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Tutti morimmo a stento. Il Sessantotto di Fabrizio De André
Claudio Sassi e Odoardo Semellini
2019  (Lampi di Stampa)
CARTA CANTA
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07/01/2019
Claudio Sassi e Odoardo Semellini
Tutti morimmo a stento. Il Sessantotto di Fabrizio De André
“La conclusione è che causa di tutto il male del mondo è la mancanza di pietà.” (F. De André) Faber, il ’68 e quel disco che parla di morte: l’analisi di Sassi e Semellini.
di Paolo Tocco

Preparatevi perché su certi temi è davvero difficile essere concisi e poveri di parole. Alle volte non bastano neanche quelle che conosciamo. Alle volte, penso io, servirebbe inventarne di nuove… di parole dico…

Riascolto con attenzione “Tutti morimmo a stento”, secondo disco di Fabrizio De André le cui primissime copie vennero edite col sottotitolo “Cantata in si minore per solo, coro e orchestra”. Siamo nel 1968. Piano nascevano i 33 giri, piano prendeva piede il concetto di concetto sviluppato dentro le canzoni di un solo disco. Piano si provavano mescolanze tra generi popolari e orchestrazioni di linguaggio classico. Piano la musica diveniva anche progressiva.

Riascolto questo secondo disco di Faber. La morte come condizione fisica diviene un concetto da abbattere: quanti modi ha l’individuo di lasciare questa terra!!! E probabilmente quello del corpo è solo una conseguenza ovvia, un normale prolungamento della vita, che in quest’era futuristica del tutto possibile ancora trattiamo con tabù antichi di generazioni e impolverati di credenze popolari. La pietà: altro concetto di cura e di redenzione. L’amore come salvezza dello spirito contro la sua stessa morte, quella che non lascia scampo, nonostante la vita del corpo in qualche modo prosegua. E poi un guizzo forse appena beffardo, sferzante come diranno i nostri autori, verso gli aguzzini che la morte del corpo e dello spirito l’hanno cercata e inferta alle loro vittime e non per cattiveria assoluta ma per salvezza carnale. Forse risulterà essere solo salvezza effimera, momentanea, apparente. Ed il cerchio così dipinto sembra chiudersi quando, raggiunta l’altrui morte, sarà celebrata l’altra morte, personale, intima, segreta, per niente clemente, resistente al tempo e alle ragioni.

Riascolto questo disco e rifletto su tutto questo e tanto altro ancora. E l’occasione ghiotta mi viene regalata da questo bellissimo libro scritto a due mani da Claudio Sassi e Odoardo Semellini dal titolo “Tutti morimmo a stento. Il Sessantotto di Fabrizio De André” edito da Lampi di Stampa. Sono 200 pagine ricche di tanta storia conosciuta ma anche di chicche assolutamente nuove e interessanti. “De André, da buon anarchico qual era, metteva al centro della sua opera l'uomo, e gli ultimi in particolare. Che è il contrario di quanto fanno i sistemi autoritari, che calano dall'alto un modus vivendi a cui l'uomo si deve adattare, pena l'emarginazione,” ci dicono gli autori in questa lunga intervista che ho avuto difficoltà a contenere in poche domande. C’è tanto da chiedere perché tanto, anzi tantissimo è riportato in queste pagine preziose di storia e di analisi. Dal disco sviscerato prima dal lato filosofico e poetico e poi cesellandone i contorni con una radiografia di ogni canzone. Spazio anche per dare un occhio alla storia che si consumava intorno, in un’Italia che lo stesso Faber diceva essere “ricca di ispirazione”. E poi, dicevamo, le chicche assolutamente inedite: scopriamo l’esistenza di ben due test pressing di questo disco, il mistero del plagio rivendicato da un cantante israeliano, ma anche queste rarissime copie in lingua inglese come anche il cofanetto edito in pochissimi esemplari curato da Dante Bighi. Altra parte assai interessante è dedicata alle interviste: per quanto possibile, i nostri autori ritrovano quei protagonisti, dal Maestro Reverberi che ha curato l’estetica della composizione al figlio di Riccardo Mannerini (poeta anarchico con cui Faber ha curato i testi delle canzoni), dal figlio del discografico Antonio Casetta alla giornalista Enza Sampò che ha sdoganato l’immagine di De André in televisione con quella prima storica intervista che la Rai ha reso pubblica solo un anno dopo (7 novembre 1969). E non pensiate che sia finita qui…

