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REVIEWSLE RECENSIONI
29/03/2018
The Laissez Fairs
Empire of Mars
Si, perché The Laissez Fairs da Las Vegas tutto sembrano tranne che una band dei nostri giorni, essendo la loro arte inchiodata negli anni sessanta, quei sessanta che si avviavano verso la fine e che si ammantarono di psichedelia.
di Leo Giovannini

La tranvia sferraglia nervosa, un passeggero perplesso ed impaurito per il possibile arrivo del controllore, non riesce ad obliterare un biglietto elettronico e sta all’erta vicino alle portiere. Forse non sa che i controllori non sono più riconoscibili come una volta, oggigiorno sono bravi a mimetizzarsi con i passeggeri e in quattro e quattr’otto sei belle che fregato. Anche John Fallon (voce, chitarre, basso e batteria) e Joe Lawless (voce, 12 corde, tastiere) i due leader dei The Laissez Fairs sanno come mimetizzarsi, ma insieme alla loro band si camuffano in questo scorcio di secolo come se arrivassero da un’epoca lontana. E come con i bigliettai tu rimani fregato, ma in questo caso non hai da pagare alcuna multa.


Si, perché The Laissez Fairs da Las Vegas tutto sembrano tranne che una band dei nostri giorni, essendo la loro arte inchiodata negli anni sessanta, quei sessanta che si avviavano verso la fine e che si ammantarono di psichedelia. Psichedelia british però, come la avrebbe suonata una band mod e qui abbiamo il secondo tassello per descrivere il sound e l’attitudine della band. The Who e i Beatles fanno capolino nel brano che apre “Empire of Mars” terzo lascito dei quattro vegassiani (nel senso di Las Vegas) “High Horse” è un lascito di “The Who Sell Out” (quel mulinio di basso è puro Entwistle) e di un Revolver ancora più in acido, così come la successiva “Like Mrs Peel in Leather” sono ancora i quattro di Liverpool a fare capolino, ma come se non avessero mai inciso Sgt. Pepper.

Le assonanze, però, non finiscono qui: come non pensare agli Hollies e ai Byrds quando ci imbattiamo nella melodia di “Almost Got You Made”, e se non bastasse ti ritrovi a pensare che un pizzico degli Stones psichedelici ci starebbero proprio bene in questo contesto. Eccoti accontentato: “Silhouette Suzy” arriva ed è come un antipasto ad “Higher Than You’d Meant To Go” e quel suo riff rubato a Jumpin’ Jack Flash che è come un biglietto per il rock’n’roll circus acquistato con cinquant’anni di ritardo, giusto in tempo per assistere all’ultima performance di Brian Jones.


Nonostante le tali e tante affinità con la psichedelia di fine anno 60, The Laissez Fairs ed “Empire of Mars” non mancano di personalità, ascoltate ad esempio la conclusiva “Again Again Again” epitaffio in salsa proto-stoner a suggello di uno dei migliori dischi uscito in questo scorcio di anno. Nel frattempo la tranvia , così come il disco, è giunta a destinazione, il passeggero impaurito non ha vidimato il suo biglietto ed è sceso dal tram con un’aria decisamente confortata per non essere stato beccato dal controllore, la stessa che ho io per essermi imbattuto nei The Laissez Fairs.

Un disco derivativo che ascolteranno i soliti quattro gatti? Sicuramente, ma sinceramente non me può fregare di meno. Un disco che guarda indietro nel tempo? No, chiamatelo un disco senza tempo.