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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
10/08/2019
White Lies
Le interviste di Loudd
Il primo febbraio 2019 è uscito “Five”, il nuovo album che segna dieci anni di successi della band londinese, per l’esattezza di West-London. Li ho incontrati e ho fatto una chiacchierata con il bassista, Charles Cave, pregandolo di parlarmi lentamente, terrorizzata dal riuscire o meno a comprendere il vero ed originale inglese londinese DOC. E invece è andata benissimo! Ecco cosa mi ha raccontato qualche ora prima del live milanese del 29 luglio al Circolo Magnolia, tappa di quello che sembra essersi rivelato uno dei tour meglio riusciti della loro carriera.
di Elisa Airaghi

Cosa puoi raccontarci per descrivere lo scenario musicale di Londra? Come è cambiato in questi dieci anni?

Non posso dire che sia cambiato negli ultimi dieci anni, ma sicuramente negli ultimi quindici… c’è stato un cambiamento enorme tra il 2003 e il 2008. Sono stati cinque anni pazzeschi per la musica londinese… c’erano tantissime band che suonavano dal vivo… c’erano tantissime band indie che sorgevano… The Libertines, Good Shoes, The Maccabees, Laura Marling. Noi suonavamo con queste band, non ci chiamavamo ancora White Lies ma Fear Of Flying. Suonavamo in postacci, non in location convenzionali con il classico biglietto all’ingresso, ma in bar, serate indie nei club: c’erano un sacco di eventi di questo tipo. Uscivi e andavi sicuramente ad un concerto indie il venerdì ed il sabato sera. Non c’è più niente di simile ora. Penso che la musica indie e la musica rock siano un po’ morte negli ultimi dieci anni, mentre la pop music ha avuto la meglio. Il fatto è che per fare musica rock o musica indie devi avere una vera band, devi suonare con altre persone, esercitarti, scrivere canzoni insieme a loro, nella stessa stanza. Per fare musica pop non serve essere in un posto con tutta la band, poi fare tutto con un laptop! Quindi, puoi comporre pop music ovunque ti trovi nel mondo ed è un po’ quello che sta accadendo. Per esempio, Los Angeles era una città molto più economica fino a qualche anno fa in confronto a Londra e c’erano molti più producer e compositori di canzoni. Penso che molta musica inglese si sia spostata in America; ora viene prodotta lì. E si sa che la musica americana ha da sempre una grande influenza nel mondo. Non dico che oggi non ci siano band inglesi di teenager che si mettono insieme e iniziano a suonare strumenti e a comporre… ma sempre più spesso si tratta di cantanti di 15 o 20 anni che magari si ritrovano a scrivere pezzi insieme a Mr Big a Los Angeles… e quindi il feeling a Londra è “oh non abbiamo più musica inglese…”. Di conseguenza, anche la presenza di live si è ridotta. Si tratta più che altro di grossi concerti pop organizzati nelle grandi arene. Per questo le location più piccole stanno chiudendo: per le persone e per i promoter l’impressione è che nella città la live music non sia più di moda… o almeno, non lo è più come quando noi eravamo teenager. È triste, ma devi accettarlo. Anche la musica pop e la musica elettronica passeranno di moda e non posso dire se la musica rock tornerà ad essere cool… ma potrebbe… e quando accadrà, penso che Londra sia da considerarsi comunque una città più adatta di L.A. per il rock, perché abbiamo ancora tanti locali e posti in cui un tempo si suonava e possiamo adattarci a farlo di nuovo. Ma ad oggi non c’è nulla. Non posso neanche citarti il nome di qualche band indie o rock di Londra che stia emergendo ora. Non ne ho idea.

Avete dichiarato che questo album marca l’inizio di un nuovo ed entusiasmante capitolo, cosa mi racconti sulle ispirazioni? Cosa lo ha influenzato?  

La cosa più interessante per noi è sempre stata scrivere buone canzoni. Più cresciamo, più siamo interessati alla scrittura delle canzoni e meno alla produzione e a tutte le altre cose necessarie, come ad esempio avere dei suoni cool o contemporanei. Penso che in questo album ci siano canzoni come “Finish Line” che assomigliano molto a dei pezzi da cantautore; non solo perché la chitarra è acustica, ma perché il modo in cui è scritta è davvero molto basic  - parole melodia e accordi. C’è sicuramente un arrangiamento molto interessante, ma in passato facevamo musica in modo molto diverso. Ad esempio, trovavamo un ritmo di batteria di tendenza e allora dicevamo “ok scriviamo una canzone tutta intorno a questo drumbeat”… abbiamo creato molte canzoni cool così, e continueremo a farlo. Ma ora pensiamo “non importa se troviamo un ritmo cool o un arrangiamento di basso di impatto, se poi non abbiamo una grande idea per una canzone”. Quando è così, lasciamo perdere. E per noi è molto bello, perché ci sembra di crescere e migliorare sempre più come scrittori di canzoni. Questo si è rivelato l’album più apprezzato dai nostri fan dopo il primo. Anche il tour è stato il più ampio, il più lungo, quello che ha registrato più biglietti venduti: probabilmente stiamo facendo qualcosa di buono! La scrittura delle canzoni è buona. Nel primo album abbiamo scritto noi le canzoni, ma il nostro producer, Ed Buller, ci ha davvero aiutato a finirle: ha una vastissima preparazione! Personalmente, penso che questo sia il primo album a contenere nove canzoni della stessa grande qualità del primo disco. Non dico che non abbiamo fatto buone canzoni prima, siamo pieni di buone canzoni, ma questo è un album molto, molto coerente.  

