MAKING MOVIESAL CINEMA
14/07/2017
Paolo Sorrentino
The Young Pope
Ad una storia che sa di vero, che ricalca la crisi morettiniana di Habemus Papam o quella reale di Benedetto XVI, c'è poi l'inventiva di Sorrentino, che non manca di inserire frecciatine alla condizione della donna, dello Stato italiano, della pedofilia.
di Lisa Costa

Nel suo debutto alla serialità Sorrentino sceglie un ambiente difficile come quello del Vaticano e i suoi giochi di potere, e torna alla Roma de La grande bellezza. Qualcosa è cambiato però rispetto alle sue ultime uscite al cinema, l'impianto ad episodi, la lunghezza di quanto si deve andare a raccontare, e quello che si deve raccontare, portano a una maggiore attenzione alla sceneggiatura e a un'asciugatura dello stile sorrentiniano, con poche scene dedicate solo alla macchina da presa e ai suoi voli pindarici.
Il vero centro, indiscutibile, è lui: il giovane papa, Lenny, Pio XIII, con i suoi dubbi e le sue convinzioni il giorno dopo la sua elezione al conclave. 
L'inizio onirico è folgorante, da applausi.
E non aspettatevi una Chiesa devota e che pensa ai fedeli, è la Chiesa del potere quella in cui entriamo, con tutti i doppigiochi e le alleanze del caso. 
In più, ci mette una caratterizzazione dei personaggi solida e inscalfibile, una loro lenta evoluzione che come per il suo stile, li fa cambiare, pur facendoli rimanere se stessi.
Così abbiamo un papa giovane, bello, che dall'alto della sua gioventù è quanto di più retrogrado ci sia: abituato al lusso, alla bellezza, riporta la chiesa al latino, svuota le piazze, non si concede, lui che tutto potrebbe con la sua presenza.
E così il Vaticano va in crisi, di coscienza ed economica, scatenando una lotta interna e una divisione interna per ordire contro questo papa.
Che però, poco a poco, lentamente, fa conoscere e capire le sue paure, le sue mancanze, la sua crisi mistica che si lega ad un passato traumatico, senza genitori, che non può dimenticare o perdonare.
I suoi più acerrimi nemici, che contro di lui ordiscono, si affievoliscono, colpiti dalla sua santità a volte blasfema, a volte laica, e come noi si lasciano conquistare.
Pio XIII smussa i suoi angoli, si intenerisce pure, regalando perle di saggezza e di verità piene di ironia.
Ad una storia che sa di vero, che ricalca la crisi morettiniana di Habemus Papam o quella reale di Benedetto XVI, c'è poi l'inventiva di Sorrentino, che non manca di inserire frecciatine alla condizione della donna, dello Stato italiano, della pedofilia.
E ci si muove in questi spazi, in quella Roma, ma anche in quella New York, Ostia, Africa, come solo lui sa fare, calibrando gli spazi e i tempi, facendola girare la sua macchina da presa a tempo di una musica sempre azzeccata, anche quando rischia la blasfemia (I'm sexy and I know it) o tocca vertici di poesia (Halo), fino alla vera perla rappresentata dalla riscoperta di Senza un perchè di Nada, direttamente dalla Groenlandia.
E non si sa se di questo The Young Pope sia meglio una sceneggiatura che non inciampa mai, che incanta attraverso dialoghi, monologhi, da applausi, o frasi breve, schiette, che fanno nascere il sorriso, o sia meglio per le interpretazioni, partendo da un superbo Silvio Orlando fino ad arrivare a un immenso Jude Law, bello come solo lui sa di essere, sexy come solo lo può essere un papa.
Il finale regala momenti altissimi proprio attraverso le sue parole, scandite, gridate, acclamate, attraverso parole che sono indimenticabili, magnifiche.
E allora sì, Paolo Sorrentino esordisce nella serialità nel migliore dei modi, senza snaturarsi, ma creando quello che è un capolavoro, a tutti gli effetti.
Sì, The Young Pope è un capolavoro che da un inizio onirico a un finale cosmico, è difficile da eguagliare. Ci si proverà, con una seconda stagione che però seconda stagione effettiva non è, e che forse risponderà alle domande irrisolte, quelle su Tonino Pettola in primis, si spera.