RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
14/07/2017
John Coltrane
A Love Supreme
A Love Supreme è forse il sommo tentativo dell’essere umano di avvicinarsi quanto più possibile al linguaggio universale della Creazione.
di Massimiliano Manocchia

La prima volta che ascoltai A Love Supreme avevo da poco compiuto sedici anni.

Fino a quel momento, il mio interesse per il jazz (nato esattamente un paio d’anni prima grazie a un amico che mi introdusse alla musica di Duke Ellington) si era più o meno limitato ai classici, e non aveva mai oltrepassato le colonne d’ercole che, per me, erano rappresentate da Kind Of Blue.

Conoscevo bene i grandi nomi del pantheon jazzistico degli anni Sessanta, ma non me ne ero mai interessato più di tanto; ascoltavo pedissequamente tutto ciò che mi suggeriva il mio insegnante di chitarra (jazzista formidabile, peraltro), che consideravo una sorta di guru in materia.

Secondo lui, il vero jazz aveva raggiunto il culmine col “modale”: ciò che era venuto dopo si poteva considerare una rielaborazione di stili precedenti o qualcosa che non era affatto classificabile come jazz (e il riferimento era al free o alla New Thing). “Con un’unica eccezione: John Coltrane,” aggiungeva.

E subito dopo buttava lì: “Ma non sei ancora pronto per Coltrane.”

Mezz’ora dopo, ero già nel mio negozio di dischi di fiducia a scartabellare nel mucchio di vinili stoccati sotto l’etichetta “JOHN COLTRANE”.

A Love Supreme fu, naturalmente, il primo album di Coltrane che acquistai. All’inizio non lo capii, eppure riuscivo a sentirlo in qualche parte del mio corpo, a percepirne l’intima magnificenza, la struggente bellezza. Non era il Coltrane che conoscevo, quello delle stordenti sheets of sound, quello che aveva a tratti illuminato i quintetti e i sestetti di Miles Davis, quello che si era umilmente messo al servizio di Thelonious Monk al Five Spot per “imparare” (parole sue) dal Maestro.

Il Coltrane di A Love Supreme si trovava in un’altra dimensione.

Pur rimanendo ascrivibile, sotto il profilo strettamente musicale, al sottogenere del “jazz modale”, l’album sprigiona significati sonori e concettuali che non possono essere spiegati solo attraverso un’analisi musicologica. C’è molto, molto di più. C’è un messaggio, dapprincipio oscuro, che si fa vieppiù intelligibile ad ogni ascolto. Lo stesso Coltrane ci mette sulla giusta strada per comprenderlo, scrivendo quanto segue nelle note di copertina: “During the year 1957, I experienced, by the grace of God, a spiritual awakening which was to lead me to a richer, fuller, more productive life. At that time, in gratitude, I humbly asked to be given the means and privilege to make others happy through music. I feel this has been granted through His grace. ALL PRAISE TO GOD.”

A un occhio distratto, potrebbe apparire come una semplice o addirittura banale lode al Creatore, un ringraziamento per un’esistenza “più ricca, più piena e più produttiva” che l’autore sta vivendo grazie al talento donatogli da Dio. In realtà, l’artista fa riferimento a un periodo molto specifico e fondamentale della sua vita.

Nel 1957, John Coltrane era un talentuoso tenorsassofonista trentunenne (nato nel 1926 ad Hamlet in North Carolina) che aveva sì suonato come session man con alcuni dei più grandi nomi dell’epoca, da Gillespie a Johnny Hodges, da Paul Chambers a Sonny Rollins, da Art Blakey ai già citati Monk e Miles Davis, ma che non aveva ancora trovato una propria voce distintiva all’interno del panorama jazzistico. Rimaneva, per farla breve, una promessa mantenuta solo in parte e la sua ormai decennale tossicodipendenza, ben lungi dall’espanderne la creatività come allora romanticamente si voleva credere (la deificazione della vita del drogato “promossa” dalla beat generation al ritmo del bebop) lo aveva condotto sull’orlo del baratro personale e professionale.

Licenziato (con un cazzotto in faccia, si narra) da un Miles Davis esasperato dalla sua inaffidabilità, Coltrane attraversò la sua personale “notte oscura dell’anima” e sperimentò quel “risveglio spirituale” che lo trasformerà in modo così radicale e totalizzante. Disintossicatosi completamente dall’eroina e dall’alcol, a partire proprio da quel fatidico 1957, ossequiò il suo patto col Creatore consacrando alla musica i dieci anni che ancora gli rimanevano da vivere con una intensità e un anelito devozionale senza precedenti nella storia della musica afroamericana.

