RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
12/07/2017
The Housemartins
London 0 Hull 4
di Nicola Chinellato

Tra la plastica di tante tastierine, all’apice dello splendore della cultura dell’effimero e dinanzi alle macerie della devastazione socio-culturale perpetrata dal pugno di ferro tatcheriano, spuntano quattro sfigati dal nord dell’Inghilterra, che si mettono di traverso, andando controcorrente rispetto ai canoni estetici dell’epoca. Niente synth pop, quindi, né elettronica, crepuscoli gotici o intellettualismi new wave, ma canzoni che, invece, pescano a piene mani dalla musica nera: soul, doo wop, R&B, gospel, anni 50 e 60 declinati attraverso un linguaggio chitarristico scanzonato e orecchiabile. Arrivano da Hull, piccola cittadina dello Yorkshire, e si sono formati nel 1983, grazie al cantante Paul David Heaton e al chitarrista Stan Cullimore, a cui si aggiungono, dopo poco, l’ex chitarrista dei Gargoyles, Ted Key, in veste di bassista, e Justin Patrick alla batteria. Quando nel 1985, Key se ne va, la band prende il suo assetto definitivo con l’entrata nella line up di Norman Cook (nel decennio successivo, meglio conosciuto ai più con l’aka di Fatboy Slim) e con la scelta di un nome, Housemartins (voluto da Heaton in onore del suo scrittore preferito, Peter Tinniswood) che per due anni riempirà tutte le cronache musicali dell’epoca.
Basso profilo e origini proletarie esibite con orgoglio, gli Housemartins apparivano in pubblico come un quartetto di studenti universitari di matematica: capelli corti e leccati, occhialoni, polo e maglioncini a V, aspetto dimesso e uno sguardo che sembrava perduto tra algoritmi e ipotesi algebriche. Eppure, nonostante il look da ragazzi della porta accanto, Heaton e compagni raccontavano il disagio della classe operaia e non disdegnavano testi di marcato impegno politico. Siamo in piena epoca Thatcher, la lady di ferro che mortifica il proprio paese perseguendo la politica del rigore (e del privilegio) e frustrando in tutti i modi le aspirazioni di eguaglianza della lower class. I diritti dei lavoratori vengono pericolosamente compressi, le famiglie faticano a sbarcare il lunario, le manifestazioni sono all’ordine del giorno e i poliziotti non esitano a manganellare gli scioperanti, che sono prevalentemente minatori del nord dell’Inghilterra. Ci sarebbero argomenti a sufficienza per comporre una musica tetra e barricadera. Invece, gli Housemartins convogliano la rabbia della militanza in “London 0 – Hall 4” (1986), esordio fulminante, che suona come una bomba a mano di coriandoli, uno sberleffo al potere costituito, una molotov di risate, un vaffanculo in faccia a un consesso di accademici. L’impegno politico non manca, e lo si trova nelle liriche delle canzoni, ma viene mitigato dal sorriso e stemperato da una buona dose di ironia, come si percepisce fin dal titolo stesso del disco: il nord operaio e minerario che rifila un bel 4 a 0, fuori casa per giunta, alla ricca metropoli mittle-europea, fighetta e imborghesita. La classe operaia si ribella al padronato e va in Paradiso, vincendo un’immaginaria partita a calcio, anzi, dilagando. Strepitoso il solo pensarlo. Una risata vi seppellirà: è questa in estrema sintesi la filosofia degli Housemartins. Si può parlare di cose importanti e raccontare la crisi di un popolo, facendo sorridere e muovere il culo.

 

 

Un modo diverso di essere militanti quindi, evitando l’urlo della rabbia ma parlando alla gente con un linguaggio semplice e divertito, che sia adatto a tutti e che torni a veicolare gli anni sessanta, il northern soul e un pop zuccherino e orecchiabile, ripulito però da ogni superfluo orpello. Una musica diretta e allegra, che sappia far ballare l’ascoltatore e al contempo farlo riflettere. Una sorta di punk allo zucchero filato, a voler trovare una definizione calzante. Per questo motivo, “London 0 – Hall 4” avrà un successo trasversale, capace di ammaliare tanto gli studenti universitari quanto i giovani proletari che preferiscono l’azione della protesta al ragionamento politico; e che strapperà elogi alla critica specializzata che vede negli Housemartins la risposta sbarazzina al brit-pop melanconico e colto degli Smiths. Apre Happy Hour (che arriva al numero 3 nelle charts nazionali), antipasto pane e salame dell’album e sferzante critica al popolo degli aperitivi (“Where they open all their wallets and they close all their minds”): delizioso giro di chitarra, ponte tra strofa e ritornello con il suono di campane a enfatizzare la melodia e a far subito capire che anche la leggerezza sa essere urticante. Il disco è tutto un susseguirsi di deliziose gemme, in bilico fra soul e pop e di brani che, in tre minuti massimo, ti scaldano il cuore di allegrezza primaverile anche se fuori è novembre e sotto il cielo del nord albergano solo brutti presagi. Un ballatone soul da urlo (Flag Day), la rivisitazione in salsa party music dell’energia sanguigna dei Blues Brothers (Freedom) una pausa riflessiva che procede per coordinate smithsiane sparigliate dal falsetto angelico di Heaton (Think For A Minute) e la sbrigliata allegria di deliziosi controcanti (Sitting On A Fence) sono i momenti più riusciti di un disco superbo per qualità compositiva e intelligenza comunicativa. “London 0 – Hall 4” fa il botto e vende benissimo, investendo gli Housemartins del ruolo di paladini nella battaglia al synth pop e certificando per la Band un futuro radiosissimo. Esce così, in un clima da attesa del Messia, “The People Who Grimmed Themself To Death” (1987) che però deluderà, almeno parzialmente, le aspettative.

