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REVIEWSLE RECENSIONI
Knocturne
Be Forest
2019  (We Were Never Be Boring)
INDIE ROCK POST-PUNK/NEW WAVE ALTERNATIVE
7/10
all REVIEWS
18/02/2019
Be Forest
Knocturne
C’è una storia di colori che può essere utilizzata per orientarsi all’interno della discografia dei Be Forest. Dal verde sbiadito e gelido dell’esordio “Cold”, al rosso fuoco del successivo “Earthbeat”, fino ad arrivare al nero di quest’ultimo “Knocturne”.
di Luca Franceschini

Stessi punti di riferimento sonori, una Wave malinconica che sconfina ora nel Dream Pop, ora nello Shoegaze, ora nel Dark, ma diverse declinazioni ambientali date appunto dalle differenti colorazioni prelevate di volta in volta dalla propria tavolozza.

Ci hanno messo parecchio, i tre ragazzi di Pesaro, a far uscire questo disco. “Earthbeat” risaliva ormai al 2014 ed era già da un po’ di tempo che ci chiedevamo dove fossero finiti. La risposta era semplice: a cercare di ritrovare se stessi in un mondo musicale sempre più cangiante, a cercare di scrivere canzoni che ne rispecchiassero il marchio di fabbrica, pur senza apparire ripetitivi. Una bella sfida, per un gruppo che ha fatto dell’essere derivativo il proprio marchio di fabbrica (e non lo dico in termini negativi, sia chiaro).

E se la chiave di lettura sono i colori, allora stavolta si va davvero sul pesante. La copertina raffigura il palcoscenico di un teatro, con un sipario che si sta aprendo, a rivelare non si sa che cosa. Il tutto è rigorosamente nero, “pitch black”, come direbbero gli inglesi. Il titolo “Knocturne” va di pari passo, con un gioco di parole ardito quanto brillante. Il tema comunque è la notte, l’oscurità. È possibile trovare una via attraverso il buio? È possibile vivere la propria vita pur nella consapevolezza che siamo circondati dalle tenebre e che sono le tenebre l’oggetto principale dell’esistenza? Io ci leggo queste domande, in questo terzo lavoro dei Be Forest ma non è detto che ci siano le risposte e che, se ci sono, possano definirsi rassicuranti. Questo è un disco scuro, buio, a tratti disperato. Si sarebbe tentati di definirlo il loro “Pornography” o addirittura il loro “Faith” (forse più il secondo, in effetti), anche per le atmosfere che fanno capolino in certe linee di chitarra, che sembrano richiamare i fantasmi malati dell’allora giovane Robert Smith.

Esternamente si presenta allo stesso modo del precedente: nove canzoni, mezz’ora di durata, due strumentali a marcare una simbolica divisione in due atti. Il contenuto però è alquanto impenetrabile, quasi ostile. Se “Earthbeat”, pur nella chiara impronta Wave, suonava aperto, talvolta addirittura limpido, con le melodie vocali ben in evidenza ed un forte lavoro percussivo che ne faceva risaltare la dinamica, qui siamo invece all’interno di un cratere troppo profondo per scorgere il cielo e troppo ripido per potervi uscire. Le chitarre di Nicola Lampredi sono gelide, i riff che disegnano appaiono inquietanti, deformati dalla paura. Le voci di Costanza Delle Rose ed Erica Tarenzi sono molto dentro al mix e si producono in linee vocali non semplicissime, spesso claustrofobiche, che possono ricordare i primi Beach House, quelli più scuri e meno sognanti.

La resa sonora è ancora una volta splendida, merito del lavoro di co produzione di Steve Scanu e del mastering ad opera di Josh Bonati (David Lynch, Mac De Marco, Zola Jesus); per il resto, l’abilità compositiva dei nostri risulta intatta, per nulla scalfita dagli anni di silenzio, anche se il carattere monolitico dell’intero lavoro rende piuttosto difficile distinguere un brano dall’altro e lo rende senza dubbio l’episodio più ostico della loro discografia (effetto accentuato dalla decisione di legare tutti i nove episodi insieme, come se fossero i movimenti di un’unica, lunga suite).

Occorrerà tempo per digerire tutto perché questo è il tipico esempio in cui brevità non è sinonimo di fruibilità. Senza dubbio ascoltarlo dal vivo (sto scrivendo proprio il giorno stesso della loro data milanese) potrà aprire nuove prospettive su questo “Knocturne”. Che rappresenta, beninteso, un grande ritorno, da qualunque angolatura lo si voglia osservare.