THE BOOKSTORECARTA CANTA
Madame Bovary
Gustave Flaubert
(Oscar Classici Mondadori)
LIBRI E ALTRE STORIE
10/10
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12/07/2017
Gustave Flaubert
Madame Bovary
di Nicola Chinellato

La storia della signora Bovary, una povera adultera malata di sogni impossibili, che scende la scala della sua degradazione fino al suicidio, è, scriveva Garboli, solo in apparenza la storia di una vita mancata: dominata dalla fatalità, dotata di una cieca e meccanica articolazione, Emma Bovary è piuttosto il ritratto statico, marmoreo, della mancanza della vita. L'introduzione di questa edizione è a cura dello psicanalista Roberto Speziale Bagliacca che concentra la sua attenzione sulla figura di Charles Bovary, che appare un "masochista morale di alto lignaggio che, con un sadismo perfettamente camuffato, contribuisce in maniera determinante al suicidio di Emma".

“Emma c’est moi!”. E’ questa la frase che Gustave Flaubert pronunciò davanti ai giudici che lo interrogavano a proposito della protagonista di Madame Bovary, il romanzo per cui, nel 1857, fu processato per oltraggio alla pubblica morale. Una frase che, all’epoca dei fatti, suscitò parecchio scandalo, da momento che presupponeva un’inaccettabile immedesimazione fra lo scandaloso personaggio flaubertiano e lo scrittore normanno che lo aveva creato. Chi ha letto il romanzo sa che, in realtà, le cose sono molto più complesse. Il rapporto fra Emma e il suo creatore è a dir poco ambivalente. Flaubert, infatti, non fa nulla per nascondere il proprio disprezzo per la signora Bovary. Si guarda bene dall’esprimere un giudizio diretto, certo, eppure tratteggia il personaggio in modo tale che al lettore risulti palese di trovarsi di fronte a una donna moralmente indifendibile. Non è tanto l’adulterio che Flaubert condanna, quanto semmai la totale mancanza di empatia nei riguardi del marito Charles e delle figlia Berthe: Emma è una pessima moglie ed è una moglie sprezzante; Emma è anche, e soprattutto, una madre indifferente all’amore della piccola figlia, una madre che non si fa scrupoli ad allontanare da sé anche fisicamente la propria bambina. Eppure, Flaubert possiede molte cose in comune con la sua creatura, come, ad esempio, la propensione per la vita mondana e il lusso, l’incuranza verso il dissesto economico che spesso rischia di affrontare nel corso della propria esistenza, il dispregio, anche violento, nei confronti della provincia e della borghesia del tempo. Soprattutto, Flaubert costruisce Emma prendendo spunto dalla sua relazione con Louise Colet, discreta poetessa, frequentatrice di salotti, donna sposata e adultera, madre irresponsabile. La Colet, insomma, non fu solo parte integrante della vita del romanziere per tutti gli otto anni della loro burrascosa relazione, ma fu anche il modello su cui Flaubert ritagliò il personaggio di madame Bovary (le malelingue sostengono che Gustave, da tempo stufo della relazione con Louise, tenne vivo il rapporto con la donna solo per poter terminare il romanzo). Chi è, dunque, Emma Bovary? Emma è una donna ambigua, inquieta, complessa, contraddittoria e talmente sfaccettata nella sua psicologia, da rapire il lettore a numerose riflessioni ben oltre le pagine del romanzo. Come ogni ragazza borghese del tempo viene imprigionata nella gabbia di un matrimonio combinato, in cui l’amore è assolutamente marginale, e si trova a vivere la condizione gretta e meschina di una provincia francese che non concede né svago né prospettive. Il sogno d’amore, quel sogno nato dalla lettura dei romanzetti d’appendice che ai tempi andavano per la maggiore, si infrange contro la dura realtà di un matrimonio infelice e contro il tedio di una vita sciapa, monocorde, ogni giorno uguale sé stessa. Come evadere, dunque, dalla noia feroce che le sta rubando la giovinezza? Ecco, allora, la pietra dello scandalo: Emma tradisce il marito, prima platonicamente e poi carnalmente, e l’adulterio viene proposto da Flaubert come un’unica via di fuga e di salvezza, generando scalpore nella società moralista dell’epoca. Sia chiaro, però: non è il sesso o la lascivia a spingere Emma al tradimento, bensì la necessità di trasformarsi in protagonista della propria vita, esattamente come lo sono i personaggi dei romanzetti d’appendice che Emma legge di continuo. 

