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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
08/05/2019
Diamanda Galás
The Litanies of Satan
Un disco ai limiti dell’espressività umana, che lasciava alla californiana di origine greca pochi margini di vivibilità estetica e, di conseguenza, il rischio d’una caduta nel manierismo e, poi, nell’autoparodia. Cosa puntualmente avvenuta.
di Vlad Tepes

"Pape Satàn, pape Satàn aleppe!",

cominciò Pluto con la voce chioccia;

e quel savio gentil, che tutto seppe,

 

disse per confortarmi: «Non ti noccia

la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,

non ci torrà lo scender questa roccia".

 

Ecco la vera lingua del diavolo, un’espressione che Dante mutuò, abbastanza liberamente, dall’arabo: "La porta dell'Inferno! La porta dell'Inferno! Fermati!".

Dante operava, però, in ambito umanistico; tutti i suoi orrori vengono filtrati, attutiti e resi simbolici dal ricorso ad una cultura alta che possiede lo statuto dell’autorevolezza e, nel caso della teologia, della verità.

La demoniaca Diamanda, invece, ha oltrepassato il meridiano zero dell’umanità e, come Gnaw Their Tongues, Throbbing Gristle e Khanate, opera in piena era nichilista.

Non bastano esorcismi e preghiere: Dio è morto e le cose non rendono più ombra. Come disse Nietzsche: "Il mistero è che non c'è più mistero". Siamo soli. Costretti a trascinare le nostre esistenze senza alcun rifugio. L’Inferno è sulla terra e coincide con essa: la Galás ne è la portavoce. Singulti, grida, bisbigli, cacofonie, invocazioni, barbarismi, poliglottie blasfeme, bordoni e filtri elettronici, tutto congiura nella resa atmosferica di un mondo alla fine dei tempi filosofici.

Un disco ai limiti dell’espressività umana, che lasciava alla californiana di origine greca pochi margini di vivibilità estetica e, di conseguenza, il rischio d’una caduta nel manierismo e, poi, nell’autoparodia. Cosa puntualmente avvenuta.

Litanies rimane la sua cosa migliore, un tour de force ancora impressionante, a distanza di oltre trent’anni.


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