Siamo nelle Americhe del western gotico come piace definirlo alle etichette dei media, ma siamo anche tra le sensazioni ballabili e romantiche di un grande pop/rock, di route enormi e sconfinate, sporco di ruggine e sospeso di polvere, su quelle strade lunghe che gli amori ce li siamo belli che lasciati alle spalle. E siamo nella scrittura vissuta permeata da questo suono molto deciso a raggiungere quel rock non troppo grezzo, speziato di guglie gotiche certamente ma anche dolcemente intervallato da bizzarri cambi di programmi e decise aperture in vetro soffiato, che tra bolle d’aria acida e qualche gioco di colore scuro lasciano intravedere panorami che oserei definire post-atomici.

Occhio al video del singolo di lancio che è poi divenuta title-track del disco e del progetto tutto che esordisce oggi, per mano della pregiata produzione di Shawn Lee (lui sì che è americano, e si sente tanto direi), che oggi si fa suono e disco in vinile per il mercato italiano che forse ha pochi strumenti per andare oltre i cliché delle grandi televisioni. Oggi che le promozioni su Spotify pubblicizzano la grande novità di poter saltare da brano in brano illimitatamente e già dopo pochi secondi, oggi che gli artisti gareggiano per sconfiggersi a vicenda… oggi quindi che cade a fagiolo l’immaginario di un cadavere nella neve da trascinare con fatica verso un dove che in fondo non ha importanza. Torneremo a fare la rivoluzione un giorno. Per ora i TLDOB hanno detto la loro e non penso vadano lasciati indietro solo perché loro i suoni li suonano e non li programmano. Due chiacchiere con il chitarrista Francesco Cappiotti.

 

La prima grande curiosità arriva dall’America di Shawn Lee. Come ci si arriva dall’Italia dell’underground?

Ci si arriva molto lentamente direi. Prima devi intraprendere molte strade e imparare molte cose.  Alcuni di noi hanno fatto queste esperienze all’interno di una band chiamata Facciascura, guadagnandosi il rispetto di un certo tipo di pubblico e collaborando con artisti incredibili come Karma e Paolo Benvegnù. Questo ci ha reso nel tempo consapevoli dei nostri mezzi e ci ha portato a capire come i confini artistici italiani ci stessero molto stretti. 

Ma è nato prima l’uovo o la gallina? Nel senso che la musica e i TLDOB come progetto sono nati a seguito dell’incontro con Lee o viceversa? Insomma: com’è nato questo disco?

I TLDOB sono il frutto di una metamorfosi e in questa trasformazione Shawn ha giocato un ruolo fondamentale. Collaborare con un artista del suo calibro ci ha reso consapevoli di una serie di limiti e allo stesso tempo ci ha aperto una nuova prospettiva. Fin dall’inizio ci siamo resi conto che avremmo dovuto lavorare ad un nuovo livello. Così dopo un lavoro estenuante di revisione della composizione e degli arrangiamenti ci siamo trovati con una manciata di canzoni che erano esattamente quello che lui cercava in noi come produttore. E in qualche modo alla fine di questo processo anche noi eravamo diventati un qualcosa di nuovo. I Facciascura non c’erano più ed erano nati i The Last Drop of Blood. Ma ovviamente alla base della trasformazione ci sono stati molti altri fattori.

 

E restando sul tema mi incuriosisce sempre capire come progetti indipendenti e già esistenti poi decidano di abbandonare la propria individualità per metterla al servizio di una nuova creatura. Cosa accade di preciso?

Di sicuro non è stato un cambiamento progettato a tavolino. In mezzo ci sono state molte cose. Situazioni personali soprattutto, anche molto difficili, che hanno portato a notevoli cambiamenti. Gradualmente i Facciascura sono diventati qualcos’altro. Il primo passo di questo cambiamento è stato l’ingresso nella band di Andrea Ferigo dei Ranj e l’uscita di Philip Romano, nostro chitarrista fin dall’inizio. Poco dopo io stesso ho vissuto un momento molto difficile che mi ha portato ad isolarmi da tutto e da tutti, vivendo in una casa sui Monti Lessini per circa due anni. Credo che sia stato questo isolamento ad avvicinarmi alla visione di una musica desertica contemporanea, perché in fondo, in qualche modo, ero proprio in mezzo ad un deserto. In questa situazione difficile ho avuto molte fortune. La prima delle quali è stata avere una famiglia di musicisti che ha saputo aspettarmi.

