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REVIEWSLE RECENSIONI
09/09/2019
Tool
Fear Inoculum
Dopo tredici lunghissimi anni, tornano i Tool con “Fear Inoculum”. Un album ambizioso come una sinfonia e realizzato da musicisti nel pieno delle loro potenzialità. È valsa la pena aspettare 4.868 giorni? Assolutamente sì.
di Jacopo Bozzer

I 13 anni, tre mesi e 29 giorni che hanno separato l’uscita di 10,000 Days da quella di Fear Inoculum, quinto album in studio dei Tool, sono un lasso di tempo che, nell’odierna discografia, equivale a più di un’era geologica. E, come se non bastasse, sono anche un bel peso che grava sulle spalle del disco stesso perché, inutile negarlo, l’attesa – che negli anni si è fatta sempre più spasmodica e che la band ha saputo gestire con un mix di intelligenza e ironia –, da un lato lo riveste di un’aura di sacralità con ben pochi precedenti e dall’altro lo costringe a essere per forza di cose un capolavoro. Tertium non datur.

Annunciato durante le prime tappe della tournée estiva della band losangelina – durante le quali sono state suonate “Descending” e “Invincible” –, Fear Inoculum si presenta all’ascoltatore in due versioni: in formato digitale, con una tracklist composta da 10 tracce per 86 minuti di musica; e in edizione fisica, con un CD da 7 tracce per 79 minuti, alloggiato in un cofanetto di pregio, curato da Adam Jones, Alex Grey e Mackie Osborne. Un prodotto di altissima qualità, candidato fin d’ora ad accaparrarsi un Gammy per il miglior packaging, ma che rischia di rivelarsi soltanto un souvenir di lusso, dal momento che – a parere di chi scrive – solo l’ascolto di tutti gli 86 minuti di musica che compongono Fear Inoculum permettono di comprendere al meglio la portata del disco e di immergersi completamente nelle sue atmosfere.

Prodotto dagli stessi Tool e registrato e mixato da “Evil” Joe Barresi (già al fianco della band in 10,000 Days), Fear Inoculum vede il bassista Justin Chancellor, il batterista Danny Carey,  il cantante Maynard James Keenan e il chitarrista Adam Jones allontanarsi consapevolmente dal concetto tradizionale di album Rock, per andare nella direzione della musica classica, realizzando un’opera che è più vicino a una sinfonia, fatta di movimenti e minuetti, che a una raccolta di canzoni pensate per la radio. Sensazione confermata anche da una dichiarazione di Danny Carey, che ha riferito come la band per un momento fosse stata tentata di pubblicare Fear Inoculum come fosse un unico gigantesco pezzo e che la tracklist definitiva – composta da 6 canzoni più 4 tracce strumentali definite “segues” – è frutto di un compromesso tra le intenzioni (espandere verso nuovi orizzonti il lato più Progressive della band, emerso in Ænima e poi via via perfezionato in Lateralus e 10,000 Days) e il buonsenso.

A essere onesti, va detto che Fear Inoculum sarebbe potuto uscire in uno qualsiasi degli scorsi 13 anni. Anzi, se si dovesse trovare l’anno esatto in cui collocarlo, verrebbe da indicare il 2009. Alcuni indizi? Per prima cosa, gli inserti di elettronica non sono proprio up to date e i bordoni di synth sono gli stessi sentiti durante il tour di 10,000 Days, ma soprattutto, il suono complessivo del disco ricorda molto da vicino sia quello di Wavering Radiant degli Isis (guarda caso prodotto proprio da Barresi e con Adam Jones ospite in un paio di brani) sia quello di obZen dei Meshuggah, due dischi pubblicati tra il 2008 e il 2009. Ma questo non è necessariamente un male, anzi. Se per alcuni il fatto di non proporre a tutti i costi un suono innovativo può essere visto come uno dei più grandi difetti di Fear Inoculum, è chiaro come questo, allo stesso tempo, possa anche essere considerato un pregio. Indice del fatto che i Tool hanno ormai trovato un loro sound definitivo, una sorta di maestoso monolite inscalfibile, perfezionato ossessivamente negli anni nella comunque costante attività live del gruppo e durante il corso del maniacale processo di scrittura del disco. Il risultato è quindi un suono artificialmente minimale, ottenuto solo all’apparenza senza sovraincisioni, frutto di un meticoloso lavoro in fase di registrazione, realizzato con l’obiettivo primario di restituire all’ascoltatore l’interplay tra i musicisti, in un delicato equilibrio tra istintività e pulizia chirurgica.

