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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
06/03/2019
Indoor Pets
Le interviste di Loudd
Jamie Glass (voce) e Rob Simpson (batteria) mi salutano allegri e mi guidano nel backstage dove, per farmi posto, liberano una panca da un gran numero di monete. “Le abbiamo messe qui in bella vista così sembra che siamo ricchi!” mi dice Jamie prima di prodursi in una sonora risata. (A cura di Luca Franceschini)
di Luca Franceschini

Visti così sembrano due ragazzini ed in effetti, almeno dal punto di vista anagrafico, non ci andiamo troppo lontani. Come band sono tutt’altro che dei novellini, però: pur arrivando solo ora al disco di debutto vero e proprio, sono in giro già da qualche anno (il loro primo ep è del 2015) e hanno visto i loro consensi crescere a poco a poco, tanto che “Be Content”, che uscirà a marzo, va visto come importante traguardo di una prima fase di cammino, prima ancora che come punto di partenza per lanciarsi alla conquista di nuovi territori.

Sono inglesi, suonano datati e hanno scelto un nome che più rassicurante non potrebbe essere. Eppure, gli Indoor Pets sanno quello che vogliono e mostrano una padronanza nei propri mezzi che ha davvero dello stupefacente. Me ne sono accorto ascoltando il disco, che è un concentrato di inni Brit Pop dal sapore fortemente generazionale ma allo stesso tempo freschi e melodicamente irresistibili. Mi è apparso ancora più chiaro qualche minuto dopo questa chiacchierata, quando sono saliti sul palco per il loro set di apertura agli Ash. Già andare in tour con un nome di questa caratura quando ancora non si ha fuori un disco vero e proprio, dice qualcosa del grado di interesse che si è riusciti a suscitare. Se però poi, come è avvenuto, la performance risulta energica e del tutto convincente, allora possiamo essere certi che di questi Indoor Pets potremmo sentire parlare molto, in futuro…

Partiamo dal vostro disco di debutto, che ho ascoltato in anteprima e che mi è piaciuto molto: ha un bel suono e le canzoni sono belle, hanno un gran tiro…

Grazie mille!

La prima cosa che vorrei chiedervi in realtà è la ragione del vostro nome. So che è banale ma la maggior parte dei nostri lettori non vi conosce quindi penso sia utile partire da qui, oltre a chiedervi come sono stati i vostri primi passi nel mondo della musica…

Jamie: All’inizio ci chiamavamo Get Inuit e abbiamo iniziato a suonare qualche show con questo nome per un paio d’anni senza però prenderci troppo sul serio. Io e Rob andavamo ancora a scuola insieme a quel tempo, James, il chitarrista è suo fratello mentre Ollie, il bassista era un nostro amico comune. Ci conosciamo tutti da quando eravamo teenager, forse anche da prima. Abbiamo suonato insieme per circa tre anni finché, quando le cose hanno iniziato a farsi un po’ più serie, abbiamo deciso di cambiare nome, di sceglierne uno che avesse più senso anche per noi. Abbiamo scelto di chiamarci Indoor Pets perché Rob ha un gatto che sta sempre in casa, io pure e in generale ci sentiamo come delle creature a cui non dovrebbe essere consentito di andarsene in giro… (risate NDA)

Rob: Siamo addomesticati (ride NDA)

Jamie: Abbiamo deciso che Indoor Pets aveva senso per noi perché siamo persone che vorrebbero uscire ma che, appunto, siamo troppo “soft” per poterlo fare…

Rob: Siamo persone molto introverse. Appunto, come un cucciolo che se ne sta sempre in casa perché quello è il suo habitat naturale. Almeno fino a quando non saliamo sul palco: lì le cose cambiano molto…

Siete molto giovani eppure avete scelto di suonare un genere che forse ultimamente non è più di moda come un tempo…

