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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
06/02/2018
Questo eterno presente critico è la loro nostalgia
Non è la mia musica
Noi non siamo quello che ascoltiamo, ma siamo quello di cui dovremmo vergognarci di (provare ad) ascoltare.
di Simone Nicastro

Ultimamente avete provato a discutere di musica (sui social)? Sempre che questa attività sia di possibile vostro interesse, vi consiglio personalmente di non farlo. So che non sto raccontando niente di nuovo ma devo ammettere che la mia educazione e tolleranza verso le opinioni altrui sta vacillando molto più del solito (e a nulla sembra servire il mio ingenuo convincimento nel valore del dialogo). La musica fa parte della mia vita praticamente dalla nascita ed è nutrimento essenziale quotidiano come qualsiasi altro elemento necessario al mio corpo e alla mia mente per non morire. Questo continuo abbeveraggio mi ha costretto a cercare di rivolgermi a qualsiasi tipologia di meraviglia artistica che l’uomo nel corso dei secoli è riuscito a realizzare, imparando abbastanza precocemente dalla realtà e da ottimi maestri, che, per dirla alla Quincy Jones, “Dio ci ha dato due orecchie e una bocca perché devi ascoltare il doppio di quanto parli”.

Tornando all’ammonimento di cui sopra sono decisamente preoccupato e amareggiato (e incazzato) del modo di pensare e ragionare che stiamo lasciando in eredità ai nostri figli (figurativamente nel mio caso): il criterio con cui addentrarsi nella musica non è lasciare che questa possa far accadere uno stupore (di qualsiasi natura) ma accertarsi di inscatolarla nel nostro criterio giudicante e asfissiante. Mai come in questi anni siamo tutti vittima di una nostalgia dilagante: la stoica falsità etica ed estetica a non voler mai invecchiare ha acuito esponenzialmente il dittatoriale interventismo da tuttologi nelle singole questioni quotidiane, soprattutto quelle dei giovani che ormai sono quasi impossibilitati ad atti di sana ribellione contro le generazioni precedenti. Gli adulti si comportano e si introducono nel mondo, reale e virtuale, sempre come eterni padroni e giudici incontrovertibili del presente. Unica chance per i giovani è allontanarsi il più possibile dalla strada battuta dai loro livorosi e strafottenti carcerieri (non ho usato custodi apposta).

Questo fenomeno in Italia nel 2018 crea situazioni da fanta/horror in cui, per esempio, Bruce Springsteen è ancora il rocker del popolo e Madonna rappresenta la dance da ballare nelle discoteche (anch’esse in via d’estinzione tra l’altro). In alternativa gli adolescenti riempiono i parcheggi abusivi (e le piattaforme streaming) in pieno freestyle su basi post-dubstep e trap. La fuga dalle catene si gioca soprattutto a livello strumentale: se Facebook si riempie di 40/50/60enni pronti a ricordare sempre i (bei) tempi di Van Morrison e del poeta Bob “premiatoNobelmaprimoeultimoalternativovero” Dylan, allora i ragazzi si spostano su Twitter; inseguiti anche lì passano a Instagram e progressivamente si avventureranno nella matrice di “Matrix”. Il motivo risiede in quanto accennato prima: gli adulti di “questo eterno presente” sono incapaci di discutere - mettendosi in discussione - e soprattutto di rendersi conto che non hanno la verità in tasca. E anche nel caso ce l’avessero, che non è forse questo il metodo educativo migliore. Ok, quanto detto ora esula dal tema musicale, quindi magari ne discutiamo un’altra volta.

Tornando al tema principale, lo dico in modo da non essere equivocato e pronto ad entrare nel merito con chiunque volesse: ancora oggi ci sono discussioni ampie e radicali su musica vecchia di secoli mentre in questi anni (sul web) ogni giorno ci si permette di arrogarsi e di rimarcare l’oggettiva qualità superiore di alcune composizioni di solo 30/40 anni fa su quelle di oggi. Come se a questa(e) generazione(i) fosse bastato molto minor tempo storico per detenere (come se fosse mai successo prima!) il diritto di decidere il bello e il giusto inconfondibilmente.

