RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
Roxy Music
Roxy Music
1972  (Island Records)
MASTERPIECES
all RE-LOUDD
14/07/2017
Roxy Music
Roxy Music
Due parole sull’irripetibile esordio dei Roxy Music
di Massimiliano Manocchia

Kari-Ann Muller non è soltanto la moglie di Chris Jagger, fratello di Mick, è anche la magnifica (e munifica, stando alle cronache) cover lady di uno degli esordi più insolentemente straordinari e innovativi d’ogni tempo. Debordante di glamour e carica d’irriverenza camp, la copertina dell’omonimo debutto dei Roxy Music è un’istantanea anticipatoria dell’universo scenografico – retrò e al tempo stesso futuribile – che promanerà dai solchi del vinile, e che farà spalancare occhi, bocca e orecchie a quanti avranno la fortuna di ascoltare per la prima volta quei nove incredibili brani (“Virginia Plain” fu aggiunta solo a partire dalle stampe in CD degli anni 80).

Roxy Music (1972) destò stupore e meraviglia, e soprattutto risvegliò in un pubblico ancora anestetizzato dalle ingannevoli illusioni del flower-power il Desiderio assieme a un’ormai da tempo sopita voglia di Bellezza (intesa in senso squisitamente estetico) che avrà pesanti influenze per almeno due decenni a venire. Sbrilluccicanti fino ai perigliosi confini della farsa e ambigui in modo più caricaturale che morboso, i Roxy furono chiacchieratissimi fin da subito e la critica non esitò a classificarli sotto l’etichetta “glam”, per quanto, a ben vedere e specialmente a ben ascoltare, esso non fu che uno soltanto dei numerosi ingredienti di un cocktail bizzarro, impertinente e inebriante come un sorso di Dom Pérignon bevuto da un décolleté tacco 12. Di fatto unico e irripetibile: una goccia di seducente veleno iniettata nelle vene di un panorama pop che era diventato più onanista che sanamente scopereccio, e che proprio in quei mesi vedeva l’affermarsi del progressive rock come massima espressione dell’avanguardia, mentre noiosissimi gruppi come i Soft Machine erano considerati la “punta di diamante” dell’underground; a far da contorno, una pletora di sciatti, barbuti e barbosi cantautori  westcoastiani o finto-dylaniati dediti a un country-rock da orchite.

In un’epoca dove “naturalezza” e “normalità” erano sinonimi di “verità” e pareva che null’altro fosse un valore se non l’autenticità, i Roxy Music si presentarono al mondo celebrando la posa e l’artificio con una sfacciataggine e una forza tali da costringere tutti (o quasi) a riformulare nel proprio intimo il concetto di “desiderabile” su una scala valoriale che, se fino a quel momento recava  stabilmente in vetta il “peace and love”, da lì in poi sarebbe stata completamente sovvertita e trasfigurata (quasi “trasvalutata” in senso nietzschiano), riportando il concetto di stile al centro dell’esperienza pop postmoderna e profetizzando, con almeno otto anni di anticipo, quell’edonismo che avrebbe dominato gli anni ’80 (i New Romantics ne furono diretta – ma non esclusiva – filiazione). Naturalmente l’errore più grande che si possa commettere sui Roxy è inquadrarli come “superficiali”.

La scintilla della singolare unicità dei Roxy Music scaturiva da una sorta di cortocircuito innescato dal dualismo estetico dei due poli principali: da un lato, il neo-dandysmo di Bryan Ferry, amante del rock’n’roll, del rhythm and blues e dell’immaginario anni 50 e 60, gentleman sciupafemmine (pure un po’ sfigato, a dire il vero), nonché modernissimo crooner da nightclub; dall’altro, l’androginia di Brian Eno, il “genio finocchio”, come lo si appellò all’epoca quando il politically correct non era ancora “legge”, scienziato pazzo e visionario che smanettava su marchingegni alieni ed alienanti, cavandone diavolerie per l’epoca inaudite. Praticamente due opposti; e, difatti, mai il loro rapporto fu precisamente idilliaco.

