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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
09/05/2019
Wim Mertens
A Poietika si guarda il mondo dal di dentro
“Perché ora più che mai c'è necessità di un'arte che scruti il mondo senza veli e senza schermi, che dica il mondo da dentro le sue bende. Un'arte che sia argine testimonianza di umanità, anche quando dell'umanità appaiono soltanto i brandelli” (V. Campo - direttore artistico di Poietika) [testo: Paolo Tocco; fotografie: Pino Bertelli]
di Paolo Tocco / Pino Bertelli

Seduto resto, avendo attorno il teatro. Attorno. Seduto, che se alzo lo sguardo vedo gli affreschi di quest’opera che non ha ancora compiuto 100 anni. Seduto che se guardo davanti, sul palco, c’è quella melodia che ad ogni passo riconosci per averla sentita altre centinaia di volte e mai ti sei fermato a chiederlo a qualcuno se sapesse da dove venisse fuori quella melodia. E l’hai trovata nei film, nelle pubblicità, nei documentari… ad essere fortunati, sono musiche che qualcuno sceglie anche per i propri video di matrimoni.

Seduto resto, che se guardo dritto, sul palco, trovo un pianoforte ed un violino. E qual è la distanza tra un pianoforte ed un violino? Come due pellegrini sono, che cercano di spiegarci il loro modo di stare al mondo. Come due barcaroli sono, che conducono nei canali gli innamorati e cantano versi di magia e di superstizione. Come due cavalieri sono, che si sfidano a duello per il gusto della platea che alla fine non vorrà condannarli alla morte ma si compiace e si commuove di vederli amici, come lo sono sempre stati, forse segretamente.

Quale sia la distanza tra un pianoforte e un violino poco importa. Importa invece che si faccia eterna la musica che hanno saputo regalarmi quella sera Wim Mertens e Nicolás Dupont.

Seduto sono, ospite di Poietika, magistrale festival di Arte e Cultura che qui a Campobasso ha portato grandi nomi in questi giorni di inizio aprile. Nomi che certamente non sono da cassetta né tantomeno sono quelli della televisione. Nomi che sanno raccontare il mondo da un dentro che ormai la scena industriale non illumina più, forse per poca convenienza di cultura e di identificazione. Che bella parola identificazione. Rendersi riconoscibili a se stessi attraverso la voce di chi il mondo, che sia fotografo o che sia musicista o che sia libero pensatore, sa come raccontarlo agli altri. E gli altri siamo noi. E tra gli altri ci sono anche io. E al Teatro Savoia di Campobasso, in barba alle televisioni e ai pregiudizi sociali, sono arrivati a centinaia, soprattutto ragazzi… eh sì, soprattutto gente che al futuro dovrebbe ancora restituire fantasia e stupore. In barba alle televisioni, Poietika ha saputo fare anche questo piccolo miracolo, restituendo al suo pubblico incontri di vita con Salvatore Natoli, Vandana Shiva, Letizia Bataglia, jason Hickel, Nedim Gürsel, Raul Zurita e, non ultimo, il fotografo Pino Bertelli. Con lui ho parlato troppo poco, a lui dobbiamo queste foto. Anima estesa oltre quello che conviene, anima d’arte e di visione, anima che ritroveremo qui su Loudd, ve lo prometto. La fotografia della resistenza culturale di Pino Bertelli la voglio scoprire, devo farlo per una mia sopravvivenza contro l’omologazione che arriva.

A Pino Bertelli dobbiamo queste foto…

 