Jamie: In quanto songwriter, non ho mai voluto focalizzarmi troppo su uno stile preciso, ho sempre cercato di seguire il mio istinto, di fare quello che mi piaceva. Ho sempre voluto scrivere canzoni che fossero “enormi”, che suonassero potenti e per fare questo ho sempre cercato di partire dal sound e di modellare quello attorno alla canzone. Hai ragione comunque, le nostre influenze vanno sicuramente cercate molto di più negli anni ’90 piuttosto che nel primo decennio del 2000. Il Brit Pop, il Grunge, addirittura, andando più indietro, il Post Punk, hanno avuto su di noi un’influenza enorme. Non in maniera consapevole, peraltro: abbiamo semplicemente rispecchiato quelli che sono i nostri ascolti. Band come Suede, Oasis, Teenage Fanclub, sono sempre stati un punto di riferimento per me e sono nomi che mettono d’accordo tutto il gruppo. Poi ti direi che abbiamo preso dai Pixies per quanto riguarda l’attitudine “weird”, dai Nirvana per la potenza degli accordi e dai Beach Boys per le melodie vocali. Ci piacciono le band Grunge ma volevamo avere anche quelle armonie più tipicamente Sixties che in quei gruppi non si trovano, perché molta di quella musica era parecchio scura.

Hai detto che le canzoni le scrivi tu. In generale, come funziona il processo creativo tra di voi? Sei tu che porti un’idea e ci lavorate tutti insieme in un secondo momento?

Jamie: Più o meno, sì. A volte porto una ritmica con sopra una linea vocale abbozzata, altre volte metto davanti altri elementi ma qualunque cosa io abbia in mano la sottopongo agli altri e ciascuno separatamente ci lavora sopra, in modo tale da abbozzare una versione più o meno completa da portare in studio.

Quindi non provate mai insieme?

Jamie: Quando scriviamo no. Alcune band si confrontano sulle idee in sala prove, danno giudizi sulle idee degli altri, dicono: “Questo mi piace, quest’altro no” ma noi preferiamo lavorare diversamente. Siamo ciascuno a casa propria e sulle idee che mando, gli altri aggiungo o tolgono a piacimento e poi ci scambiamo i file di quello che abbiamo fatto. È un metodo più efficace, secondo noi, perché ognuno si sente libero di dare il proprio contributo, senza preoccuparsi del giudizio degli altri. Anche perché, se proprio qualcosa non piace, ce lo scriviamo via mail, che è molto meglio che dirselo in faccia (risate NDA)!

Vivete vicino però, giusto? Ho letto che siete del Kent…

Jamie: Sì, siamo originari di una piccola città del Kent ma recentemente ci siamo spostati a Londra, in modo da essere più vicini al centro della scena musicale…

Fa molto “rock and roll”, questa cosa del trasferirsi nella capitale per fare fortuna! Pensavo che ormai non lo facesse più nessuno…

Jamie: Dove vivevamo noi non c’è né una scena musicale né un singolo locale per cui ogni volta che dovevamo suonare era necessario spostarsi a Londra. Dopo un po’ abbiamo capito che aveva molto più senso trasferirsi lì direttamente!

Quindi riuscite a vivere con la musica?

Jamie: In parte sì, anche se quando non siamo in studio o in tour abbiamo tutti un altro lavoro. Sai com’è, è il XXI secolo, bisogna pagare le bollette (risate NDA)! Ora però il gruppo sta andando molto bene, a marzo uscirà il disco per cui potrebbe essere che riusciremo a fare i musicisti a tempo pieno…

Ditemi qualcosa del processo che vi ha portato dai primi singoli al disco in uscita: ho notato che, contrariamente a quello che fanno molti gruppi, voi avete scelto di fare del vostro debutto una sorta di “best of” della vostra passata produzione. Voglio dire, ci sono diversi pezzi nuovi ma avete riproposto anche diverse cose già uscite in precedenza…

Jamie: Non è stato facile compilare la tracklist del disco perché avevamo veramente tante canzoni tra cui scegliere. Allo stesso tempo, però, ci siamo resi conto da subito che alcuni brani usciti come singolo o come parte di un ep, seppur risalenti anche a tre o quattro anni fa, avevano assolutamente tutti i requisiti per finire sull’album. Al contrario, canzoni come “All My Friends”, che pure alla gente piacciono e che suoniamo ancora abbastanza spesso dal vivo, non erano adatte allo scopo e quindi è stato piuttosto naturale lasciarle fuori.