Eppure fu proprio questo dualismo che fece dei Roxy Music una delle band più singolarmente originali del panorama rock nel bienno ’72-’73, ovvero fino alla defezione – non troppo amichevole, tocca sottolineare – di Eno. Tra questi due poli, a mediare e rendere intelligibili agli umanotteri tensioni elettriche altrimenti indecifrabili, non secondario ruolo ebbero la fantasmagorica chitarra di Phil Manzanera e l’oboe di Andy MacKay, per non dire di una sezione rimica da fantascienza composta da Paul Thompson alla batteria e Graham Simpson al basso.

Gli stilemi del “cocktail Roxy” sono già perfettamente compendiati nel loro primo 45 giri, pubblicato nell’agosto del ’72. “Virginia Plain” (al basso un provvisorio Rik Kenton in luogo di Simpson, che aveva abbandonato la band subito dopo le registrazioni dell’album) coniuga la fregola del glam’n’roll all’elettronica sperimentale ed è, oggi come allora, sofisticata delizia esotica capace di appagare anche i palati più schizzinosi. Il lato B, “The Numberer”, rimane poco più di un (riuscitissimo) esperimento, un divertissement strumentale che mette in evidenza, ve ne fosse bisogno, quella perizia formale che sarà inderogabile caratteristica di tutta la loro produzione. Roxy Music è uno di quei classici istantanei (il discorso vale anche per il successivo e per certi versi superiore For Your Pleasure) che appena un minuto dopo essere apparso sugli scaffali dei negozi entra di diritto nel patrimonio pop dell’umanità e basterebbe la sola “Sea Breezes” a giustificarne il prezzo (per inciso, tutto il catalogo dei Roxy Music lo si può reperire, eccellentemente rimasterizzato già dal 1999, a poco più di 50 euro) stellare ballata avanguardistica per cuori infranti a cavallo da tra il gotico e il melò.

Dall’iniziale “Re-make/Re-model”, che irrompe nel bel mezzo di un cocktail party con un piano bislacco e beffardo, travolto dopo appena quattro secondi da un turbinio ritmico dissennato e dal cantato frenetico di un Ferry in preda al delirio alcolico, allo strampalato finale di “Bitters End” che scekera ritmi gitani, doo-woop e Jaques Brel, ogni traccia del disco è un incanto, e persino il suo momento più debole (il boogie tutto frizzi e lazzi di “Would You Believe?”) è più vivo ed eccitante di qualsiasi cosa i Queen abbiano mai dato alle stampe. Che dire poi della grandiosa “If There Is Something”, che nelle battute iniziali ridicolizza il sublime scimmiottando Chuck Berry, e prosegue poi sublimando il ridicolo (le facezie del corteggiamento) per concludere nell’amaro rimpianto della giovinezza; o del prog-che-sbeffeggia-il-prog nella mini suite “The Bob (Medley)”; o del lounge ante-litteram della sorniona “2HB”?

A mio avviso, il capolavoro dell’album (e summa maxima della loro estetica) è “Ladytron” che, trastullandosi con enigmatici chiaroscuri di straordinaria bellezza e debordante creatività, offre all’ascoltatore la possibilità di redimersi dalle illusioni dell’amore universale attraverso il puro desiderio individuale, e potrebbe sfociare indifferentemente in un orgasmo o nella semplice contemplazione del “bello”, che in fondo sono la stessa cosa.

Assieme a Bowie e Bolan, i Roxy Music versarono quantità volutamente sovrabbondanti  di sale, pepe e spezie varie nello scialbo e scipito decotto post-hippie e post-psichedelico, ricordando a tutti che il vero, originario sapore del rock’n’roll doveva (e deve) essere eversivamente appassionato, elegantemente sexy e sottilmente eccessivo. Tutto ciò che, ahinoi, la musica pop contemporanea non è più.

(Questo articolo è apparso per la prima volta sulla webzine Magazzini Inesistenti, il 28 ottobre 2016)