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REVIEWSLE RECENSIONI
08/08/2019
Alice Howe
Visions
Non c’è nulla di nuovo in Visions, e poco importa, perché la grazia e lo stile di questa ragazza tolgono la polvere a un suono antico con una ventata di temperata freschezza
di Nicola Chinellato

Non c’è dubbio che Alice Howe, songwriter originaria di Boston, abbia le carte in regola per suscitare grande interesse in tutti coloro che sono appassionati di roots music. C’è, infatti, qualcosa di estremamente famigliare e immediatamente riconoscibile nelle dieci canzoni che compongono questo esordio: la Howe non inventa nulla, ma ritorna al passato, immergendosi con sacro rispetto in quelle sonorità blues, folk e country che andavano per la maggiore negli anni a cavallo tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 nella California del sud.

Le dieci canzoni di Visons, sia i brani originali che le cover, sono dunque un omaggio al passato, curato con attenzione filologica e qualche tocco di modernità. Questo esordio è, dunque, un disco dal suono inevitabilmente vintage, per cesellare il quale, la Howe si è fatta produrre dal bassista Freebo (noto per la sua collaborazione come turnista con Dr. John, Bonnie Raitt, Loudon Wainwright III, Ringo Star, John Mayall) e si è fatta affiancare dal chitarrista Fuzzbee Morse, dal tastierista John 'JT' Thomas e dal percussionista John Molo, tutti musicisti con comprovata esperienza in ambito West Coast.

Da parte sua, la Howe dimostra di essere in possesso di un brillante songwriting, di ottime capacità interpretative e di una voce calda e radiosa (talvolta può far venire in mente Joan Baez), perfetta per interpretare un repertorio che non conosce cedimenti o sbavature.

Aprono la scaletta le morbide armonie di Twilight, ballata country folk, semplice e appassionata, che introduce al meglio il mood dell’album. Album, che si tinge spesso di blues, come nello shuffle di Getaway Car, punteggiato da un brillante arrangiamento di ottoni e irrobustito dai riff assassini dell’hammond, o nella cover di Honey Bee, presa dal repertorio di Muddy Waters, in cui a farla da padrona sono le bollenti partiture di piano elettrico.

Ottime anche le altre cover: il classico To Long At The Fair di Joel Zoss, la celebre Bring It On Home To Me di Sam Cooke, arrangiata da urlo in una chiave più decisamente blues, e soprattutto il Bob Dylan di Don’t Think Twice, It’s All Right, canzone riletta da centinaia di artisti, ma che la Howe riesce a far sua attraverso un approccio semplice, che mette in evidenza la straordinaria melodia e una voce appassionata e consapevole.

Non c’è nulla di nuovo in Visions, e poco importa, perché la grazia e lo stile di questa ragazza tolgono la polvere a un suono antico con una ventata di temperata freschezza. Un esordio tutto da godere e un nome, quello di Alice Howe, da segnare sul taccuino anche per il futuro.


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