Emma non è solo un’adultera, e sarebbe limitante anche il solo pensarlo, è semmai la donna che vuole, fortemente, essere l’attrice protagonista di un’esistenza teatralizzata all’eccesso, sia nei sentimenti, che nel desiderio di lusso, e financo nel momento della morte. Emma si ama o si odia, o meglio si ama e si odia al contempo: sensuale, intelligente, capace di slanci amorosi totalizzanti e di altrettanti totalizzanti afflati di generosità; e per converso, stolta fino al limite della follia nello sperperare la fortuna di famiglia, infida e calcolatrice nel pianificare il tradimento, rancorosa nei confronti del docile e stolto marito, madre inaffidabile e priva di quegli scrupoli affettuosi che dovrebbero animare il rapporto con la sua piccola figlia. Flaubert racconta Emma senza filtri, condannandola, certo, anche se, in fin dei conti, è attratto dalla sua stessa creazione, nei confronti della quale prova una sincera empatia. Perché Emma è la donna che sogna a occhi aperti, che cerca di evadere dalla reclusione delle convenzioni, che disprezza la stolta borghesia che la circonda, che cerca di uscire da un ruolo di comprimaria che altri hanno ritagliato per lei. Il grande scrittore americano Henry James sostenne che Flaubert per punire Madame Bovary dei suoi peccati inscenò la sua morte come un lunghissimo calvario, in cui non ci vengono risparmiate né deiezioni fisiologiche, né dolore fisico, né linciaggio morale. A ben vedere, invece, Flaubert fa morire Emma così come è vissuta, teatralizzando al massimo l’exitus e rendendola protagonista assoluta anche nel momento del trapasso. Ed è proprio nella lunga agonia del suo personaggio che Flaubert vuole suscitare nel lettore quel compassionevole moto di pietà nei confronti della donna che era mancato per tutta la durata del romanzo, sottolineando l’indifferenza stolida di chi la circonda (quella borghesia provinciale e gretta di uomini condannati a una vanità grottesca) ed esaltando, invece, il dolore di Charles, quel marito innamorato e bistrattato, il cui amore gratuito salva, però, Emma dal disdoro del giudizio altrui. Madame Bovary, nella sua multiforme complessità, è davvero un personaggio femminile che ha pochi eguali nella storia della letteratura, tanto che la sua profonda ambivalenza finisce per stagliarla all’orizzonte come il profilo di un quercia sul campo di grano del romanzo francese ottocentesco e della società del tempo. Non è solo l’intrinseca grandezza dell’opera: dalle suggestioni create dal romanzo, infatti, nascerà addirittura una corrente di pensiero chiamata bovarismo, in cui la propensione al sogno ad occhi aperti e la lettura sono l’unico modo per svincolarsi da un’esistenza gretta, dalle monotone consuetudini della provincia e dalle stolte affettazioni della borghesia. Quella borghesia che Flaubert odiava ferocemente e che massacra senza mezzi termini nelle pagine del romanzo, descrivendo una schiera di personaggi indelebili nella loro mortificante vacuità: Charles, il marito di Emma, buono ma ottuso e inetto; il farmacista Homais, vanaglorioso e affetto da grandeur, ma al contempo ignorante, limitato e cieco rispetto alla propria totale inadeguatezza; gli inconsistenti amanti di Emma, Rodolphe e Leon (quest’ultimo, fulminato per l’eternità con la frase: “il più mediocre libertino ha sognato sultane; ogni notaio si porta dentro le macerie di un poeta”) e Monsieur Lheureux, lo strozzino spregiudicato e manipolatore. Un’umanità talmente ignobile e insulsa che immedesimarsi in Madame Bovary è quasi un dovere morale. “Emma c’est moi!”