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Revolution Come... Revolution Go
Gov't Mule
2017  (Fantasy Record)
BLUES CLASSIC ROCK ROCK
7/10
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13/07/2017
Gov't Mule
Revolution Come... Revolution Go
Dopo quattro anni, un nuovo album in studio all'insegna del classic rock per la band capitanata da Warren Haynes
di Nicola Chinellato

La vera rivoluzione è che i Gov’t Mule, dopo ben quattro anni, sono tornati in studio a registrare. Era, infatti, da Shout! del 2013 (anomalo doppio con una valanga di ospitate), che la band capitanata da Warren Haynes non usciva con del materiale nuovo. Nell’ultimo periodo, infatti, anche per celebrare al meglio il ventennale di carriera, la band sudista aveva tirato fuori dal cilindro alcune chicche per fan incalliti: vecchio materiale inedito e rimasterizzato (The Tel-Star Sessions del 2016 ) e alcuni funambolici live, che tributavano il loro personale omaggio a Pink Floyd (Dark Side Of The Mule del 2014), a Rolling Stones (Stoned Side Of The Mule del 2015) e, soprattutto, a John Scofield, con l’imperdibile Sco-Mule (2014), registrazione di un concerto (pazzesco) del 1999. La novità del ritorno, dunque, mentre per il resto, invece, nulla di nuovo sul fronte occidentale: il Mulo continua a confermarsi una macchina da guerra, capace di alternare straordinarie esibizioni dal vivo a dischi in studio di qualità eccellente. La consueta miscela è riproposta anche in Revolution Come…Revolution Go, le cui dodici canzoni (diciassette nella deluxe edition) pescano da un calderone ribollente di southern, hard rock blues, soul, funky e jazz. Come sempre, i brani superano abbondantemente il consueto minutaggio della rock song classica e come sempre Warren Haynes (chitarra e voce), Matt Abts (batteria), Danny Louis (tastiere) e Jorgen Carlsson (basso) portano in studio la loro predisposizione naturale alla jam, sbrigliando gli strumenti finché c’è fiato e il fisico regge. Un disco solido e classicissimo, che alterna ringhi hard rock (Stone Cold Rage), blues alla Ac/Dc (Drawn That Way), ammiccamenti funky (Sarah, Surrender), lunghe digressioni jazzy (la title track), ballate dall’anima profondamente soul (Pressure Under Fire) e, strano a dirsi, un solo duetto, con Jimmie Vaughan, ospite nel rock blues sornione di Burning Point. C’è spazio anche per la psichedelica Thorns Of Life, quasi nove minuti in cui la band si fa più elusiva e sperimentale. Un piccolo scarto rispetto a una scaletta che per il resto consolida la tradizione della miglior jam band in circolazione. Meglio lasciare le rivoluzioni a qualcun altro, allora, perché la musica dei Gov’t Mule è, invece, immutabile nella sua certezza di qualità. Un sapore antico e genuino, che però non stanca mai.