Poi c’è ancora spazio per una panoramica dettagliata sulle tante edizioni del disco stesso e delle cover che sono state proposte negli anni, così come non manca spazio per dare uno sguardo riassuntivo ma puntuale sul ’68 del cinema, della letteratura e della musica nel resto del mondo.

E vista la grande fame sfamata, vista l’importanza e la bellezza di ogni cosa in queste pagine, allora non posso evitarmi una smorfia pensando all’aspetto meramente grafico di questo libro che forse si poteva curare meglio soprattutto per mostrarci al meglio queste chicche collezionistiche che fanno da corredo ad una “storia” che credo sia celebrata tra queste pagine nel migliore dei modi.

Ma estetica a parte, Sassi e Semellini ci regalano un libro che, come ormai accade di rado, riesce a dare quel valore aggiunto, quel qualcosa che prima non avevamo saputo e non avevamo neanche immaginato… una lettura che si rende preziosa non solo per chi Faber lo conosce, per chi lo ama o per coloro che gli hanno dedicato qualcosa di sé ma si rivela determinante anche per chi in fondo è solamente ancorato ad un’immagine del cantante famoso, fatta di canzoni famose e di luoghi comuni altrettanto famosi.

E pensate sia finita qui?

Direi proprio di no. L’appuntamento è a Novara, dal 9 al 13 Gennaio 2019.

Come ci spiegheranno nell’intervista, Lilt Novara Onlus organizza una serie di eventi per celebrare la musica e la parola di uno dei più grandi cantautori e artisti della storia del nostro bel paese. Oltre ai nostri autori troveremo Franz Di Cioccio della PFM, il fotografo Guido Harari, Monsignor Carlo Scaciga, il giornalista e critico musicale Riccardo Bertoncelli e lo special guest Eugenio Finardi. E penso ancora che ci sia spazio per altro…

Con questo libro mettiamo il focus su un periodo importante. Vorrei prima di tutto puntare il dito proprio su quel periodo italiano in cui da ogni fronte si gridava alla rivoluzione e all’emancipazione di classe. Voi che in buona sostanza avete vissuto anche l’immediato futuro di quel ’68, che pensiero vi siete fatti? Qualcuno parla di un nuovo inizio, qualcuno di profonda omologazione…

Noi crediamo che, al di là delle valutazioni squisitamente politiche sul quel periodo, il ’68 (e dintorni) sia stato un periodo molto vivace sotto tanti punti di vista. Dal punto di vista artistico e culturale, ad esempio, non ha forse eguali nel XX secolo. Che si parli di musica (si possono citare i Beatles, ma non sarebbero sufficienti a dare l’idea, e stiamo parlando dei Beatles!), di cinema, di arte, di teatro o di moda, il ’68 è stato irripetibile. Come anche nel campo della scienza: la conquista della luna, impresa che oggi forse non impressiona più di tanto, allora ebbe un’incredibile risonanza nell’immaginario mondiale. Poi ci furono alcuni eventi, come il Concilio Vaticano II o, ancora, i movimenti pacifisti e le lotte per i diritti allo studio, al lavoro e ai diritti civili, che a nostro avviso hanno avuto sicuri meriti nello svecchiare la nostra società e, di conseguenza, farla progredire. Diceva proprio De André: “Il ’68 che ho vissuto io era un’epoca ricca di fantasia, e ha fatto del bene”.

