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REVIEWSLE RECENSIONI
Chew
The Paperhead
2017  (Trouble In Mind)
PSICHEDELIA ALTERNATIVE
7/10
all REVIEWS
20/09/2017
The Paperhead
Chew
Le citazioni che troverete in scaletta sono infinite, e ognuno può divertirsi a far paragoni con le sue band preferite, dai Beach Boys ai Kinks fino al power pop di inizi settanta.
di Antonio Abbruzzese

Chew è il terzo album degli americani Paperhead, o il quarto se consideriamo anche “Focus on in...the Looking Glass”, uscito nel 2010 a nome Looking Glass. Il disco funziona bene fin dai primi ascolti, e dimostra la maturità acquisita dal trio di Nashville (Ryan Jennings, chitarra e voce, Peter Stringer-Eye, basso e voce, e Walker Mimms, batteria e voce) nell’amalgamare, riattualizzandoli, tutti quei generi di matrice sixties su cui la band ha lavorato fin dagli esordi: pop, psichedelica e country/rock. Inoltre, rispetto ai precedenti lavori, il sound della band s’è ulteriormente arricchito con l’ausilio di altri strumenti, ad esempio l’organo e i fiati di Over And Over e Emotion, due canzoni che, così arrangiate, riescono a evocare in pochi minuti quasi cinquant’anni di storia del psych/pop. Le citazioni che troverete in scaletta sono infinite, e ognuno può divertirsi a far paragoni con le sue band preferite, dai Beach Boys ai Kinks fino al power pop di inizi settanta. Si parte subito alla grande con The True Poet, la canzone che inaugura la scaletta e quasi un omaggio a Barrett e ai primi Pink Floyd. Reminiscenze beatlesiane aleggiano, invece, in altre parti del disco, da Pig, che ricorda anche nel titolo la Piggies del White Album, a War At You, che strizza l'occhio a certi arrangiamenti di Sgt. Pepper’s. Seguono, quindi, una manciata di brani, che tradiscono le origini geografiche della band, tra cui spiccano Porter’s Fiddle, country/rock che potrebbe provenire dalle outtakes di Dr. Byrds and Mr. Hyde dei Byrds, e Fairy Tales, acid folk alla maniera di Donovan. Se con Love You To Death e Duly Noted, Jennings e compagni si misurano con sonorità decisamente più moderne, con Dama De Lavanda centrano il bersaglio, evocando sapientemente Herb Alpert e alcune atmosfere di scuola Calexico. A voler trovare qualche difetto in un contesto, peraltro, più che positivo, segnaliamo l’inutile title track strumentale, che chiude la scaletta, e l’inguardabile copertina. Due annotazioni negative che non tolgono nulla al giudizio finale.