Ed io quindi resto seduto, in questo Teatro Savoia, ospite di Valentino Campo e di tutta la compagnia di questo evento miracoloso. Seduto sono e davanti a me suona Wim Mertens nell’unica data italiana di questo suo nuovo tour mondiale. Unica data italiana. Suona lui al pianoforte… e distante, non so di quanti passi, e non so neanche se a contarli sono passi da coniglio o passi da leone, c’è Nicolás Dupont, al violino. Il maestro anziano quello, il giovane allievo in erba l’altro. L’occasione è questo suo ultimo disco “That Which Is Not” che per gran parte della serata ci regala in questa veste - per me - insolita, minimale, intima. La sua è voce falsata, falsetto, stridula, lontana di un’antichità moderna e industriale. Interviene la sua voce, che sui registri alti ricorda un canto popolare arabo, che in più della sua sostanza non è voce da cantante né da narratore. Interviene per supportare una melodia a cui affida il compito del racconto e della visione. Sono melodie, quelle di Mertens, che dentro il quadrato gioco delle battute si fanno irrequiete e imprevedibili, lui che ogni cellula la ripete secondo stilemi pop e che, se e quando la ripete, lo fa però in modo sghembo e inaspettato. Che vorresti cantarla dietro, ormai la sai, alcune le hai sempre sapute e non lo sapevi. Vorresti cantarle dietro, dicevo, ma la battuta che segue ha una forma sghemba, monca di un finale oppure orfana della sua stessa introduzione. E queste nuove scritture di Mertens appaiono post-atomiche, di scenari metropolitani, di una città che si lascia decantare e misurare a passo d’uomo, di quando forse (a mio sentimento sempre) una strage nucleare ci conduce a nuovi inizi da scoprire e ritrovare… tra le macerie, mi sembra di camminare…

E la percussività del pianoforte sui registri medi è un filo conduttore, a me sembra. Come lo è stata quella alchimia di tango argentino che più di una volta ha richiamato Piazzolla in scena… ma la scena era solo del duo e nel duo si compiva la visione.

Una pausa per dare spazio poi ad un secondo atto di momenti decisamente più famosi di questi ultimi 30 anni e più di carriera, approdando alle immortalità degne di statue come “Struggle for Pleasure”, a quella “Often a bird” che mi riporta, non so perché, alla “Space Oddity” di un tale che veniva da un altro pianeta… fino alla chiusa del concerto affidata alla commozione eterna, anch’essa eterna, di “Close Cover”.

Nicolás Dupont, il violino: quanto vicino eri a quel pianoforte? Me lo sto chiedendo ancora. Lui che nel quadrato di quelle partiture entrava sghembo, anche lui sghembo, entrava quando il discorso era avviato, a volte concluso… lui che delle volte mi è parso scomodo e stanco: si delle volte mi è parso scomodo nell’arredo pianistico, mi è parso stanco nella faticosa tessitura di quelle metriche, concitate, troppe volte concitate, troppo spesso barocche al punto di ricordarmi i tinteggi acidi di Bach. Barocche le tue volute, Nicolás Dupont, che qualche istante cercavi spazio per prendere fiato e quando lo trovavi, spazio e tempo larghi abbastanza, stringevi una mano d’amore e di devozione al maestro Mertens e lo ringraziavi celebrando con l’archetto la tua voce, senza presunzione ma sempre con mirato pregio esecutivo. Eleganza. Altra parola chiave di questo concerto.

L’ho veduto affannato Nicolás Dupont ma ha tenuto fede al compito. Nella seconda parte, avrei forse preferito un dialogo più disteso e quindi più espressivo come in tutta la prima parte di questo concerto. Ma forse non ho didattica né orecchio buono per poterlo dire. In fondo sono solo visioni di chi alla musica ormai chiede tanto, più di quello che è in grado di capire.

Wim Mertens e Nicolás Dupont, al Teatro Savoia di Campobasso, hanno fatto vibrare la storia e gli occhi e le mani delle tantissime persone venute per ascoltarlo. La sua è una scrittura che sfida le forme e spero sia arrivato anche ai più giovani di come il genio e la creazione siano figli di grandi classici che alla storia hanno concesso colonne talmente rigide che solo gli stolti ne ignorano l’esistenza, gli stessi che dalle televisioni commerciali alle colonne si appoggiano la loro schiena, illudendo la platea di future visioni e di mirabolanti scoperte, dimostrandosi vigliacchi nel parlare con audacia di cose fasulle avendo comunque, non dimentichiamolo, le loro spalle coperte.

Poietika ha servito anche a questo. E a questo, spero, servirà in futuro.


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