Il nome di un progetto, il titolo di un disco, il titolo dell’ultima traccia. Forse in questo momento del disco viene fuori la vena più western e ferrosa del progetto. Che sia il momento davvero analogico e vintage dell’intero disco? Ho come l’impressione che sia il momento di maggiore liberazione per il suono e la forma canzone del progetto, quello in cui si respira libertà. Non a caso (forse) l’immaginario del video che avete realizzato… sbaglio?

Hai perfettamente ragione, questo brano segna una svolta rispetto alla forma canzone. È un passo verso una musica più aperta, cinematografica.

Prima parlavo di fortune. Un’altra fortuna è stata quella di incontrare Claudia Or Die, una artista proveniente da esperienze diametralmente opposte rispetto alle nostre, con cui è nata subito una grande sintonia, che ha portato alla composizione dell’ultima traccia del disco, “The Last drop of Blood” appunto. Quello che ne è venuto fuori era per tutti così significativo che abbiamo deciso di ribattezzare il disco e lo stesso progetto con il nome di questa traccia. Da quel momento anche Claudia or Die è entrata a far parte della nostra famiglia sonica.

In diversi punti di questo LP ho notato un sound che nei lineamenti mi riporta molto ai REM di un certo periodo. In particolare, la vostra “Thorn” con la soluzione di stop di “Begin The Begin” dei REM o quel certo modo di disegnare le melodie. Sbaglio?

Devo confessarti che nessuno di noi è un autentico fan di quella band. Personalmente conosco solo qualche album e non a fondo. Quello che dici però mi incuriosisce, perché ho sempre collocato i REM ad un livello artistico molto difficile da raggiungere, tanto peculiare da non potercisi veramente confrontare.

Bellissima l’apertura vintage quasi alla Procol Harum in “Feelings Are Trash”. Bellissima anche questa scrittura che assieme a “Burning Eyes” mi riportano un poco alla Milano a Mano armata dei giorni nostri in una chiave rock americana. Due brani che se volete escono appena fuori dalla cifra stilistica di questo lavoro. Insomma, è affascinate e un po’ bizzarro rincorrere etichette per descrivere un immaginario ma è anche vero che questo disco di immaginari ne suscita e ne ispira parecchi.

Ti ringrazio. E sono contento che la cosa venga notata. In qualche modo abbiamo scelto di appartenere ad un genere, chiamalo “desert rock” o “western gothic”, ma è importante non farsi schiacciare dalle etichette. Siamo in un’epoca post-moderna e il bello di questo è che puoi fare tutti gli esperimenti che vuoi. Così possiamo vestirci da cowboy gotici e suonare quello che vogliamo, musica desertica certo, ma anche pezzi pieni di groove, e roba più dura. E perché no... anche una ballata rurale. È da questi accostamenti che può uscire qualcosa di non visto prima, che poi è quello che stiamo cercando.  

E proprio qui che vorrei arrivare: se la title-track del disco mi ispira lisergici paesaggi western e dannati (vedi il video ufficiale), la dolcezza di “Bad Butterfly” non ha paragoni. Due poli non solo opposti ma addirittura quasi imprevedibili. Come la spiegate questa migrazione di vedute e di ispirazione in uno stesso disco?

Come ho detto, questi accostamenti per contrasto sono esattamente quello che cerchiamo. Questa imprevedibilità, che fa spuntare fuori una ballata come “Bad Butterfly”, e subito dopo un tema acido come the “Last Drop of Blood”, vogliamo che diventi il nostro marchio. Anche il desert rock può evolversi giusto?

Domanda da ufficio ma mai così pertinente: un primo disco e poi? L’America l’avete trovata o la state ancora cercando?

L’America l’abbiamo trovata nella musica. Stiamo lavorando per raggiungere quella vera e qualche passo giusto lo stiamo facendo.