Che poi, restando sempre sul tema, credo siano gli anni a seguire e in particolare la fine dei Settanta a decretare il “decesso” di una certa etica, di un credo politico, di quella lotta di classe… insomma con gli anni ’80 si smette di scendere in piazza… piazza che smette di essere un luogo di incontro…

Gli anni ’70, certo, hanno visto la tragica recrudescenza del fenomeno terroristico, ma non sono stati solo “anni di piombo”, perché c’era ancora una bella spinta creativa e la voglia di partecipare alla vita sociale. E anche gli anni ’80, quelli del cosiddetto riflusso, vedono calare vistosamente le manifestazioni di piazza, ma vedono ancora la piazza come luogo d’incontro e di socializzazione per giovani e meno giovani. Il vero riflusso, crediamo, è cominciato con l’invasività del mezzo televisivo prima e delle nuove tecnologie poi, perché hanno portato gli individui ad isolarsi, a rimanere chiusi in casa, a comunicare solo attraverso i social, con un impoverimento delle relazioni umane che è sotto gli occhi di tutti.

E torniamo al disco di Faber, il vero grande protagonista di questo libro. C’è subito una curiosità che voglio togliermi. Un lavoro che da subito ha vissuto di grande successo per la critica e per il pubblico. Oggi però è uno dei più “dimenticati” della sua discografia. Almeno questa è la percezione che ho. Mi sbaglio? E se no, secondo voi perché si è verificato questo?

Non hai tutti i torti: se non dimenticato, “Tutti morimmo a stento” è un lavoro meno commentato o celebrato rispetto a dischi come “La buona novella”, “Crêuza de mä” o “Anime salve”. I suoi brani sono probabilmente tra i meno “coverizzati” della discografia di De André. Il motivo, a nostro avviso, sta nella difficoltà di approccio all’opera: già dal titolo Fabrizio ci avvisa che si parlerà di morti, di morte violenta e che non farà sconti a nessuno, basti pensare al testo della “Ballata degli impiccati”. E la morte è ancora oggi, come 50 anni fa, uno dei grandi tabù della nostra cultura: è un argomento complesso da maneggiare.

Che poi ancora oggi mi capita di incontrare tante persone che amano Faber ma che non hanno mai colto a pieno i suoi testi e le sue mille sfumature. Figuriamoci per un disco così poco immediato. Quanto è stato mal compreso e altrettanto mal celebrato secondo voi?

Come dicevamo, è un disco difficile da approcciare. Anche gli arrangiamenti del M° Gian Piero Reverberi sono molto lontani dalla sensibilità attuale perché richiedono un’attenzione che oggi alla musica si presta sempre meno. E pensare che la forma della cantata utilizzata da Reverberi per questo disco ha nobilissime radici classiche e, ai tempi, era anticipatrice di operazioni musicali che, in Europa, si sarebbero chiamate, di lì a poco, progressive! Era quindi pienamente nell’onda della “musica che girava intorno” all’epoca.

Parliamo di debiti e di riconoscenze. François Villon prima di altri. Ho scoperto che in generale Faber ha tantissimi “debiti di riconoscenza” per le sue scritture da molti credute totalmente inedite… altri grandi luoghi comuni da sfatare, non trovate?

Non è certo un segreto che Fabrizio abbia utilizzato, a suo modo e secondo il suo stile, materiale proveniente da altri autori, sia per quanto riguardo i versi sia per le musiche. Crediamo sia vero, in fondo, quanto diceva Roberto Dané, suo collaboratore e produttore: “De André aveva questa straordinaria abilità di comporre le cose – di pescare una cosa per le parole, un’altra per la musica, da chiunque, da tutti, da un sentito dire, da un incontro casuale. Aveva questa straordinaria capacità, che non ho più riscontrato ai suoi livelli in nessuno”.