Ci puoi raccontare qualche storia divertente, qualche aneddoto relativo alla creazione dell’album o qualche episodio accaduto durante il tour? 

Non molte, però… questo è il secondo album che abbiamo inciso nello stesso periodo dei mondiali di calcio. Tutti i giorni, in studio, c’era sempre la TV accesa che trasmetteva partite. Solitamente non mi interessa il calcio, ma i mondiali sì, quindi è stato tutto strano. In qualsiasi altro momento dell’anno non avremmo mai avuto una TV in studio, ci avrebbe distratto. Ma, caso vuole, dopo quattro anni è successo di nuovo. C’erano milioni di televisori in studio. Dev’essere il karma: incidiamo un album solo quando ci sono i mondiali! E probabilmente ci porta bene!

Quanto tempo avete dedicato per produrre questo nuovo disco, lanciato nel 2019?

Più o meno un anno… per lo più per scrivere le canzoni. Non ricordo bene, ma dovremmo aver iniziato a scrivere una parte della musica in estate, forse a giugno o qualcosa di simile… e abbiamo registrato l’album il maggio successivo. L’effettiva registrazione invece richiede tre o quattro settimane. Penso sia una tempistica molto veloce.  

Suonate insieme dai tempi della scuola, avete iniziato magari nei weekend e sicuramente vivendo il tutto come un hobby… quando avete capito che sarebbe stato così incredibile? 

Non lo abbiamo mai realizzato, penso, ancora ad oggi! Abbiamo solo continuato a fare musica. Per un bel po’ non abbiamo avuto successo. Lavoravamo tantissimo ma non avevamo successo. Quando eravamo a scuola con la nostra vecchia band Fear Of Flying nessuno ci seguiva più di tanto. Suonavamo in qualche locale e abbiamo fatto uscire un paio di singoli, ma non hanno avuto riscontri e poi, un paio di anni dopo, quando improvvisamente abbiamo cambiato il nome della band in White Lies, da un giorno all’altro le persone hanno iniziato ad essere interessate. Improvvisamente avevamo un manager e una booking agency e altrettanto improvvisamente eravamo in tour. Penso che non ci sia stato mai il tempo per sederci e considerare più di tanto cosa stava accadendo. Era tutto un “ok, c’è da fare questo; ok c’è da fare quello”… ma è ok, perché a volte se ti fermi troppo a pensare può anche essere un male! È solo successo e continua tuttora ad accadere.

Siete finiti improvvisamente in cima alla classifica. Come avete reagito?

Ah! Non ricordo! Non penso che ci sia stato il tempo per renderci conto. Anzi, all’epoca ho pensato “wow, la nostra etichetta è stata davvero molto furba! Come avranno mai fatto a convincere la gente a comprare il nostro album?”. Non ci siamo mai sentiti come una band N.1. Abbiamo pensato che fosse un trucco! Qualche manovra geniale di business: sicuro serve anche questo per vendere dischi. È successo tutto così velocemente: il nostro disco è stato al numero uno per una settimana… e poi è sceso al terzo o quarto posto. Una settimana veloce, davvero volata! Eravamo in Russia a girare un video musicale quando abbiamo avuto la notizia, siamo tornati a Londra due giorni dopo e probabilmente avevamo un live show in programma. Non c’è neanche stato il tempo per goderci il momento, non abbiamo neanche festeggiato!

Il primo concerto come White Lies risale al 2008, lo stesso anno in cui anch’io ho aperto la mia attività! Dieci anni (dal vostro primo album uscito nel 2009) per un progetto sono tanti. Come vi siete sentiti?

Sì, è pazzesco! A volte sembrano tanti, dieci anni, a volte no… in giorni come questi, ad esempio, ci ricordiamo di altri concerti fatti a Milano in posti così. Davvero non sembrano passati dieci anni! È super strano!  

Che tipo di location preferite? Grandi location? Festival?

