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REVIEWSLE RECENSIONI
Wade West Deep
Thomas Wynn & The Believers
2017  (Mascot Records)
AMERICANA ROCK
7/10
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30/07/2017
Thomas Wynn & The Believers
Wade West Deep
L’attitudine è chiaramente rock, ma in Wade Waist Deep emergono le più disparate fonti d’ispirazione, inglobando southern, gospel, soul e abbondanti dosi hard rock blues che guardano decisamente agli anni ’70.
di Nicola Chinellato

Originari di Orlando (Florida), questi sei ragazzi, capitanati dai fratelli Thomas e Olivia Wynn, hanno alle spalle una lunga gavetta, maturata fin dal 2005 sotto l’egida di The Wynn Brothers Band. Poi, il cambio del nome in quello attuale, e due dischi (The Reason del 2009 e Brothers And Sisters del 2012) che hanno portato in eredità un ottima visibilità a livello locale. Con questo nuovo Wade Waist Deep il sestetto tenta il definitivo salto di qualità e ad ascoltare le dodici canzoni in scaletta appare subito chiaro che i numeri ci sono proprio tutti. Intanto, non è facile inquadrare la musica del combo sotto un unico genere: l’amalgama è variopinta, la proposta eterogenea, il mood ondivago. L’attitudine è chiaramente rock, ma in Wade Waist Deep emergono le più disparate fonti d’ispirazione, inglobando southern, gospel, soul e abbondanti dosi hard rock blues che guardano decisamente agli anni ’70. Apre il lotto Man Out Of Time, brano dal sapore vagamente psichedelico e dalle sfumature quasi prog, molto vicino al sound seventies proposto dagli svedesi Blue Pills. La title track e Heartbreak Alley, invece, hanno robuste radici gospel e sono pregne di umori sudisti. Il disco, come si diceva, non è affatto lineare, alterna momenti solari ad altri, invece, decisamente, cupi. Il pop rock di Thin Love, ad esempio, è attraversato da un dolce retrogusto nostalgico, You Can’t Hurt Me è un grintoso hard rock, con le chitarre sferraglianti e l’armonica di Chris Bell Antemeraris in bella evidenza, mentre Mountain Fog inizia come folk spettrale e si evolve in un crescendo scosso da eccitata elettricità. Il meglio, però, arriva alla fine del disco con la cupissima We Could All Die Screaming e, soprattutto, con Turn Into The Gold, in cui i Believers danno voce alla loro inclinazione per la jam, sfoderando sette minuti di graffiante rock blues, con le chitarre elettriche che fanno a sportellate. La produzione di Vance Powell (White Stripes) dà al suono un bel tocco vintage e gestisce al meglio le voci di Thomas e Olivia, i cui timbri acuti, quando cantano all’unisono, fanno venire in mente quelli di Jordan Billie e Johnny Whitney dei Blood Brothers (ascoltare la citata Turn Into The Gold). Un disco vario e divertente, dunque, e non facilmente etichettabile, che piacerà, però, sia a chi ama il rock più energico e ruspante sia a chi apprezza il modulo della ballata ricca di pathos. Una bella sorpresa.