Possibile, mi chiedo, che anche solo per il fatto di avere la possibilità di essere in continua connessione con spazi e tempi di tutto il pianeta, non abbiamo imparato che le tradizioni vengono “arrangiate” in maniera totalmente diversa a seconda di ogni periodo e luogo? Sinceramente non riesco a capacitarmi di tutto questo astio, delle prese di posizione radicali, del continuo rimarcare la grandezza del passato (o di come si facevano le cose nel passato), del trovare sempre nuove teorie per demolire qualcosa che invece proprio nella suo trascorrere/evoluzione è sempre stato capace di accompagnare l’uomo sul percorso della sua vita. Lo so che è sempre esistito un certo tipo di resistenza da parte del passato all’avanzare del presente ma qui ormai siamo all’oscurantismo reazionario da esercito armato.

Nel mio piccolo caso, solo per essermi espresso positivamente su un album di una 24enne come Francesca Michielin, sono stato dileggiato e accusato di voler essere proprio io un eterno adolescente. Ho trovato persone a dilungarsi in disamine tecniche/produttive per accertare la mediocrità delle sue composizioni; ho letto allusioni su una sua presunta incapacità vocale; oltre ovviamente alle solite generalizzazioni su tutta la scena italiana contemporanea che, secondo il gusto di costoro, non meriterebbe neanche di risuonare nei cessi delle stazioni.

In questo paese vedo quotidianamente negare l’esistenza e il valore intrinseco di intere scene artistiche quali hip hop, techno, house, new-soul, electro e chi ne ha più ne metta. Si nega in realtà il valore del (pop)ular in toto e si ringrazia con ceri alla Madonna (quell’altra) la nascita di ogni tipo di cantautore abbia calcato i palchi tra il ‘68 e ‘78, ovviamente per poi trovare dell’eccezioni nei loro soliti eroi che sono ancora in circolazione.

Mica si rischi di confondersi con gli inglesi e il loro insensato e abbietto cercare sempre “the next big thing”! Meglio appropriarsi dell’intera scena rock sudista americana che da noi viene risuonata nel western della pianura padana (tramutandosi in Ligabue). Con i miei occhi ho visto inorridirsi per la scena wave ‘80 nostrana, abiurare l’alternative rock dei 90 e soprassedere sui tentativi autorali degli anni zero. Ora, a cascata, tutto il vomito possibile sull’indie e la trap che “comesipermettono” stanno riportando migliaia di ragazzi ai concerti. Che siano Diaframma, Cccp, Casino Royale, Marlene Kuntz, Paolo Benvegnù, Virginiana Miller, Brunori Sas, Cani o appunto Francesca Michielin l’importante è affermare la propria superiorità culturale, artistica e morale.

Noi non siamo quello che ascoltiamo ma siamo quello di cui dovremmo vergognarci di (provare ad) ascoltare. Il trasversale nella forma d’arte musicale in Italia è bandito e guai a chi voglia opporsi. Però (c’è un però) non tutto è perduto: nel mio continuo peregrinare e mai abbandonare la strada maestra del confronto e studio dell’altrui gusto ho incontrato decine e decine di musicisti, studiosi e giornalisti che non solo amano tremendamente la musica ma fanno di tutto per arricchirla e diffonderla senza preclusioni e pregiudizi. Questi sono i maestri a cui mi riferivo nelle prime battute e a cui vanno e andranno sempre tutti i miei più sentiti ringraziamenti: grazie a voi Robert Smith e Solange trovano il loro giusto spazio nelle mie orecchie e nel mio cuore. Che fortunatamente sembra non essere mai sazio della meraviglia della musica. Anche oggi e soprattutto domani.