C’è una curiosità a margine assai interessante. La radice di ispirazione: chiamate in causa doverosamente il famosissimo disco dei Moody Blues “Days of Future Passed” e ne citate a sua volta l’origine che è la Sinfonia n°9 di Dvo?ák intitolata “Dal nuovo mondo”. Però da quel che mi risulta, sebbene l’idea iniziale commissionata al gruppo inglese fosse proprio quella di “tradurre” in opera rock la sinfonia del compositore ceco, poi in realtà da questa si sia discostata totalmente. Dunque, sempre per quel che mi risulta, in realtà i due dischi non c’entrano nulla uno con l’altro. A voi risulta? Perdonate il fuori pista…

In effetti hai ragione tu. Non c'è stata una rilettura della sinfonia di Dvo?ák come previsto inizialmente, anche se crediamo che quell'opera abbia esercitato un'influenza decisiva nei Moody Blues per “Days of Future Passed”. Facciamo ammenda di questa svista.

Torniamo sulla retta via. Se vogliamo, il periodo di “Tutti morimmo a stento” segna anche la rivoluzione mediatica di Fabrizio De André. Dall’anonimato alla televisione…

De André, secondo la testimonianza di altri artisti come Fossati e Venditti, già negli anni '60 colpiva per la presenza della sua voce nei dischi e l'assenza della sua immagine sui media dell'epoca (canali RAI e giornali). Come raccontiamo nel libro, quando va in trasmissione con Enza Sampò, proprio per presentare “Tutti morimmo a stento”, è alla sua seconda esperienza televisiva, dopo una prima, fugace apparizione in un programma durato quindici minuti. Da lì in poi ha avuto in effetti maggiore visibilità, dovuta dapprima ai giornali scandalistici a causa della sua relazione con Dori Ghezzi o al rapimento nel 1979, e solo più avanti per i suoi meriti artistici. Però parlare di rivoluzione mediatica, nel suo caso, ci pare un po' troppo.

Restando sul tema ci colpisce tanto come i grandi artisti di un tempo scrivevano e facevano arte per il solo scopo di generarla e non per l’estrema frenesia di apparire e fare i vip. Il successo poi li ha inseguiti e raggiunti. Oggi si vive esattamente al contrario, si vuole essere artisti per avere successo. Da esperti della materia Faber, secondo voi il successo, la mediaticità, la quasi unanime risposta del pubblico in tutto questo tempo… come ha contaminato e influito sulla vita e sulla composizione di De André?

L'apparire non faceva parte del modo di essere di Fabrizio, anzi lo caricava di ansie e preoccupazioni. Piuttosto, era un artista estremamente sensibile: essendo una persona con una disciplina maniacale in campo artistico, sentiva la responsabilità di quello che scriveva e cantava in maniera molto più acuta di tanti altri suoi colleghi. È stato questo atteggiamento che ha determinato la qualità della sua opera.

Questo libro sottolinea spesso, soprattutto nelle preziose testimonianze che avete raccolto, un Fabrizio schivo e lontano dall’essere il vip. In qualche modo l’ho sempre voluta leggere come una necessità di non vestirsi addosso e quindi di fare in modo di non apparire come uomo speciale vista la sua dedizione poetica a raccontare la vita degli ultimi. Una sorte di coerenza spirituale tra la sua condizione e le sue canzoni. Almeno questa è la mia chiave di lettura. Voi che ne pensate?

De André è stato un artista che ha fatto della credibilità una cifra importante della sua opera: Mauro Pagani, che ha collaborato con lui in due album, insiste parecchio su questo punto quando lo intervistano a proposito. Francesco De Gregori di lui disse: “Non ho mai visto Fabrizio affrontare la vita ipocritamente, come non l'ho mai sentito mettere in musica una bugia”. In questo, pur nelle tante differenze tra i due personaggi, è molto simile a Francesco Guccini, un altro artista cui non si può imputare la mancanza di credibilità e coerenza.