A Love Supreme, dunque, si configura come un’opera su più livelli: è il suo personale ringraziamento al Creatore, ma è anche la trasposizione musicale dell’epifania vissuta da Coltrane, che diventa a sua volta epifania per l’ascoltatore. Registrato il 9 dicembre 1964 nei Van Gelder Studios e pubblicato nel febbraio dell’anno successivo, l’album fu accolto fin da subito non solo come il capolavoro di Coltrane ma come una delle massime espressioni artistiche del Novecento.

I titoli dei quattro movimenti che compongono l’opera, “Acknowledgement”, “Resolution”, “Pursuance” e “Psalm”, sono autoesplicativi del percorso spirituale coltraniano: la ricerca di Dio è la ricerca della bellezza, e la ricerca della bellezza non può che condurre a Dio.

Ogni volta che ascolto A Love Supreme, smetto di essere ateo per trentatré minuti e tre secondi.

È necessario spendere, senza entrare troppo nei dettagli, due parole sulla problematicità del discorso religioso nella musica e nella vita di Coltrane, essendo questa un tematica inscindibile dall’uomo e dalla sua opera. Come egli stesso afferma, pur essendo cresciuto in un ambiente cristiano, la sua ricerca spirituale lo portò a concludere che “c’è una parte di verità in tutte le religioni”. Quando non era impegnato in concerti o in sala di registrazione, Coltrane passava la maggior parte del tempo a studiare testi religiosi e financo esoterici, dal buddismo alla Kabbalah, dai Veda al Corano, con una dedizione intellettuale e una passione non inferiori a quelle che dedicava alla musica.

La sua incessante vocazione alla ricerca della verità ultima creava continue tensioni interiori che egli trasferiva poi nella sua arte non solo come catarsi, ma anche e soprattutto come linguaggio “altro”: la musica (o il “puro suono”) come solo idioma in grado di esprimere l’ineffabile mistero del divino.

A Love Supreme è forse il sommo tentativo dell’essere umano di avvicinarsi quanto più possibile al linguaggio universale della Creazione.

Il gong iniziale di Elvin Jones, poi gli svolazzi del sax di Coltrane che chiamano a raccolta, e in un quasi impercettibile momento di silenzio (il momento della Creazione?) ecco germogliare le quattro note del tema principale suonate dal contrabbasso di Jimmy Garrison seguite dalla lieve acquerugiola dei cluster pianistici di McCoy Tyner: il concetto di spazio-tempo è stato già trasceso dopo pochi secondi e da qui prende avvio una liturgia che scardina dogmi, rituali e ortodossie religiose. È la liturgia, intima e personale, di un uomo che ha deciso di dialogare in pubblico con la propria anima. Vale la pena riportare le bellissime parole di Lewis Porter (liberamente tradotto dal sottoscritto):

“Coltrane finì più o meno la sua improvvisazione e iniziò a suonare il tema principale, cambiando tonalità una volta, e poi un’altra, e poi un’altra ancora… è qualcosa di inusuale. Non era il modo in cui di solito improvvisava. E non si tratta di vera improvvisazione. E se lo segui, scopri che suona questo tema in tutte e dodici le tonalità. Credo volesse trasmetterci un messaggio, qui. Inizialmente, introduce l’idea. Sperimenta con questa idea, e improvvisa su di essa per tutta la parte iniziale del brano, con grande intensità. Ma ora ci sta dicendo che ‘essa’ è ovunque. In tutte le dodici tonalità: da qualsiasi parte ti giri, troverai questo ‘Amore Supremo’. Te lo sta mostrando col sassofono.”

Quello che disse il mio insegnante di chitarra (“Non sei ancora pronto per Coltrane”) riecheggia di continuo nella mia mente, e oggi, dopo più di trent’anni di intima, personale e quasi quotidiana frequentazione della musica di John Coltrane (principalmente quella del periodo Impulse!) continuo a pensare di non essere ancora pronto.

La pura Bellezza ci spaventa, perché non siamo in grado di comprenderla. E perché, forse, non siamo nemmeno più in grado di riconoscerla.

(Questo articolo è apparso per la prima volta sulla webzine Magazzini Inesistenti, il 20 aprile 2016)