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REVIEWSLE RECENSIONI
Ruby Red
Suzanne Santo
2017  (Soozanto Records)
ROCK SINGER SONGWRITER
8/10
all REVIEWS
19/08/2017
Suzanne Santo
Ruby Red
L’istinto naturale di Walker verso il rock più duro e ruvido e l’inclinazione crepuscolare del songwriting della Santo hanno prodotto un disco anomalo, cupo, più distante dalle melodie acustiche e solari che talvolta animano il pop country degli HoneyHoney
di Nicola Chinellato

Arriva un momento nella vita in cui si sente il bisogno di cambiare, di imboccare una strada diversa, di mettersi alla prova con nuove esperienze, di capire chi realmente siamo misurandoci fuori dal nostro contesto. Suzanne Santo ha passato gli ultimi dieci anni a lavorare insieme a Benjamin Jaffe al progetto HoneyHoney, due losangelino che utilizzando prevalentemente strumenti tradizionali (violino, banjo, chitarra acustica) e facendo leva sulla voce cristallina della Santo, ha pubblicato tre album di alt country rivisitato in chiave pop rock. Tre dischi all’attivo, l’ultimo dei quali, 3, è stato prodotto da Dave Cobb e ha aperto alla band le porte di un meritato successo. Suzanne, però, meditava da tempo un cambio rotta e animata dal desiderio di mettersi in gioco in solitaria, si è affidata alle sapienti mani dell’amico Butch Walker (produttore apprezzatissimo e songwriter di successo – il suo ultimo Stay Gold del 2015 ha ricevuto critiche entusiastiche), che le ha messo a disposizione i suoi personali studi di registrazione, i celebri Ruby Red Studios, che danno anche il titolo al disco. L’istinto naturale di Walker verso il rock più duro e ruvido e l’inclinazione crepuscolare del songwriting della Santo hanno prodotto un disco anomalo, cupo, più distante dalle melodie acustiche e solari che talvolta animano il pop country degli HoneyHoney. A eccezione della conclusiva Better Than That, l’americana, infatti, è stata messa da parte per far spazio a una scaletta in cui sono predominanti sonorità rock e soul, in cui la notte prevale sul giorno, la distorsione sul ricamo, il torbido sul cristallino. Apre il disco Handshake, un crescendo noir di tamburi battenti, violini strazianti e vibrante elettricità, biglietto da visita per un disco il cui mood oscilla fra l’oscuro e il meditabondo. Il primo singolo, Ghost In My bed, accelera il passo su una accattivante melodia pop, ma le partiture di pianoforte e di violino suggeriscono più di un languore malinconico. The Wrong Man è uno spiritual dalla buccia scabra che non starebbe male nelle mani degli Algiers, Best Out Of Me è una struggente ballata che si veste di nostalgico decadentismo, Regrets sfodera un bel piglio swamp, mentre Bullets è un lamento soul dall’atmosfera cinematografica, che avrebbe fatto una splendida figura sul nuovo disco di Lana Del Rey. Tutto molto bello, grazie anche alla voce emozionante, ipnotica e duttile di Suzanne, che riesce a esprimersi meravigliosamente sia quando gioca col passo lento della ballata sia quando occorre sfoderare grinta e rabbia. Non a caso, il meglio del disco sono due dei brani più rumorosi: il rock blues di Love Fucked Up, in cui Suzanne copre lo stridere delle chitarre, sfoderando un minaccioso ringhio da pantera della notte, e Blood On Your Knees, capolavoro di originalità, che inizia come una ballata in stile Adele e cresce poi in un’esplosione di chitarre percosse a sangue. Rispetto alla sua militanza negli HoneyHoney, gruppo piacevolissimo di cui consiglio vivamente di recuperare tutti e tre gli album in studio, Suzanne Santo da sola dimostra di possedere una marcia in più: una scrittura più stratificata, in cui confluiscono diverse modalità espressive, e grinta e passione da vendere. Assolutamente da non perdere.