Il resto del mondo. Per questo disco, la versione inglese non ha avuto una risposta che forse ci si aspettava. Anzi, in questo caso (se non erro) non c’è proprio stata alcuna risposta. Come accadde per Battisti… ma in fondo avrebbe mai avuto un senso utile secondo voi? Ho quasi l’impressione, leggendo quelle pagine, che a Faber non interessasse abbandonare la sua lingua e la sua scrittura…

Il disco in lingua inglese, come raccontiamo nel libro, non ha avuto la risposta che ci si aspettava perché, a differenza di quanto accadde per Battisti... non è mai stato distribuito! Quindi è arduo dire se De André poteva o meno conquistare il mercato americano. Certo è che Fabrizio ha avuto un certo successo in Germania e che artisti come David Byrne hanno considerato “Crêuza de mä” uno dei dischi più significativi, a livello internazionale, degli anni '80. Sulla tua impressione, rispolveriamo una frase che De André pose ad epigrafe sul disco “Limba” – che, guarda caso, in sardo si traduce con Lingua – dei Tazenda: “Per scambiare le proprie opinioni o per commerciare patate è utile che ognuno di noi conosca la lingua dell'acquirente. Per esprimere la propria creatività è indispensabile che ognuno di noi si serva della propria lingua”.

Il mistero che arriva da Israele. Potrebbe essere un bel titolo per il relativo capitolo di questo libro, non trovi? Facciamo quindi un importante focus su un aneddoto mai svelato e che invece trattate con cura: la genesi de “La ballata degli impiccati”. Sarebbe davvero interessante riuscire a trovare una prova o una testimonianza che sveli le sembianze di questo fantomatico musicista israeliano…

In effetti è un bel mistero. Il test pressing ci dice inconfutabilmente che esistono due versioni di quel brano e anche Cesare Romana nel suo libro “Amico Fragile” riporta questo aneddoto che arriva direttamente dai ricordi suoi e di Fabrizio… Il musicista israeliano potrebbe essere Yossi Banai che negli anni ’60 aveva inciso diversi dischi con le canzoni di Brassens e Brel tradotte nella sua lingua natìa. Mi viene in mente che proprio lui poteva essere il fantomatico israeliano, ma non ci è dato a saperlo con certezza. Che poi a dar maggior sale al mistero c’è la testimonianza di Gian Piero Reverberi che ci dice di non ricordarne nulla e il test pressing che invece dimostra il contrario. Bel mistero...

Abbiamo anche ascoltato insieme al Maestro Reverberi le due versioni del brano e lui dice di sentire più sua la prima, quella del test pressing. Come se la versione incisa ufficialmente sia stata realizzata in un secondo momento, sovraincidendo la traccia vocale sulla base preesistente. Magari tra altri cinquant’anni scopriremo la verità…

Qui una domanda davvero da feticista del collezionismo: cosa si prova ad avere tra le mani proprio quel Test Pressing di “Tutti morimmo a stento”? E posso azzardarmi a fare la domanda più indiscreta del mondo? Che prezzo ha un simile oggetto?

Devo dire che è una bellissima sensazione, nel senso che avere tra le mani un oggetto unico o quasi è forse lo scopo finale del collezionista. In effetti ne posseggo addirittura due, la versione mono e la versione stereo. Diciamo che è difficile attribuire un prezzo ad oggetti simili, dipende molto dal momento. Certo è che potrebbe essere valutato tra i 1.000 e 2.000 euro. Comunque, personalmente non lo venderei mai.

E restando sul tema di oggetti davvero incredibili, parliamo delle grafiche di Dante Bighi ma soprattutto del cofanetto prodotto in pochissime copie. Mi incuriosisce, tra le varie cose, quest’immagine di Faber che sin dalle copertine dei primi LP - e con questa edizione in particolare - viene un poco sottaciuta, un poco sfocata quasi a farne - come scrivete in questo libro - una metafora stessa. Che significato ha questa scelta secondo voi… un caso o una qualche strategia di marketing dell’epoca?

De André in quel periodo era ancora nell’ombra come artista, non si esibiva in pubblico e sicuramente questa copertina aumentava l’aura di mistero attorno al personaggio Fabrizio. Una cosa certamente voluta. Non c’erano ancora le tecniche di marketing sfrenate di oggi, ma l’estro e l’inventiva di artisti come Dante Bighi e Gianni Greguoli (autore della foto) sapevano cogliere appieno le sfumature necessarie a realizzare una copertina particolare e azzeccata. Il cofanetto, di proprietà del Centro Studi Dante Bighi di Copparo (FE), sarà esposto dall’11 al 13 gennaio a Novara in una mostra dedicata a Fabrizio De André.

