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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
09/11/2017
The Streets e Plan B
Due solisti sfavoriti per un futuro che forse razionerà anche le pile alcaline
Quando uscì l’album d’esordio di The Streets ne fui quasi travolto. Trasudava street cred inscalfibile; un’aura di autenticità, tagliente come un rasoio, che era rap ma senza fare uso della rima; mi sembravano le strade di Quadrophenia vent’anni (o trenta) dopo.
di Stefano Galli steg-speakerscorner.blogspot.com

Quando uscì l’album d’esordio di The Streets ne fui quasi travolto.

Trasudava street cred inscalfibile; un’aura di autenticità, tagliente come un rasoio, che era rap ma senza fare uso della rima; mi sembravano le strade di Quadrophenia vent’anni (o trenta) dopo.

Un ragazzo dietro uno pseudonimo collettivo che – prevedevo a malincuore – non poteva durare troppo a lungo però avrei tenuto nel cuore. Infatti.

Molti anni dopo, come capita(va?) sempre più raramente o mai, nel 2010, ecco che ascolto tramite videoclip un altro outsider che mi lascia un retrogusto da giovane ribelle del soul, le nocche idealmente tatuate come un incrocio necessariamente senza speranza fra Robert Mitchum e la manovalanza dei Kray Twins.

Roba rara: è (di nuovo un solista dietro pseudonimo apparentemente collettivo) Plan B con il suo secondo album: The Defamation Of Stricktland Banks.

Aggiungo Jake Arnott con The Long Firm e Johnny Come Home e l’insuperabile Anthony Frewin con London Blues[1] perchè questi tre romanzi possono suscitare sensazioni non dissimili da quelle degli artisti musicali qui descritti.

Adesso sta a voi.

Ma vi lancio una proposta, dal basso del mio i-Pod contenente più di ventunomila canzoni[2]: se si tornasse a un bel Discman (e intendo Sony) con una dotazione di 20 CD al massimo (non CDR, troppo comodo) da portarsi in giro?

Più tempo per pensare e per leggere, soprattutto se con i lettori di mp3 si lasciassero a casa anche i telefoni a batteria cellulare[3].

Perché è vero che “lessi is more” non convince, ma certa musica attuale e il modo in cui la si ascolta sono piuttosto vuoti e quindi in questi hard times (qualcuno ricorda la grandiosa copertina di The Face del settembre 1982?) qualche riflessione non guasta.

[1] Non se ne abbia Cathy Unsworth: godibili e da me apprezzati i suoi romanzi, ma forse un poco troppo “by numbers”. L’argomento della narrativa incentrata sulle culture giovanili è serio e non trattabile in una footnote.

[2] Non perché mi sento solo, forse semplicemente per fare fronte a mezzo secolo abbondante di vita.

[3] In fondo l’ultima rivoluzione tecnologica risale al Walkman (di nuovo intendo Sony) e al telefax (banalizzo lessicalmente per sintesi).