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REVIEWSLE RECENSIONI
End Of Suffering
Frank Carter & The Rattlesnakes
2019  (International Death Cult)
ALTERNATIVE ROCK
8/10
all REVIEWS
17/05/2019
Frank Carter & The Rattlesnakes
End Of Suffering
Qualcuno prima o poi mi spiegherà perché ogni volta che mi metto le cuffie e ascolto Frank Carter & the Rattlesnakes mi sciolgo e mi si buca l’anima.
di Laura Floreani

Frank Carter è sempre stato una questione personale. Il motivo? Perché con ogni cosa che fa riesce in qualche modo a lacerarmi l’anima, a leggere un pezzo di me, a emozionarmi, a farmi venire i brividi e, nelle condizioni giuste, a farmi versare qualche lacrima. È sempre così dannatamente intenso, subdolo e sincero che in qualsiasi veste colpisce nel segno.

Lo ha fatto con l’hardcore dei Gallows, dove tra Orchestra of Wolves (2007) e Grey Britain (2009) il subdolo e intenso diveniva cattivo e quasi sadico, lo ha fatto con il rock più leggero dei Pure Love e lo fa ancora meglio da quando si è unito ai Rattlesnakes. Quando con Blossom (2015) era ancora hardcore, quando con Modern Ruin (2017) ha trovato la sua dimensione nelle ambigue pieghe del rock più alternative, arrivando a toccare le più alte vette di brivido, intensità e loop di ascolti. E lo fa ancora con questo End of Suffering, dove continua imperterrito a spaccarmi l’anima in mille pezzi. E io lo lascio fare, calandomi ogni pezzo nel buio, come il drogato una dose. Perché, a volte, attaccare il jack delle cuffie allo stereo è come attaccarlo alla vena di un braccio. Ciò che vi scorre dentro si mischia sempre direttamente con il sangue.

End of Suffering è senza dubbio un disco intimo e (anche questa volta) notturno, nei temi, nei ritmi e nei suoni. Certamente più “lento” rispetto al precedente, nasconde dietro ad un ritmo più suadente e schietto una brutalità che arriva comunque a fare quasi male. Tutto il lavoro sui suoni proposto su Modern Ruin viene preso e proseguito, ripiegandolo ulteriormente verso l’interno, aggiungendo quel tocco di synth, quella linea di basso, quella batteria, quell’effetto con la chitarra tali da creare non solo un tappeto sonoro, ma delle vere e proprie stanze, degli universi magnetici e densi, in cui la voce di Frank Carter svetta e si contorce, più brillante, definita e intensa che mai, andando a delinearvi intere galassie. E come nelle migliori foto che cercano di catturare l’infinita bellezza e oscurità del cosmo, oltre al profondo mistero vi sono anche luci e colori inattesi, che dipingono un paesaggio prismatico sempre pronto a generare bagliori insospettati.

I testi che accompagnano questo viaggio non avranno forse l’alto livello lirico e poetico di quelli presenti su Modern Ruin (anche se, anche in questo caso, più di qualche strofa mette i brividi anche solo a leggerla) ma sono sentiti profondamente. Magari più semplici, nascondono dietro un lirismo più immediato un coacervo di sentimenti profondamente sincero. Anche quelle che possono sembrare facili rime o banali riferimenti, rappresentano in realtà uno schietto e sofferto percorso attraverso depressione, ansia, egocentrismo, insoddisfazione, ambizione, sensibilità, tristezza e sensualità, vissuto contemporaneamente da tutti i ruoli che costruiscono la sua persona: il suo essere artista, padre, marito e, soprattutto, individuo.

Una china, che ha portato Frank a sospendere più volte il tour di Modern Ruin e ad arrivare quasi sull’orlo del suicidio. La “fine della sofferenza”, però, rappresenta il superamento di questa complessa fase, da cui è riuscito ad uscire grazie all’amore incondizionato per la figlia e l’incrollabile supporto del suo migliore amico, Dean Richardson, chitarrista e anima dei Rattlesnakes. Anche se forse, la persona che ti sta accanto dalla tarda notte alle prime luci dell’alba, con cui parli, crei e piangi, che abbracci e che crede in te più di te stesso, permettendoti ti tirarti fuori dal maelstrom che ti porti dentro, non si dovrebbe chiamare solo amico. È qualcosa di più.

Nominare le canzoni più riuscite rischia di essere un’impresa ardua (“Crowbar”, “Heartbreaker”, “Anxiety”, “Angel Wings”, “Kitty Sucker”, “End of Suffering”?) anche perché ognuna nasconde una strofa o un pezzo di verità che, con il cuore in mano, ci viene consegnata. A noi decidere se vogliamo spendere parte del nostro tempo per entrarvi in contatto. Ma attenzione, potrebbe strapparsi qualche brandello di anima nel passarci attraverso.


TAGS: alternative | endofsuffering | frankcarter | rattlesnakes | recensione | review | rock