Torniamo da dove eravamo partiti. Io trovo in definitiva che il 1968 sia stata come una parentesi scivolata di lato per un artista come Fabrizio De André. Trovo invece, ancora una volta, che lui abbia dissacrato le demagogie e i finti perbenismi per occuparsi del nucleo della vita, quello importante… ha tralasciato ancora una volta l’estetica dell’esserci parlando invece dell’etica dell’esistere…

Come abbiamo già detto, il '68 per De André è stato un anno significativo, non soltanto per motivi professionali. Lui è stato parte del '68, con “Tutti morimmo a stento” e pure con “La buona novella”, valorizzata allora più dagli ambienti cattolici post-conciliari che non da quelli di sinistra. Forse va usata un'altra chiave di lettura. Il '68 ha liberato energie creative che non possono essere lette solo sotto una lente strettamente ideologica. È che De André, da buon anarchico qual era, metteva al centro della sua opera l'uomo, e gli ultimi in particolare. Che è il contrario di quanto fanno i sistemi autoritari, che calano dall'alto un modus vivendi a cui l'uomo si deve adattare, pena l'emarginazione.

E chiudiamo dandoci appuntamento proprio a Novara dal 9 al 13 Gennaio giusto? Un grande evento, questi e tanti altri reperti della discografia e della poesia di Fabrizio De André ma soprattutto grandi ospiti: Guido Harari, Riccardo Bertoncelli, Franz Di Cioccio, Monsignor Carlo Maria Scaciga ed Eugenio Finardi...

Si tratta di una serie di eventi dedicati alla figura e alla musica di Fabrizio De Andrè che si svolgeranno a Novara tra mercoledì 9 e domenica 13 gennaio 2019 organizzati da Lilt Novara Onlus per raccogliere fondi per il progetto “Il Raggio”, per il sostegno psicosociale ed economico ai malati di cancro e ai loro familiari.

Venerdi 11 alle 18:00 Inaugurazione della mostra in ricordo Fabrizio De André allestita e curata da Claudio Sassi al Castello Visconteo Sforzesco di Novara. Per la prima volta saranno esposti al pubblico nastri originali, lacche, provini, matrici e dischi autografati accompagnati da una rassegna di immagini per un viaggio nella memoria attraverso un percorso capace di attrarre ed emozionare diverse generazioni di pubblico. In esposizione anche alcuni scatti fotografici dell’artista realizzati da Guido Harari che sarà presente all’inaugurazione e alla serata che seguirà. La Fondazione Fabrizio De André, che patrocina l’intero progetto, metterà inoltre a disposizione un mandolino genovese creato a mano appositamente per Fabrizio De André, mai esposto prima, e appartenente al patrimonio personale di Dori Ghezzi.

Venerdì 11 alle ore 21, sempre al Castello “Serata di musica e parole”. Fabrizio De André sarà ricordato attraverso le parole di chi lo ha conosciuto e frequentato per molto tempo come il fotografo Guido Harari, il critico musicale novarese Riccardo Bertoncelli, Franz Di Cioccio voce, batterista e fondatore della PFM che accompagnò De André in una storica tournée nel 1978, e il Monsignor Carlo Maria Scaciga.

Sabato 12 al Palasport Stefano Dal Lago “Novara canta De André”, concerto evento con gruppi musicali locali e ospiti d’eccezione, primo fra tutti il grande Eugenio Finardi. Proprio al palazzetto di viale Kennedy si esibì lo stesso De André nel 1979. Sul palco saliranno i più grandi interpreti della musica novarese ad interpretare ognuno secondo la propria sensibilità la poesia in musica del cantautore genovese. La partecipazione straordinaria di Eugenio Finardi renderà la serata davvero unica e imperdibile.