Banner 1
logo
Banner 2
REVIEWSLE RECENSIONI
19/04/2019
Jenny Lewis
On the Line
Suonato da una band di veterani della scena SoCal di primissimo livello, “On the Line” di Jenny Lewis è un buon album in cui i particolari, però, sfumano appena dopo la sua conclusione, lasciando sì l’ascoltatore con una sensazione piacevole, ma senza ricordi precisi.
di Jacopo Bozzer

Come si può chiaramente intuire dalla copertina, On the Line, il quarto album solista di Jenny Lewis, è la diretta continuazione di The Voyager. O meglio: nonostante i cinque anni di differenza che li separano, On the Line e The Voyager sono due album gemelli, dal momento che entrambi condividono gli stessi produttori (Ryan Adams e Beck) e il tema di fondo di gran parte delle canzoni (il complesso rapporto genitore-figlio). In The Voyager Jenny raccontava, infatti, la figura del padre assente, mentre in On the Line si sofferma su quella della madre, recentemente scomparsa. Ma se nel 2014 Jenny affrontava il tema della perdita con una decisa carica Rock, tanto che grazie alla produzione di Ryan Adams sembrava di avere a che fare con i dischi prodotti da Jimmy Iovine per Tom Petty e Stevie Nicks (un suono, quello dei primi anni Ottanta, che Adams all’epoca stava ricostruendo scientificamente anche nella sua carriere solista, vedi Ryan Adams e Prisoner), in questo 2019 l’ex Rilo Kiley fa un ulteriore salto indietro nel tempo, assumendo un tono più confessionale, dalle parti del grande cantautorato Rock anni Settanta, tra Carole King, Randy Newman, Elton John e Leon Russell, costruendo le canzoni sul pianoforte e le decise atmosfere notturne.

Suonato da una band di veterani della scena SoCal di primissimo livello (Benmont Tench alle tastiere, Jimmy Keltner alla batteria, Don Was al basso, con un paio di comparsate di Ringo Starr), On the Line, rispetto a The Voyager (come si sarà capito, è impossibile non fare paragoni), soffre però di una lavorazione che è stata più difficile e travagliata del previsto. Ritrovatasi senza il proprio partner di scrittura Jonathan Rice dopo oltre dieci anni di stretta collaborazione (i due erano anche legati sentimentalmente), Jenny ha dovuto ricostruire il proprio modo di scrivere, e, come se non bastasse, anche dal lato della mera realizzazione del disco, non tutto è andato secondo i piani. Dopo aver imbastito le canzoni di gran parte dell’album assieme a Ryan Adams, il cantautore del North Carolina ha poi abbandonato il progetto, lasciando a Jenny il compito di completare il disco assieme a Shawn Everett e a Beck, il quale ha curato in toto la produzione di tre canzoni.

Nonostante ogni sforzo, però, che ci siano tre visioni diverse all’interno dello stesso disco si sente eccome. C’è la mano di Ryan Adams ben chiara dietro al Rock di “Red Bull & Hennessy” (che sembra uscita diritta da Belladonna di Stevie Nicks) e al riff à la Johnny Marr di “Wasted Youth” (sound che Adams a omaggiato in Love is Hell), come è chiarissima l’influenza di Beck nelle tre canzoni da lui curate (tanto che “Do Si Do” sembra una outtake di Colors), con il lavoro di Shawn Everett e della stessa Lewis che tenta di tenere il piede in due staffe, schiacciato com’è tra due ben definite interpretazioni della tradizione Rock, quella filologicamente retromaniaca di Adams e quella più decostruttivista di Beck.

Ovviamente, songwriter di razza com’è, a Jenny Lewis le canzoni non mancano e On the Line attacca con un 1-2-3 di altissimo livello, tra una “Heads Gonna Roll” che fa molto Paul McCartney, una “Wasted Youth” che sembra uscita dal catalogo degli Smiths e una “Red Bull & Hennessy” che forse è il pezzo più convincente dell’album. Con un inizio così, è logico che la parte centrale del disco risulti più debole, con ruminazioni pianistiche molto simili tra loro (“Hollywood Lawn”, “Dogwood”, “Party Clown”), dove il testo prende troppe volte il sopravvento sulla musica, salvata solo dalle grandi performance dei musicisti coinvolti (dopotutto, è sempre un piacere sentire suonare gente come Benmont Tench e Jim Keltner, qualsiasi cosa facciano), dove tutto è al proprio posto, è vero, ma dove manca un po’quel suono vivido che servirebbe a diradare l’atmosfera nebbiosa che si sprigiona dalle varie canzoni. Poco male, comunque, perché a chiudere il disco ci pensano la title track e, soprattutto, “Rabbit Hole”, un divertissement Pop/Rock che grida Travelling Wilburys da ogni nota, dove finalmente Jenny si rilassa e saluta l’ascoltatore con una canzone fresca e divertente, grazie alla quale, allo stesso tempo, esorcizzare i propri demoni.

Giunta al quarto album solista, Jenny Lewis, a 43 anni compiuti, e dopo vent’anni nello show business musicale, è ormai una donna e un’artista consapevole dei propri mezzi. Passando dal Pop/Rock dei Rilo Kiley in odore di Fleetwood Mac (Under the Black Light) ai lavori solisti, in bilico tra Country/Soul (Rabbit Fur Coat), Laurel Canyon Sound (Acid Tongue) e Rock FM anni Ottanta (The Voyager), Jenny Lewis, nonostante i tanti stili abbracciati, ha sempre saputo realizzare album dal songwriting cristallino, con una visione artistica fortemente coerente. Con On the Line, per la prima volta dopo tanti anni, siamo di fronte a un album semplicemente buono, studiato in ogni dettaglio, con canzoni piene di personaggi e racconti autobiografici, ma senza essere per forza di cose il capolavoro che ogni volta da lei ci si aspetta. Ed è un peccato, perché con una parte centrale più convincente, avremmo avuto un album di altissimo livello. Così, invece, schiacciato tra un’ottima partenza e un bel finale, On the Line è un buon album in cui i particolari sfumano appena dopo la sua conclusione, lasciando l’ascoltatore con una sensazione piacevole, è vero, ma senza ricordi precisi.