Abbiamo suonato in posti pazzeschi. Dipende. Siamo sul palco per circa 90 minuti, quindi il palco e il setting sono molto importanti, ma è anche molto importante cos’altro facciamo per tutto il resto del giorno. I festival a volte possono essere davvero grandiosi, lo show può essere incredibile, ma presenziare può essere anche molto, molto faticoso… specialmente in Europa e in UK. Arrivi ad un festival alle nove o alle dieci del mattino e non suoni fino alle nove di sera. Stai quasi 12 ore seduto senza avere niente da fare, specialmente se non ci sono paesi o città nelle vicinanze. Se non ti piacciono le altre band presenti al festival non hai neanche interesse ad andarle a vedere. Quindi i festival possono essere super noiosi. Il mio tipo preferito di tour è quello da headliner in Europa. Abbiamo un bus, ci svegliamo la mattina e posso alzarmi e andare a fare un giro a piedi per la città, fare il turista per tutto il giorno, pranzare da qualche parte. Ad esempio in Olanda abbiamo fatto 15 date e abbiamo passato delle giornate bellissime. Lì hanno delle location stupende, con backstage pazzeschi… e questo fa la differenza. È tutto molto più comodo, puoi rilassarti, passare un bel pomeriggio e generare un ottimo show. A volte invece la location è orribile, il tempo anche e ti senti a pezzi tutto il giorno… ma poi fai uno dei migliori show di sempre… insomma, non si può mai sapere!  

Cosa ne pensi della musica dal vivo? Hai detto che in Inghilterra non ci sono così tanti concerti, ma in Italia la scena musicale live sembra movimentata… e forse questo sta aiutando il rock e anche altri generi musicali. Ci sono altri paesi dove credi che ci sia una forte concentrazione di festival e concerti? 

C’è un sacco di musica live ovunque. È solo diversa, è molto pop, almeno in UK. In paesi come Olanda e Germania abbiamo suonato in festival dove dieci anni fa ci sarebbe stata solo musica rock… ora invece è capitato di suonare in situazioni in cui gli headliner facevano death metal… davvero stranissimo! In Italia penso che la musica inglese e anche la cultura inglese siano molto amate. Jackal è un DJ inglese e sta suonando tantissimo nelle serate indie nei club. Ma a Londra non è così. La musica indie, specialmente a Londra, è considerata un po’ datata… non so neanche dirti dove potresti trovare una serata in cui ascoltare indie… forse nel nord dell’Inghilterra, come a Manchester. In Italia ci paragonano spesso a band come i Killers, Echo and The Bunnyman, The Cure, che hanno ancora moltissimo successo e fanno grandi show… quindi ci piace essere qui!

…sì, in effetti anche il remake di Woodstock prevede nel programma un sacco di musica pop… è strano! 

Esatto, è davvero strano!

Pensi che sia diverso ascoltare un vero proprio album o fare zapping tra mille canzoni su Spotify o Apple Music? 

Negli anni 70, se pensiamo al prog-rock o a generi di questo tipo, band e artisti pensavano tipo “ok, nell’LP non metteremo necessariamente nove o dieci canzoni… magari ne mettiamo tre o quattro lunghissime…” e c’erano tante proposte ed idee originali. Ma ora non si pensa all’album. Io amo i dischi, ma il problema è che le persone pensano solo ad un unico tipo di canzone, a causa di Spotify. Una canzone da tre minuti. C’è qualche eccezione… adoro quando trovo canzoni da otto minuti. Penso “finalmente qualcuno fa qualcosa di diverso”. Invece gli album non sono più quelli di una volta: sono un insieme di singoli. È interessante ed è una sfida, ma si potrebbero fare anche canzoni più lunghe, o lunghe un solo minuto, e sarebbe molto interessante. Ma si pensa “ok, dobbiamo creare delle tracce singole, di circa tre minuti e il cuore deve arrivare entro 30 secondi”… perché Spotify fa un’analisi e vede quando gli ascoltatori fanno “skip-skip” su una canzone. Se ciò non accade, la tua canzone può finire nella playlist del venerdì tra i nuovi successi. È davvero sfidante! Se in 20/50 secondi non sei al cuore delle canzone, la gente fa skip… e questo sta cambiando il modo in cui si produce musica. Se senti i produttori di pop music, ti dicono “dobbiamo arrivare al cuore della canzone immediatamente”… e poi, velocemente, serve un altro “core”… e questo non ispira le persone ad essere creative, ma ad essere noiose. In più, una canzone del genere finisce per diventare vecchia velocemente. Quando hai una playlist di venti canzoni, magari nuove hit tratte da differenti artisti, ma tutte seguono la stessa formula, anche chi non capisce niente di musica, finita la playlist si chiede “come mai sono annoiato? Non so perchè, ma sono annoiato”… ma se avessi una playlist di artisti differenti con canzoni diverse, alcune senza “core”, alcune molto lunghe, da 15 minuti, allora sarebbe davvero interessante sentire quella playlist. Penso che la musica abbia bisogno che grosse aziende come Spotify siano più incisive. Spotify ha un sacco di potere e potrebbe usarlo per fare cose pazzesche: per esempio mettendo una canzone da 15 minuti come top song in una playlist… le persone la ascolterebbero, magari non tutti, ma qualcuno direbbe “what’s this! It’s crazy!”… abbiamo bisogno che lo facciano e cambino i loro criteri, altrimenti la musica è destinata a diventare noiosa.  


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