È chiaro che 13 anni non sono passati invano. I Tool del 2019 sono quattro musicisti al massimo della maturità, capaci – grazie all’esperienza – di utilizzare al meglio ogni arma del loro arsenale. Uno dei dominatori del disco è senza dubbio il chitarrista Adam Jones, che sfoggia una prestazione davvero superlativa per quanto riguarda tecnica, attitudine, gusto e versatilità: all’inizio di “Fear Inoculum” con la chitarra simula il suono del violoncello, in “Descending” utilizza il bottleneck in due assoli da brividi, mentre in “7empest” fa sostanzialmente quello che vuole: parte con un arpeggio figlio dei King Crimson di “Frame by Frame”, passa per un riff di cui Tony Iommi sarebbe molto fiero, per arrivare a una sezione centrale dove a un assolo acido à la Robert Fripp fa seguire sciabordate brutali in odor di Melvins. Ma anche il lavoro al quattro corde di Justin Chancellor non è da meno: l’ex Peach macina riff e arpeggi senza sosta, riempie gli spazi con un basso pieno e potente e, in “Invincible”, si distingue per un bellissimo assolo che fa molto Cliff Burton. Va però detto, a onor del vero, che Fear Inoculum è, più di tutti, il disco della definitiva consacrazione di Danny Carey. La sua prova alla batteria è infatti strepitosa, un concentrato di poliritmie, tempi dispari e maestria nel fondere il classico drum kit acustico con quello elettronico. Per non parlare delle varie sezioni – vedi “Pneuma” oppure i primi minuti di “Fear Inoculum” – in cui utilizza le percussioni portando le canzoni a un livello di tribalismo mai sentito prima in casa Tool. E non ci sono abbastanza aggettivi per descrivere il suo show nella strumentale “Chocolate Chip Trip”, senza contare i vari interventi di musica sperimentale e musica concreta nascosti come easter egg lungo tutto il disco.

E che dire di Maynard James Keenan? In questi 13 anni il cantante – nonostante il crescente tempo dedicato alla sua azienda vitivinicola in Arizona – è il membro dei Tool che ha pubblicato musica con più continuità, sia con i Puscifer sia con gli A Perfect Circle. Due esperienze che lo hanno visto sperimentare con la vocalità e utilizzare un registro più etereo, ampiamente usato anche in Fear Inoculum. Per la maggior parte del tempo, Keenan gioca di sottrazione, lasciando ampio spazio alle parti strumentali e decidendo di intervenire solamente quando ritenuto da lui necessario. Un esempio su tutti è “Descending”: dopo che la parte cantata si è conclusa a metà brano, nel finale si apre uno spiraglio per un’eventuale ripresa del ritornello, ma Keenan evita consapevolmente di intervenire. Con l’utilizzo del registro basso (“Fear Inoculum”) e della salmodia (“Culling Voices”), il cantato più aggressivo à la “Ticks & Leeches” fa così capolino soltanto nei primi minuti di “7empest”, lasciando così ampio spazio alle armonizzazioni vocali e ai cori polifonici.

Anche dal punto di vista dei testi Keenan spariglia le carte, lasciando da parte sesso, sodomia, rapimenti alieni e umorismo nero in favore di temi come la paura del tempo che passa inesorabile (“Fear Inoculum”), il futuro dell’umanità (“Descending”), la rilevanza stessa della band all’interno di un panorama musicale in continuo mutamento (ebbene sì, sono proprio i Tool il guerriero «struggling to remain relevant» di “Invincible”) e l’incomunicabilità (“Culling Voices”). Inoltre, è evidente l’abbandono di una certa misantropia che aveva caratterizzato gli album precedenti (vedi soprattutto Æenima) in favore di un rapporto più compassionevole con il prossimo, in cerca anche di un’elevazione spirituale (“Pneuma”).

Prigionieri di infinite cause legali e – soprattutto – di loro stessi, per oltre 13 anni i Tool hanno rifinito la loro arte con una dedizione da artigiani d’altri tempi, guidati dal mantra «It’s not good when it’s done, it’s done when it’s good», realizzando un disco che rispecchia la band e la sua storia al cento per cento, come nessun altro album in passato era mai riuscito a fare. Forse Fear Inoculum non è il disco migliore dei Tool in senso assoluto – quello è senza dubbio Lateralus –, ma è di sicuro quello più maturo e compiuto. È valsa la pena aspettare 4.868 giorni? Assolutamente sì. Detto questo, la speranza è che per un altro album non si debba attendere altri 13 anni.


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