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REVIEWSLE RECENSIONI
The Magpie Salute
The Magpie Salute
2017  (Polydor Records)
CLASSIC ROCK ROCK
6,5/10
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23/07/2017
The Magpie Salute
The Magpie Salute
I fans e i nostalgici troveranno conforto in questo primo full lenght a firma Magpie Salute, progetto revivalista messo in piedi da Rich Robinson con la collaborazione degli ex componenti della band dei Corvi Neri
di Nicola Chinellato

Chris se n’è andato e non ritorna più. Su questo non ci piove, visto che l’ex cantante dei Black Crowes non perde occasione per ribadire il concetto e prendere le distanze dal fratello Rich. I fans e i nostalgici, però, troveranno conforto in questo primo full lenght a firma Magpie Salute, progetto revivalista messo in piedi da Rich Robinson con la collaborazione degli ex componenti della band dei Corvi Neri. Già, perché a fianco del chitarrista si allineano in buon ordine Marc Ford (chitarra), Sven Pipien (basso) e Eddie Harsh (tastiere), quest’ultimo deceduto però nel dicembre scorso. Una cover band a tutti gli effetti, visto che in scaletta c’è un solo brano originale (Omission, posto in apertura) mentre le restanti nove canzoni sono reinterpretazioni di brani dei Black Crowes (Wiser Time, What Is Home), di Bob Marley (Time Will Tell), dei Pink Floyd (Fearless), di Delaney and Bonnie (Comin’Home) e dei Faces (Glad And Sorry). La vera peculiarità è che, a parte Omisssion, il cui riff hard è un marchio di fabbrica della premiata ditta Black Crowes, tutti gli altri brani sono registrati dal vivo negli Applehead Studios di Woodstock, New York, durante i ritagli di tempo della carriera solista di Rich. Un disco, il cui mood nostalgico farà venire il groppo in gola a coloro che, a ragione, si sentono orfani della southern band di Atlanta, e che, a conti fatti, pur nella sua dimensione clamorosamente passatista, suona comunque divertente e brillante. John Hogg e Rich Robinson, che si cimentano, alternandosi, al canto, non possiedono certamente il timbro graffiante di Chris, però la band (completata da Matt Slocum al piano, Joe Magistro alla batteria) gira a mille, le chitarre di Robinson e Ford dardeggiano come di consueto, e le canzoni, cover o no, sono talmente belle e talmente ben reinterpretate, da farci dimenticare per un momento che i Black Crowes non sono più insieme. Southern rock, in alcuni casi con venature jazzy, e quell’attitudine cromosomica alla jam session (i brani hanno quasi tutti un minutaggio consistente) sono le caratteristiche principali di un disco che non fa certo gridare al miracolo, che non aggiunge e non toglie nulla al fascino di alcuni dei musicisti più rappresentativi della storia del rock a stelle e strisce, ma che continuerà a girare sul piatto dello stereo di chi non ha mai dimenticato il suono unico di quella band e capolavori come Shake Your Money Maker e The Southern Harmony And Musical Companion.