Il disco è stato mixato da Claudius Mittendorfer, che ha decisamente un gran curriculum. Come siete arrivati a lui?

Jamie: Stavamo pensando un po’ a quali nomi coinvolgere nel lavoro e Claudius aveva mixato uno degli ultimi dischi dei Weezer, “The White Album”, che ci era piaciuto veramente tanto; inoltre ha lavorato anche sull’ultimo disco degli Ash ed in generale è noto per questo suono potente ma allo stesso tempo radiofonico, come se le canzoni su cui mette mano appartenessero di diritto alla rotazione radio o alle playlist più importanti.

Rob: Abbiamo lavorato molto bene con lui anche se purtroppo stava a New York e abbiamo dovuto fare tutto via internet, scambiandoci i vari file…

Jamie: La cosa bella è che appena abbiamo finito si è trasferito a Londra…

Tempismo perfetto, dunque…

Esatto (risate NDA)!

Avete scelto un titolo inusuale, “Be Content” e anche la copertina è particolare, con questi colori pastello ed un’atmosfera vagamente sognante…

Jamie: Il titolo riflette un po’ il modo in cui mi sentivo quando ho scritto i testi: ero in una situazione in cui non ero molto contento di me stesso per cui dire “Be Content” è un modo per dire che bisogna venire a patti con la propria dimensione interiore, perché le cose non saranno mai esattamente come le vogliamo noi. La copertina invece l’ha disegnata Rob…

Rob: Ho voluto creare un’atmosfera da “Post War America”, sia nella scelta delle forme che in quella dei colori. Era un periodo particolare perché si usciva da una guerra disastrosa e la gente aveva bisogno di tornare a sorridere, per cui si usavano tutti questi colori allegri, ma per coprire una tristezza di fondo. Mi piaceva accostare questo stile alle nostre canzoni perché anche loro sono molto solari, positive, però se ascolti bene i testi ti rendi conto che possono essere anche piuttosto negative…

Jamie: C’è una grossa componente Pop nelle nostre canzoni ma nei testi, in effetti, c’è molta aggressività, c’è come un qualche cosa di “sporco”, al fondo…

Siete in giro con gli Ash, un’occasione privilegiata per farvi conoscere. Come sta andando?

Jamie: Molto bene! In realtà questa è solo la seconda data… stiamo dividendo il tour bus, cosa che all’inizio ci spaventava parecchio perché non volevamo essere di peso a nessuno. In realtà si sono dimostrati da subito delle persone coi piedi per terra, molto alla mano, direi che ci stiamo divertendo molto!

Rob: Per noi è anche la prima volta che facciamo un vero e proprio tour. È strano andare a dormire sul bus alla fine di un concerto perché di solito ci muovevamo sul van. Ieri, per esempio siamo andati a letto a Zurigo e ci siamo svegliati a Milano: strana sensazione! Siamo riusciti anche ad andare in giro per la città per un paio d’ore, dato che non ci eravamo mai stati. Abbiamo visitato il Duomo e siamo stati un po’ in giro per il centro. È un qualcosa che in precedenza non eravamo mai riusciti a fare, perché col van normalmente si guida durante il giorno. E poi in precedenza eravamo stati in tour solamente in Inghilterra!

E ieri sera com’è andata? Come ha reagito il pubblico alle vostre canzoni?

Jamie: Molto bene! Sai, in Europa la gente non è magari molto rumorosa ma è abituata ad ascoltare davvero la musica. Dopo il concerto in molti sono venuti da noi, ci hanno fatto i complimenti, ci hanno detto quali canzoni del set hanno apprezzato di più…

Peraltro, è strano perché il disco uscirà solo a marzo: non avete paura di essere apprezzati ora ma che poi passi troppo tempo prima che il pubblico abbia fisicamente qualcosa in mano da ascoltare?

Jamie: In realtà l’idea del tour con gli Ash è stata proprio quella di riempire il periodo prima dell’uscita con quanti più concerti possibile, poi dopo marzo organizzeremo senz’altro qualcosa per conto nostro. Comunque hai ragione, è una tempistica piuttosto lunga. Ma d’altronde non ci conosce nessuno, siamo liberi di fare quello che vogliamo (risate NDA)!