 


L’effetto sorpresa, infatti, è svanito. Il gioco che resta divertente e frizzante, mostra però già la corda di una certa ripetitività. I suoni si fanno più ragionati, arrivano anche i fiati (Bow Down), ma il deja vù è dietro l’angolo. Five Get Over Excited, Me And The Farmer (altra riflessione sui conflitti di classe) e Build sono i tre singoli estratti dall’album che entrerà alla velocità della luce nella top ten delle charts inglesi. The Light Is Always Green, un mid-tempo soul che la voce celestiale di Heaton rende memorabile, è il miglior brano del disco. Sono passati solo due anni dall’uscita del loro primo singolo e nel 1988 gli Housemartins sono già al capolinea. Lo comunica lo stesso Paul Heaton con una lettera spedita alla rivista NME, spiegando che: “nell’epoca di Rick Astley e Pet Shop Boys semplicemente gli Housemartins non sono abbastanza adatti”. Nel frattempo, come da copione, esce postumo “Now That’s What I Call Quite Good” (1988), doppio album antologico (sull’edizione italiana, un bollino segnala che si tratta di “2LP al prezzo di uno”) contenente tutte le hit del gruppo, alcune rarità, delle B-sides, e soprattutto quella Caravan Of Love, brano interamente cantato a cappella che sarà anche il maggior successo commerciale degli Housemartins, Italia compresa. Per i completisti, vale la pena ricordare anche “Live At BBC” (uscito anch’esso postumo nel 2006), disco che raccoglie in 24 tracce il resoconto dei vari passaggi del gruppo alla radio di stato britannica. L’avventura però non finisce qui. Quando nel 1988 gli Housemartins si sciolgono, il cantante Paul Heaton, ha già in testa un progetto che svilupperà da lì a un anno. Esce infatti nel 1989, “Welcome To The Beautiful South”, primo disco di un nutrito ensemble chiamato The Beautiful South, composto da due voci maschili e una femminile, sezione fiati, basso, chitarra e batteria. Restano i testi al vetriolo, ma le atmosfere si fanno più raffinate e accattivanti melodie pop (Song For Whoever, You Keep It Al In) vengono proposte con arrangiamenti jazzy e venature soul.
I Beautiful South si scioglieranno poi nel 2007, lasciando ai posteri un patrimonio di quattordici dischi, tra album in studio, raccolte e live e la nomea di una delle band britanniche di culto degli anni 90. Se i Beautiful South, nonostante alcuni picchi di popolarità, resteranno sempre un gruppo per addetti ai lavori, Norman Cook, anonimo bassista durante la militanza negli Housemartins, e poi fondatore dei semisconosciuti Beats International, arriva al successo planetario, dopo essersi reinventato come dj e aver indossato il moniker di Fatboy Slim. Dance, acid house, techno e soprattutto l’uso di un nuovo strumento (il sintetizzatore Roland 303) sono gli ingredienti con cui Norman Cook scala le classifiche di mezzo mondo grazie a Everybody Needs A 303, singolo estratto dall’album d’esordio “Better Living Through Chemestry” (1996). Raggiungerà, tuttavia, la maturità artistica e il successo planetario solo due anni più tardi, con il successivo “You’Ve Come A Long Way, Baby” (1998) album in cui Fatboy Slim inventa una ribollente miscela di techno-dance e rock con risultati straordinari. Rockafeller Skank, Praise You e Gangster Tripping sono i singoli che renderanno milionario l’ex bassista di Hull, ormai artisticamente lontano anni luce dall’avventura militante con gli Housemartins.