MAKING MOVIESAL CINEMA
14/07/2017
John Maloof
Finding Vivian Maier
Come una piccola indagine su una piccola donna, il documentario prosegue avvolgendo e invogliando lo spettatore a saperne di più, usando una narrazione semplice e quasi cronologica
di Lisa Costa

Le foto che vedete in questo articolo non sono di un fotografo famoso, non sono state esposte in un museo né fanno parte di una collezione privata.
Non sono state scattate nemmeno da un fotografo professionista, che ha fatto per l'appunto della fotografia la sua missione, né sono state mostrate a qualcuno, e non parlo solo di un agente o il curatore di una qualche galleria, ma proprio a nessuno.
Alcune nemmeno il fotografo stesso le ha viste.
Questo almeno fino al 2007.
In quell'anno, infatti, John Maloof comprò ad un'asta uno scatolone carico di negativi, sperando di trovarci foto storiche da utilizzare per il libro che stava scrivendo.
Quello che vi trovò, invece, furono delle foto splendide, che anche un occhio non esperto come il suo giudicava esteticamente curate ed emozionanti, che avevano come protagonisti la gente di strada, immortalata nel suo vivere e nella sua quotidianità.
Non sapendo che farne, non essendo adatte al suo libro, e non avendo notizie su chi le avesse scattate visto che anche Google non aveva dato risultati, decise di metterle in rete, creando un piccolo blog che grazie alla bellezza di queste foto aumentò le sue visualizzazioni.
Dalla reazione di questo pubblico, di persone esperte e non che vedevano nell'occhio che aveva immortalato attimi carichi di normalità e di splendore, è partita la volontà di John di scoprire di più su questa Vivian Maier.
E il documentario questo ci mostra, ci racconta non solo le sue ricerche, ma le sue scoperte, andando a farci conoscere una donna che poteva essere ma non è stata, che è stata e che non è rimasta.
Rintracciati gli altri scatoloni venduti a quella fatidica asta, John inizia a comporre l'enigmatico puzzle di Vivian, scoprendo in lei una semplice... tata.
Nata a New York nel 1925, Vivian senza una famiglia alle spalle o come appoggio, fece dell'educazione dei bambini il suo lavoro, approfittando di ogni momento libero per scattare foto, grazie alla Kodak Brownie che aveva sempre al collo.
Il suo sguardo, a volte ironico, a volte pieno di pietà, ha raccontato in 70 anni le strade di Chicago e dell'America, della Francia e del Messico, ma quelle foto non solo nessuno le vedeva, ma molto spesso lei stessa non le sviluppava.
Il documentario ce la fa conoscere attraverso fasi della sua vita e della sua persona che mostrano una donna forte e fragile.
Non sono solo le sue opere a dirci questo, ma sono le parole di chi l'ha conosciuta, di chi da lei si è fatto accudire o di chi le è stata amica, pur non conoscendola, pur non sospettando nemmeno per un momento la sua bravura dietro quella macchina.
Come una piccola indagine su una piccola donna, il documentario prosegue avvolgendo e invogliando lo spettatore a saperne di più, usando una narrazione semplice e quasi cronologica, utilizzando interviste e pareri di esperti, facendo allo stesso tempo dei dubbi morali e etici di John parte del racconto.
Le sue scoperte, ma prima di tutto quanto Vivian ha lasciato, giustificano l'intrusione nel suo privato di cui ci facciamo complici? Sì, perché privandoci dei suoi lavori, questo mondo, e quello della fotografia, sarebbe molto meno maestoso e affascinante.